Prosciolto in appello e libero dopo un anno a Evin pastore armeno-iraniano

Il 62enne Anooshavan Avedian era stato condannato a 10 anni di prigione per aver guidato una Chiesa domestica. Il tribunale di secondo grado ne ha decretato la scarcerazione, facendo cadere le accuse. Attivisti soddisfatti per il rilascio, ma chiedono sia “risarcito per tutto ciò che ha sopportato”. Almeno 21 cristiani ancora oggi in cella a causa della loro fede.

di Dario Salvi

Teheran (AsiaNews) - Le autorità hanno rilasciato dopo poco più di un anno nella prigione di Evin a Teheran, prosciogliendolo da ogni accusa, il 62enne pastore armeno-iraniano Anooshavan Avedian, condannato a 10 anni di carcere per aver guidato una Chiesa domestica. Secondo quanto riferisce Article18, sito specializzato nel documentare le repressioni e le violazioni alla libertà religiosa, soprattutto anti-cristiane, in atto nella Repubblica islamica, il leader cristiano ha lasciato in settimana la propria cella, in seguito all’accoglimento dell’appello dei giudici; nell’udienza, che si è tenuta il 24 settembre scorso nella 21ma sezione della Corte di appello della capitale, i magistrati hanno lasciato cadere i capi di imputazione, decretandone la successiva liberazione.

Anooshavan ha trascorso poco più di un anno in carcere, avendo iniziato a scontare i termini della pena lo stesso giorno in cui le autorità hanno rilasciato un altro pastore armeno-iraniano, Joseph Shahbazian, anch’egli condannato in precedenza a 10 anni di prigione. All’epoca il suo ingresso in cella a Evin era coinciso con la visita a New York dell’ex presidente iraniano, Ebrahim Raisi, poi deceduto in un incidente di elicottero, mentre l’ultimo di carcere con il viaggio del successore Masoud Pezeshkian per la 79ma assemblea generale Onu.

Tuttavia Mansour Borji, direttore di Article18, non vede un collegamento fra la liberazione e l’assise alle Nazioni Unite: “Il fatto che Anooshavan abbia trascorso anche un solo giorno in prigione è stato ingiusto, soprattutto ora - afferma l’esperto - che è stato accertato che non ha commesso alcun reato”. Per questo, conclude, “ci auguriamo che venga pienamente risarcito per tutto ciò che ha sopportato”.

Lo scorso anno il Comitato Onu per i diritti umani ha chiesto a Teheran di “rilasciare immediatamente le persone imprigionate per aver esercitato il loro diritto alla libertà di religione o di credo” e di garantire loro un “adeguato risarcimento”. Oltre ad Anooshavan, almeno altri 21 cristiani stanno attualmente scontando pene legate alla loro fede e, fra questi, una decina a Evin. Tra loro vi è Hakop Gochumyan, un cittadino armeno condannato a 10 anni per presunto “proselitismo deviato” e che ha accompagnato Anooshavan ai cancelli del carcere al momento del rilascio.

All’epoca del processo, insieme al pastore armeno-iraniano erano stati condannati pure due membri della stessa chiesa domestica: il 45enne Abbas Soori e la 46enne Maryam Mohammadi, entrambi convertiti, sono stati però subito rilasciati senza dover scontare la pena in prigione. La vicenda di Anooshavan, Maryam e Abbas risale all’agosto 2020, quando è avvenuto il primo arresto, ma è rimasta a lungo sotto silenzio. Almeno 30 agenti dell’intelligence hanno fatto irruzione nella casa a Narmak, nord-est della capitale.

Al momento dell’assalto vi erano circa 18 fedeli intenti a pregare e leggere le letture. Durante il raid sono state sequestrate copie della Bibbia, effetti personali, telefoni cellulari e altri apparecchi informatici, oltre a dover fornire la password degli smartphone e dei social. Nel tempo intercorso fra l’arresto e la condanna hanno trascorso alcuni periodi nella famigerata di prigione di Evin, alla periferia di Teheran, dove hanno subito interrogatori, torture psicologiche e abusi.

Negli ultimi anni sono migliaia i cristiani appartenenti a chiese domestiche arrestati dalle autorità, centinaia quelli condannati al carcere con l’accusa di “agire contro la sicurezza nazionale”. Eventi che smentiscono, nei fatti, i proclami di Teheran e delle rappresentanze diplomatiche iraniane nel mondo secondo le quali i cristiani “continuano a godere della libertà religiosa, di svolgere le loro attività di praticare il culto nelle loro chiese e di dedicarsi ai propri programmi”. 

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