Teheran: Natale in carcere per cinque cristiani, condannati a oltre 50 anni

Fra le accuse quella di praticare il culto e promuovere attività religiose come battesimi, comunioni e celebrazioni della Natività. Almeno quattro di loro dovranno scontare pene di almeno 10 anni. Direttore Article18: “Segni evidenti” della “mancanza di un giusto processo” in un quadro di “crescente repressione”.

di Dario Salvi

Teheran (AsiaNews) - Natale in carcere per un gruppo di cristiani iraniani: nei giorni scorsi, infatti, un tribunale della Repubblica islamica ha condannato cinque fedeli a una pena complessiva di oltre 50 anni di prigione. Secondo quanto denunciano gli attivisti di Article18, sito specializzato nel documentare gli abusi, fra le accuse vi sarebbero pratica del culto e attività religiose ordinarie come preghiera, amministrazione di sacramenti fra cui il battesimo, la comunione e celebrare la nascita di Gesù. Fra quanti sono finiti in cella vi sono anche due ex prigionieri di coscienza - il pastore iraniano-armeno Joseph Shahbazian e il convertito cristiano Nasser Navard Gol-Tapeh - arrestati di nuovo a febbraio dopo aver già trascorso in precedenza un totale di sei anni dietro le sbarre per accuse relative ad un loro coinvolgimento nelle cosiddette “chiese domestiche”. 

Gli altri tre cristiani condannati sono donne: Lida, moglie di Joseph, Aida Najaflou, convertita al cristianesimo che recentemente si è fratturata la colonna vertebrale dopo essere caduta dal letto a castello della prigione di Evin, e una terza il cui nome non è stato reso pubblico. I dettagli della sentenza non sono stati ancora pubblicati, ma il sito attivista ha potuto confermare che almeno quattro dei cristiani - tranne Lida - si sono visti comminare condanne a 10 anni ai sensi del famigerato art. 500 emendato del Codice penale iraniano. E che almeno due di essi hanno ricevuto ulteriori cinque anni per la seconda accusa di “raduno e collusione”. Aida ha ricevuto anche una pena aggiuntiva di due anni per “propaganda” in relazione a post sui social media, mentre Lida è stata condannata a otto anni.

Aida, che ha 44 anni e soffre di artrite reumatoide, è stata ricoverata di recente in ospedale per la seconda volta, dopo che una ferita causata da un intervento chirurgico alla colonna vertebrale si è infettata in prigione. Nei giorni scorsi la sua legale ha pubblicato su X un post in cui esprimeva preoccupazione per la salute a lungo termine della cliente, temendo danni al midollo spinale se le sue condizioni non fossero state gestite adeguatamente. Le sentenze sono state emesse dal giudice Abolqasem Salavati - noto per le numerose sentenze di condanna - dopo una seconda udienza tenutasi il 21 ottobre presso la 15a Sezione del Tribunale Rivoluzionario di Teheran, ma sono state comunicate solo verbalmente nelle ultime due settimane.

I cristiani hanno 20 giorni di tempo per presentare ricorso e sarebbero intenzionati a farlo. Oltre alle pene detentive, i loro beni personali comprese le Bibbie e altra letteratura cristiana sono stati confiscati dallo Stato per scopi di “ricerca” del ministero dell’Intelligence,. Una vicenda analoga a quella di altri due cristiani a inizio 2025 condannati a 12 anni di carcere per “contrabbando” di Bibbie in Iran. Mansour Borji, direttore di Article18, riferisce di “segni evidenti” in base ai quali emerge la “mancanza di un giusto processo”. Al riguardo, egli cita la lunga detenzione dei cristiani - Joseph, Aida e Nasser sono stati rinchiusi per sette mesi prima di essere portati davanti a un tribunale - e le richieste di cauzione estremamente elevate.

Nel caso di Joseph, nonostante le comunicazioni fuorvianti alla sua famiglia, non è mai stata fissata ufficialmente alcuna cauzione, mentre le famiglie di Aida e Nasser non potevano permettersi di pagare le somme: 130mila dollari per Aida e quasi 250mila dollari per Nasser, che è di gran lunga la più alta mai richiesta per il rilascio temporaneo dalla prigione di un cristiano iraniano. La prima incarcerazione di Nasser, terminata con la sua “grazia” nell’ottobre 2022 dopo quasi cinque anni nella prigione di Evin, ha attirato l’attenzione internazionale, compresa la sua “adozione” da parte dei parlamentari britannici e la campagna “#FreeNasserNavard” rilanciata anche in un lungo reportage della Bbc. A marzo, Nasser ha subito un ictus dopo aver intrapreso uno sciopero della fame per protestare contro il nuovo arresto, mentre Joseph ha già sofferto di problemi di salute.

Inoltre, l’atto di accusa di giugno iniziava con una citazione del famigerato discorso pronunciato nell’ottobre 2010 dalla guida suprema Ali Khamenei, in cui egli identificava la diffusione di chiese domestiche in Iran come una delle “minacce critiche” che incombono sulla Repubblica Islamica. “A mio avviso, il discorso di incitamento all’odio pronunciato da Khamenei nel 2010 può quindi essere considerato direttamente responsabile delle violenze subite da questi e da molti altri cristiani” ha affermato Borji. “Il pubblico ministero - spiega - prosegue suggerendo che il protestantesimo e il ‘cristianesimo sionista’ siano la stessa cosa, dimostrando come le agenzie di intelligence iraniane distorcano la realtà per garantire le condanne”. 

L’attivista ricorda infine come Teheran consideri, sbagliando, le organizzazioni di espatriati cristiani iraniani all’estero e i suoi membri alla stregua di agenti di agenzie di intelligence straniere, senza fornire alcuna prova. Tutto questo, avverte, per ”giustificare e razionalizzare la violenza giudiziaria”. “Questi esempi - conclude Borji - dimostrano chiaramente come i cristiani iraniani fra i quali Joseph, Nasser, Aida, Lida e il quinto cristiano siano stati condannati per nessun altro motivo se non quello delle loro normali attività religiose, tra cui il desiderio di condividere le loro credenze con gli altri e di offrire loro l’opportunità di leggere i testi sacri”. Una spirale crescente di repressione, mentre ufficialmente la Repubblica Islamica dell’Iran “afferma di garantire ai suoi cittadini la libertà religiosa, quando è evidente che tale libertà di scelta non esiste”.

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