Bangkok vuole chiudere i campi dei rifugiati birmani. Thailandia e Myanmar trattano

Nei nove campi allestiti al confine fra i due Paesi vivono circa 140mila persone, appartenenti a diversi gruppi etnici, in condizioni dure. Molti hanno partecipato a conflitti armati contro il governo del Myanmar, nel corso degli anni. Le Nazioni Unite chiedono che i rimpatri siano “assolutamente” su base volontaria.

Bangkok (AsiaNews/Agenzie) – Sono in corso colloqui fra i governi thailandese e birmano per la chiusura dei nove campi di rifugiati dal Myanmar attualmente esistenti sul confine fra i due Paesi. I nove campi ospitano più di 140mila persone appartenenti a vari gruppi etnici. Fino a questo momento non è stata stabilita nessuna data precisa per la chiusura, e il governo thailandese ha annunciato che il piano dovrebbe comprendere un programma di aiuto al lavoro per i rifugiati, alcuni dei quali vivono nei campi da più di 20 anni. Un portavoce del ministero degli Esteri thailandese ha detto che il suo governo “aiuterà a con programmi educativi e di sviluppo delle risorse umane i rifugiati, per prepararli a tornare nel loro Paese e a giocarvi un ruolo costruttivo”.

Il problema è stato affrontato al margine di un incontro dei ministri degli Esteri dell’Asean. Successivamente il responsabile del Consiglio di sicurezza nazionale thailandese Thawil Pliensri ha dichiarato che la questione è stata discussa con il Primo ministro a Bangkok. “Non posso dire quando chiuderemo i campi, ma vogliamo farlo e stiamo discutendo con il governo del Myanmar”, ha dichiarato Thawil Pliensri.

I rifugiati appartengono soprattutto a gruppi etnici, come i Karen, che sono stati impegnati in conflitti armati con i diversi governi birmani nel corso degli anni. Le condizioni di vita nei campi sono dure. I rifugiati non hanno il permesso di lavorare, o di lasciare il proprio campo. I campi sono gestiti attualmente da agenzie di aiuto internazionali. Una portavoce dell’United Nations Relief Agency a Bangkok, Kitty McKinsey, ha dichiarato: “La soluzione non è obbligare la gente a tornare in un Paese che è ancora pericoloso. Quello che vorremmo davvero vedere è che il ritorno avvenga in sicurezza e dignità, e che sia assolutamente su base volontaria”.

 

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