Parroco di Taybeh: il nostro Avvento, più forte delle violenze dei coloni

Ad AsiaNews p. Bashar Fawadleh racconta di una sicurezza “fragile” e una normalità “gravemente compromessa” nella cittadina cristiana della Cisgiordania. I fedeli seguono comunque le celebrazioni e dalle Chiese arrivano prove di “unità ed ecumenismo”. Al desiderio di fuga di alcune famiglie, la testimonianza di fede e resilienza di quanti scelgono ogni giorno di rimanere. La speranza come “qualcosa di fragile e profondo”.

di Dario Salvi

Milano (AsiaNews) - La sicurezza “è fragile”, la vita normale “gravemente compromessa” come emerge da “diversi episodi allarmanti” anche recenti, il quadro “psicologico ed emotivo è contrastante”, ma nonostante le “circostanze difficili e instabili” la parrocchia “vive l’Avvento con grande spiritualità”. È quanto racconta ad AsiaNews p. Bashar Fawadleh, parroco di Taybeh in Cisgiordania, villaggio di circa 1500 abitanti con tre chiese a 30 km a nord di Gerusalemme e a est di Ramallah, famoso per essere l’ultima cittadina palestinese abitata per intero da cristiani. Tra i residenti oltre 600 sono cattolici latini, mentre i restanti si distribuiscono tra greco-ortodossi e cattolici greco-melchiti. Nei mesi scorsi la zona era stata teatro di ripetuti attacchi di coloni ebraici, con case prese d’assalto e case incendiate, tanto da spingere il patriarca latino di Gerusalemme card. Pierbattista Pizzaballa e il primate greco-ortodosso Teofilo III a compiere una visita di solidarietà.

La minaccia più consistente, spiega il sacerdote, resta quella dei coloni che tentano di “incendiare o vandalizzare siti religiosi, compresa l’area circostante la storica chiesa di San Giorgio e l’antico cimitero adiacente”. A questo, prosegue, si sommano “frequenti attacchi a proprietà private: auto incendiate, ulivi sradicati, terreni agricoli distrutti e bestiame liberato nei campi. L’incidente più recente - ricorda - ha riguardato il rogo di due auto il 5 dicembre scorso”. Vi sono poi “stupri e intimidazioni sulle strade che circondano Taybeh, rendendo più pericoloso il viaggio verso Ramallah o i villaggi vicini”. Questa escalation ha determinato inoltre un crollo dell’economia locale, in particolare “agricoltura e turismo di piccola scala. Studenti e lavoratori - sottolinea p. Bashar - devono affrontare ritardi o pericoli imprevisti sulle strade. Molte famiglie vivono nella costante paura di un altro attacco, la sicurezza è fragile, la vita normale è compromessa”.

In circostanze “difficili e instabili”, la comunità cristiana vive le celebrazioni dell’Avvento “con grande spiritualità” prosegue il sacerdote. Oltre a messe e preghiere, il 4 dicembre si sono aperte le “Christmas Night” con la musica a riempire le vie del villaggio. L’iniziativa si svolge all’insegna del tema “Il nostro Natale è la storia di una terra” e ha visto la partecipazione di centinaia di cristiani; per la giornata inaugurale, tenuta nel monastero latino, sono giunte anche delegazioni straniere, rappresentanti istituzionali e personalità del corpo diplomatico. Una prova di “unità ed ecumenismo” delle Chiese, sottolinea il parroco, che ha voluto anche ricordare partendo dalla scelta del tema “le nostre sofferenze sotto l’occupazione e i coloni, l’incendio di terreni e auto, il pascolo estensivo e la distruzione dei raccolti”. Intanto il comitato dei sacerdoti “continua le sue attività, celebrando le funzioni, preparando programmi di catechismo e riunendo le famiglie per la preghiera. Abbiamo deciso - afferma - di organizzare queste celebrazioni sotto un tema che collega la terra alla Natività, poiché è da questa terra che la storia viene sempre scritta”.

Ciononostante, il clima “psicologico ed emotivo” a Taybeh “è contrastante: da un lato, molti residenti stanno dimostrando una notevole resilienza” e hanno rafforzato “il loro senso di missione a rimanere” perché la sola presenza è “testimonianza della loro fede” e “molti trovano forza nella preghiera e nella solidarietà”. Dall’altro, aggiunge, “la popolazione, in particolare i giovani e le famiglie, sperimenta nel quotidiano l’ansia causata dagli attacchi dei coloni, dai posti di blocco improvvisi e dai disagi”. Alcune famiglie sono emigrate di recente e molte altre stanno seriamente considerando di andarsene, una lo ha fatto proprio in queste ore. “Sebbene la fede rimanga presente e significativa, la comunità - conferma il parroco - sta anche vivendo un vero e proprio trauma, esaurimento e paura. Questi due sentimenti coesistono: fede incrollabile e profonda vulnerabilità”.

A portare sollievo nei mesi scorsi dopo uno dei molti attacchi dei coloni alla comunità cristiana locale anche il card. Pizzaballa e il patriarca Teofilo III. “La visita - ricorda p. Bashar - è stata di grande importanza” perché ha portato “sostegno morale, attenzione internazionale e una rinnovata consapevolezza che le sofferenze della comunità sono riconosciute dalla Chiesa in generale”. Gli abitanti di Taybeh, prosegue, affermano spesso che “la presenza dei leader ecclesiastici - attraverso visite, dichiarazioni o iniziative umanitarie - li aiuti a sentirsi meno isolati. La Chiesa rimane un pilastro spirituale e sociale: fornisce istruzione attraverso le sue scuole, mantiene la vita comunitaria, promuove a livello globale la protezione e la dignità e crea opportunità di lavoro temporaneo e permanente attraverso le istituzioni ecclesiastiche locali”. Allo stesso tempo, avverte, molti residenti comprendono che “sebbene la Chiesa offra sostegno e assistenza, non può cambiare da sola la situazione politica e di sicurezza generale” e “le sfide rimangono immense”.

Infine, il parroco riserva una riflessione all’Anno giubilare e al significato della parola “speranza” in una realtà come quella di Taybeh. “La speranza - sottolinea - è diventata qualcosa di fragile e profondo allo stesso tempo. Significa: mantenere la fede nonostante la paura, continuare la vita quotidiana nonostante l’incertezza, credere che la pace e la giustizia siano ancora possibili in una terra lacerata dal conflitto”. Per molti, prosegue, è “radicata nella fede: preghiera, pratiche religiose e fede nella presenza di Dio nella sofferenza. Nella solidarietà: interna, con le famiglie che si sostengono a vicenda e rifiutano di lasciare la terra dei loro antenati, ed esterna mediante le visite della Chiesa di tutto il mondo. Nella testimonianza: la convinzione che preservare la presenza cristiana in Terra Santa sia vitale per l’intera Chiesa mondiale”. Tuttavia, conclude, “questa speranza non è né facile, né da prendere alla leggera. È una speranza persistente, una speranza che resiste nonostante al dolore, allo sfollamento e alla crescente paura del futuro. Eppure, rimane la forza - conclude il parroco - che impedisce la disperazione e ispira quanti scelgono di rimanere”.

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