Bangkok, slitta (di nuovo) il voto sul governo. Ombre sul rientro di Thaksin

Il Parlamento vuole prima aspettare la pronuncia della Corte costituzionale. In gioco una (possibile) nuova nomina a premier del leader di Move Forward. I colloqui in corso del Pheu Thai dopo la rottura dell’alleanza con Pita Limcharoenrat. Si allontana la prospettiva di un ritorno in patria dell’ex premier Shinawatra.

di Stefano Vecchia

Bangkok (AsiaNews) - La decisione annunciata ieri dal presidente del Parlamento thai, Wan Muhamad Noor, fa slittare nuovamente il voto per la designazione del nuovo capo del governo in attesa che la Corte costituzionale si pronunci sulla petizione del Parlamento. Parte dell’assemblea contesta infatti la decisione dei giudici di bloccare una nuova nomina a premier di Pita Limcharoenrat, leader del partito Move Forward risultato il più votato nella coalizione e legittimato a sostituire alla guida del Paese i partiti filo-militari al potere dal 2019. Una leadership erede diretta del colpo di stato di cinque anni prima e reso possibile dalla Costituzione da essi scritta nel 2017, che rende pressoché impossibile un’alternativa democratica.

Il 12 luglio Pita era stato proposto all’unanimità dalla maggioranza alla carica di primo ministro, ma è risultato sconfitto per poche decine di preferenze dal voto congiunto di deputati e senatori (questi ultimi di sola nomina militare). Una settimana più tardi sono invece emerse le evidenti divergenze di interesse tra il Move forward e il secondo partito della maggioranza, il Pheu Thai, che aveva impedito un accordo sul suo nome. Cosa che aveva permesso, pur con forti dubbi di costituzionalità, che ne venisse esclusa una ulteriore candidatura. Una decisione della Corte su questo punto dovrebbe arrivare il 16 agosto, ma anche se difficilmente potrà cambiare le sorti per Pita - squalificato su richiesta della Commissione elettorale dal ruolo di parlamentare per presunto confitto di interessi - l’attesa sta già portando a un effetto a catena.

Nei giorni scorsi il Pheu Thai ha di fatto sconfessato l’alleanza con Move Forward. In seguito, i leader hanno avviato colloqui ad ampio raggio per una nuova maggioranza che includa anche parte degli ex avversari politici, pur confermando al contempo che non verrà ufficializzata alcuna alleanza prima della decisione dei giudici costituzionali. Inoltre, l’incertezza della situazione e le trattative in corso, in modo informale, a volte addirittura clandestino tra le parti politiche e l’ex primo ministro Thaksin Shinawatra, rendono impossibile il rientro di quest’ultimo già annunciato per il 10 agosto, con conseguenze pesanti e non del tutto prevedibili.

Thaksin, controverso per le sue politiche, tanto popolare nei ceti meno favoriti quanto fortemente inviso all’establishment filo-monarchico, ai militari e ai grandi oligopoli, è esule volontario dal 2008. A suo carico pendono numerosi provvedimenti giudiziari, nel frattempo in parte decaduti, ma che potrebbero costargli diversi anni di carcere. In mancanza di un accordo sulla sua sorte e sulla sua sicurezza negoziati dal Pheu Thai di cui è stato fondatore e di cui è rimasto di fatto leader anche per buona parte della sua permanenza all’estero, difficilmente potrebbe rimettere piede in patria senza rischiare conseguenze legali o personali.

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