La difficile fuga dei sacerdoti dalla Chiesa russa

La vicenda di p. Uminskij, sospeso a divinis per il rifiuto di recitare la preghiera della Vittoria, non è un caso isolato. L'ex collaboratore di Kirill Sergej Čapnin, oggi ricercatore negli Usa, racconta di molti sacerdoti stanchi di benedire le armi che vorrebbero passare ad altre Chiese ortodosse nazionali. E tra loro c'è persino chi - per superare gli ostacoli posti da Mosca - cerca di entrare negli Stati Uniti come clandestino dal Messico.

di Stefano Caprio

Mosca (AsiaNews) - Molti sacerdoti del patriarcato di Mosca sono ormai esasperati dalla retorica patriottica e guerrafondaia, obbligatoria anche nella recita delle preghiere in Chiesa “per la vittoria della Santa Rus”, e cercano disperatamente una via di fuga. L’ex-collaboratore del patriarca Kirill. Sergej Čapnin, ora ricercatore negli Usa presso la Fordham University, riceve continuamente richieste da parte di molti di loro, che chiedono di continuare il proprio servizio presso una delle altre Chiese ortodosse nazionali, e non sanno come organizzare il passaggio.

Alcuni sacerdoti sono riusciti ad allontanarsi senza dare nell’occhio, facendosi sollevare da tutti gli incarichi e magari trasferendosi in altri Paesi, ma dal 2011 anche questa soluzione è diventata sempre più complicata, con una direttiva patriarcale che permette di uscire za štat, senza incarichi ecclesiastici, solo per motivi di salute, con relativa documentazione di sostegno. In tutti gli altri casi, dopo un breve periodo sabbatico, si è obbligati a tornare nei ranghi, oppure si viene sospesi dal ministero, o addirittura ridotti allo stato laicale, misura applicata più volte soprattutto in questa fase bellica, per evitare “ritirate strategiche” dall’impegno clerical-patriottico.

Come spiega Čapnin, “la macchina punitiva patriarcale è diventata particolarmente efficace negli anni della guerra nei confronti dei preti diversamente pensanti, e soprattutto in quelli che esprimono sentimenti pacifisti”. Si attivano non soltanto i tribunali ecclesiastici centrali, ma anche le commissioni diocesane, che fungono da terminali investigativi prima ancora che disciplinari, coinvolgendo direttamente gli ordinari delle varie eparchie. Nelle sentenze non si iscrive mai il “reato di pacifismo”, ma si accenna genericamente ad atti di disobbedienza.

Ai sacerdoti anche soltanto “poco entusiasti” della propaganda bellica vengono anzitutto rivolte delle ammonizioni benevole, per poi passare alle minacce non solo di punizioni o sospensioni, ma anche di annullamento del privilegio sacerdotale rispetto alla mobilitazione nell’esercito, col rischio di essere inviati al fronte direttamente dal ministero della Difesa. A fine 2022 il patriarca Kirill aveva stretto un accordo con i militari per evitare la coscrizione degli ecclesiastici “finché svolgono le proprie funzioni sacerdotali”.

Ai sacerdoti ridotti allo stato laicale si applica poi la Regola apostolica n.25, che giustifica la massima misura per i chierici che si rendono colpevoli di “azioni immorali, violazione del giuramento e furto”. Il venir meno alle promesse sacerdotali è legato al rifiuto di recitare in chiesa la preghiera per la Vittoria, come nei giorni scorsi è stata emessa l’accusa nei confronti nel noto sacerdote moscovita padre Aleksej Uminskij (nella foto), erede della comunità ecumenica e liberale del “padre spirituale del dissenso” negli anni sovietici, padre Aleksandr Men, assassinato da ignoti nel 1990.

Le altre Chiese ortodosse locali, comprese quelle più vicine storicamente al patriarcato di Mosca come quelle di Bulgaria, Serbia, Cechia e Polonia, o il patriarcato di Antiochia, sono molto restie ad accogliere preti in fuga dalla Russia, sia per complessità di burocrazia ecclesiastica, sia soprattutto per timore di reazioni ostili da parte di Kirill e dell’apparato statale russo. Negli Stati Uniti esistono giurisdizioni ortodosse abbastanza liberali, ma non si permette ai preti russi di entrare ufficialmente nel Paese per svolgere la propria missione; ad alcuni, come ricorda Čapnin, è stato consigliato perfino di entrare come clandestini dal Messico, e già qualche sacerdote ha provato anche questa pericolosa avventura. In generale, i preti che vanno all’estero dovrebbero ricevere un documento di permesso dal patriarcato di Mosca, lasciapassare che ovviamente non ha nessuna intenzione di concedere ai “non allineati”.

Come spiega l’ex-segretario di Kirill, rimane soltanto la “speranza nella Calcedonia salvifica”, rivolgendosi direttamente al patriarcato ecumenico di Costantinopoli, che dalle norme canoniche dell’antico Concilio di Calcedonia dell’anno 451 ha il diritto di restaurare nel ministero i sacerdoti sospesi dai vescovi come “suprema istanza” ecclesiastica. Il patriarcato di Mosca ovviamente non riconosce questo diritto, e cerca di contrastarlo allungando all’infinito i tempi dei processi canonici, lasciando i sacerdoti in un “purgatorio ecclesiastico” da cui è assai difficile uscire.

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