Fiumi avvelenati dal Myanmar: proteste all'ambasciata cinese di Bangkok

Manifestazioni hanno denunciato inquinamento provocato da miniere oro e terre rare nello Stato Shan. Ma le aree estrattive sono controllate da gruppi etnici armati sostenuti da Pechino, non dalla giunta birmana: in Thailandia si discute su inefficacia di una diplomazia che considera Naypyidaw come unico interlocutore.

di Gregory

Bangkok (AsiaNews) - Decine di attivisti thailandesi hanno manifestato davanti all’ambasciata cinese a Bangkok chiedendo a Pechino di intervenire contro l’inquinamento dei fiumi del nord della Thailandia, dove negli ultimi mesi sono stati rilevati livelli elevati di arsenico e altri metalli pesanti. Le sostanze tossiche provengono dalle attività minerarie nello Stato Shan, nel nord-est del Myanmar, dove negli ultimi anni, in concomitanza con la guerra civile scoppiata nel 2021, l’estrazione di oro e terre rare è cresciuta rapidamente nelle aree controllate da gruppi armati etnici sostenuti dalla Cina.

Le proteste riflettono la crescente preoccupazione dell’opinione pubblica thailandese, ma anche la difficoltà di individuare un interlocutore in grado di affrontare il problema. Pechino ha respinto le accuse, sostenendo che la questione debba essere affrontata direttamente tra Thailandia e Myanmar. La realtà sul campo, però, conferma al contrario che l’intervento di Pechino è l’unico fattore che potrebbe realmente portare a un cambiamento: gran parte delle miniere si trova infatti nei territori controllati dallo United Wa State Army (UWSA), uno dei più potenti gruppi etnici armati del Myanmar, di fatto in controllo di un proprio territorio autonomo lungo il confine con la Cina, che nel corso dei decenni ha finanziato e sostenuto il gruppo per tutelare i propri interessi.

Dopo il colpo di Stato del 2021, il controllo della giunta militare birmana sulle regioni di confine si è ulteriormente ridotto. Oggi vaste aree degli Stati Shan e Kachin sono amministrate dai gruppi armati che compongono l’opposizione al regime birmano, molte delle quali intrattengono stretti rapporti economici con le imprese cinesi. Diverse analisi hanno confermato che l’aumento della domanda di terre rare ha favorito un’espansione dell’attività estrattiva in queste aree (ricchissime di minerali critici) spesso priva di controlli ambientali.

Il problema ha da tempo assunto una dimensione transfrontaliera. I fiumi Kok, Sai, Ruak e Mekong attraversano il Myanmar prima di entrare nella Thailandia settentrionale, dove riforniscono di acqua potabile e irrigano vaste aree agricole nelle province di Chiang Rai e Chiang Mai. Le autorità thailandesi hanno rilevato concentrazioni di arsenico superiori ai limiti di sicurezza, mentre test sanitari hanno individuato tracce del metallo pesante anche in alcuni residenti delle comunità lungo il fiume Kok. L’inquinamento sta già devastando più settori: la pesca, l’agricoltura e il turismo locale.

La vicenda è arrivata anche in Parlamento. Il presidente della Commissione senatoriale per i diritti umani, Norasate Prachyakorn, ha criticato il governo per non aver risposto entro i sessanta giorni previsti alle richieste di chiarimento inviate dagli esperti indipendenti delle Nazioni unite sull’inquinamento proveniente dalle miniere nello Stato Shan. Gli stessi quesiti erano stati inviati anche al governo cinese e alla giunta militare birmana. Il senatore ha chiesto all’esecutivo di avviare negoziati sia con Pechino sia con Naypyidaw, definendo la contaminazione dei corsi d’acqua “una minaccia urgente per la salute pubblica”.

Ma le aree minerarie da cui proviene l’inquinamento non sono controllate dalla giunta di Min Aung Hlaing, bensì dall’UWSA. Per cui una normale trattativa diplomatica tra Bangkok e Naypyidaw rischia di avere effetti limitati su territori dove il regime birmano di fatto non ha nessun controllo. 

Allo stesso tempo, poi, il deputato Kannavee Suebsang ha invitato il governo thailandese a non contribuire alla normalizzazione internazionale della giunta militare dopo la recente visita di Min Aung Hlaing in Laos, la prima in un Paese dell’ASEAN da quando, ad aprile, il generale ha assunto anche formalmente la presidenza del Myanmar. Secondo il parlamentare, qualsiasi iniziativa diplomatica che coinvolga soltanto la giunta è destinata a fallire, perché oggi ampie porzioni del Paese sono amministrate da organizzazioni etniche armate e dalle Forze di difesa del popolo (PDF), milizie nate dopo il golpe del 2021 e fedeli al Governo di unità nazionale in esilio.

La Thailandia condivide oltre 2.400 chilometri di frontiera con il Myanmar, ospita più di 80mila rifugiati birmani e subisce direttamente le conseguenze economiche, ambientali e umanitarie del conflitto. Secondo Kannavee, una soluzione duratura richiede un processo di pace inclusivo che coinvolga, oltre alla giunta, anche le organizzazioni etniche, le forze democratiche e la società civile.

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