Mosca (AsiaNews) – L’oligarca russo-armeno Ruben Vardanyan (v. foto), “ministro di Stato” della non riconosciuta repubblica del Nagorno-Karabakh, è intervenuto durante un collegamento televisivo con Erevan per difendere le forze di pace della Russia. Il contingente russo è criticato dall’Armenia per non aver evitato la chiusura del corridoio di Lachin da parte dell’Azerbaigian.
Il miliardario ha rinunciato alla cittadinanza russa per rivestire ruoli pubblici a Stepanakert, capitale dell’Artsakh, l’enclave separatista armena che gli azeri chiamano Khankendi.
A suo parere, “la strada nel corridoio di Lachin deve essere sbloccata dai dirigenti di tutte gli Stati e delle società dove prevalga il buon senso”. Il compito degli armeni deve essere quello di appoggiare i pacificatori russi, “far sentire loro che stanno svolgendo qui un ruolo importante, e noi armeni non gli siamo contro, li sentiamo al nostro fianco”. Vardanyan invita tutti a smettere di criticare la Russia in questa situazione, “perché altrimenti si fa il gioco degli azeri”.
La presenza dei russi è l’unica garanzia per gli armeni del Karabakh: “Se non ci fossero loro, qui non ci saremmo più neanche noi”, quindi bisogna fare in modo che rimangano sul posto a lungo termine, rafforzando le proprie posizioni. Vardanyan garantisce che questa è la posizione condivisa dal “governo dell’Artsakh”, secondo il quale il mandato conferito alle forze di pace russe è “troppo limitato”, e permette una presenza “in formato ridotto”. Il compito dei cittadini armeni del Karabakh è quello di “compattarsi per difendere il proprio territorio, e non di attirare solo l’attenzione del mondo intero”.
Vardanyan esprime una posizione molto critica nei confronti del governo di Erevan, e del premier Nikol Pašinyan, che ripete da giorni la richiesta ai russi di assumersi la responsabilità di spingere Baku a riaprire il collegamento tra l’Artsakh e l’Armenia. L’oligarca invece assicura di confidare nell’appoggio “di tutto il mondo civilizzato”.
Egli infatti si fa portavoce dei suoi concittadini, esprimendo la convinzione “che in tutti i Paesi normali si ritiene inaccettabile che 120mila persone rimangano in inverno senza elettricità, senza riscaldamento, senza cibo e medicine”, confidando in tutte le persone di buona volontà che “vivono e governano in Armenia e nel mondo intero”.
Le posizioni di Vardanyan vengono criticate in modo duro da parte azera, come scrive Akper Gasanov su Zerkalo. Baku le considera “fantasie e illusioni”, quando anche l’Armenia, secondo gli accordi dell’incontro di Praga, “ha riconosciuto l’integrità territoriale dell’Azerbaigian, compresa la provincia economica del Karabakh, di cui fa parte anche Khankendi”, e bisogna smettere di “parlare del fantomatico Artsakh, non riconosciuto da nessuno”, sul cui territorio lo stesso politico-oligarca si troverebbe “illegalmente”.
Secondo gli azeri, “l’Armenia non è in grado di garantire da sola la sua sicurezza” e dipende in tutto dalla Russia, non potendo esprimere una propria linea di politica estera, quindi “è ridicolo mettersi a fare la lista dei Paesi normali e di quelli incivili”. Tra le affermazioni di Vardanyan, a stupire i commentatori azeri vi sono quelle sulla “strada della vita”, che permette di far passare “almeno qualche medicina e un po’ di cibo”, senza precisare di quale itinerario stia parlando.
Secondo Gasanov, “questo personaggio che ha deciso di mettersi a giocare alla grande politica, sta semplicemente annegando nelle onde delle proprie stesse menzogne”, quando si tratta soltanto di “un emissario di Mosca”. Secondo la versione azera, sono gli stessi russi a bloccare il corridoio di Lachin, “impedendo l’accesso agli ecologisti azeri alla miniera d’oro di Gyzylbulag e a quella di rame di Demirl, saccheggiate dai separatisti del Karabakh”. Gli azeri sono disponibili a prolungare l’accordo con i pacificatori russi “fino al 2025, e non per decenni come pretende Vardanyan”, il cui ruolo nella vicenda, e nell’intera politica armena, è ancora tutto da definire.










