La morte di Filaret, l'uomo dell'inizio dello scisma tra ortodossi ucraini e russi

Scomparso all'età di 98 anni il patriarca emerito di Kiev. Era stato a lungo definito "il più sovietico tra i metropoliti", ma nel 1990 si vide scavalcato da Aleksij a Mosca dopo la morte di Pimen. Nel 1992 ruppe per primo la comunione coi russi portandosi dietro buona parte del clero. Finché nelle convulse trattive durante la presidenza Porošenko fu poi Kirill a rifiutare un accordo pensando (a torto) di poterlo rendere ininfluente in Ucraina.

di Vladimir Rozanskij

Kiev (AsiaNews) - Il 20 marzo è tornato alla casa del Padre all’età di 98 anni il patriarca emerito della Chiesa ortodossa ucraina Filaret, dopo 77 anni di vita monastica e 65 di ministero episcopale, con le condoglianze del metropolita Pzu di Kiev Epifanyj (Dumenko), a lungo suo segretario, che ha sottolineato come Filaret abbia “occupato un posto speciale nella storia contemporanea della Chiesa e dell’intera Ucraina”, iniziando dal 1992 il distacco da Mosca.

Al secolo Mikhail Denisenko, nato il 23 gennaio 1929 nel villaggio ucraino di Blagodatnoe in quella che allora veniva chiamata Stalinskij Okrug, la “provincia di Stalin”, egli stesso si era attribuito il titolo di “patriarca di Kiev e di tutta la Rus-Ucraina” il 20 ottobre 1995, dopo essere stato scomunicato dal patriarca di Mosca Aleksij II (Ridiger) per aver chiesto subito dopo la fine dell’Urss l’autocefalia della Chiesa ucraina. Egli ricopriva la carica di metropolita di Kiev dal 1966, come “esarca patriarcale di tutta l’Ucraina”, e per due mesi, maggio-giugno del 1990, era stato anche il reggente (luogotenente) del patriarcato di Mosca, dopo la morte del patriarca Pimen (Izvekov). Secondo varie ricostruzioni, aveva ottenuto dal Kgb sovietico, che ancora controllava le vicende ecclesiastiche, la garanzia di essere eletto patriarca di tutta la Chiesa ortodossa russa.

Al suo posto venne invece eletto Aleksij, allora metropolita di Leningrado, si dice per intervento del metropolita Kirill (Gundjaev), l’attuale patriarca di Mosca che allora ricopriva la carica di presidente del Consiglio per gli affari esterni del patriarcato, ed era il personaggio più influente anche nei rapporti con la politica. Kirill era stato consacrato vescovo nel 1976 a soli 29 anni, e tra i celebranti vi era proprio Filaret, che a sua volta era diventato vescovo a 33 anni nel 1962, come vescovo ausiliare di Leningrado. Il rapporto tra i due patriarchi è rimasto poi piuttosto conflittuale, rappresentando due diverse concezioni della Chiesa ortodossa post-sovietica. Al rifiuto della concessione dell’autonomia aveva rotto per primo con Mosca nel 1992, portandosi dietro buona parte del clero, rimanendo fino al 2018 un personaggio autonomo nel panorama dell’Ortodossia come patriarca “autoproclamato” e molto legato alle spinte autonomiste dell’intera Ucraina, diventata uno Stato indipendente dopo la fine dell’Urss e dilaniata fin da allora tra la dipendenza dalla Russia e la volontà di affermarsi come un Paese integrato all’Europa occidentale.

Nel 1997 era stato privato dello stato clericale con un anatema definitivo da parte del patriarcato di Mosca, finché nel 2018 il Sinodo del patriarcato ecumenico di Costantinopoli non ha accolto il suo appello, reintegrandolo nello stato episcopale, ma senza confermare il suo titolo patriarcale, definendolo soltanto come “ex-metropolita di Kiev e della Galizia” ormai a riposo, essendo già allora alla soglia dei 90 anni. Egli però non accolse con favore questa decisione, e quando il suo segretario Epifanyj venne infine nominato dal patriarca Bartolomeo II (Archontonis) come metropolita di Kiev della Chiesa Ortodossa dell’Ucraina (Pzu), egli fu ridefinito “patriarca emerito”, il titolo con cui oggi viene commemorato; ma anche questa decisione fu da lui rifiutata, rimanendo separato anche dalla Chiesa nazionale, in un isolamento confortato solo dalla solidarietà di alcuni sacerdoti e di pochi fedeli rimasti accanto a lui fino alla fine.

Filaret è stato definito “il più sovietico dei metropoliti”, per la sua attiva partecipazione alle attività del Consiglio per gli affari religiosi, che per conto del Pcus gestiva le questioni della Chiesa ortodossa e delle altre associazioni religiose nell’Unione Sovietica, e anche per questo contava sulla sua ascesa fino al soglio patriarcale di Mosca. Nelle convulse trattative tra Kiev, Mosca e Costantinopoli negli anni della presidenza ucraina di Pavel Porošenko (2015-2019), anche in Russia molti consigliavano al patriarca Kirill di concedere direttamente l’autocefalia alla Chiesa di Kiev, che dipendeva dai russi fin dalla fine del ‘600, primo fra tutti l’allora vescovo ausiliare di Mosca Tikhon (Ševkunov), il “padre spirituale di Putin” cha voleva evitare la rottura con gli ucraini, suggerendo a Filaret di rivolgere una richiesta in questo senso a Mosca. Kirill rifiutò l’appello, per l’invincibile ostilità che nutriva per il suo consacrante episcopale, pensando di annullare così il suo influsso sugli ucraini. Non fu così, e si consumò uno scisma non soltanto religioso, ma anche ideologico e politico, fino a diventare un conflitto militare senza fine, che Filaret ora osserva dall’alto, confidando nella vittoria da celebrare a livello apocalittico, come specchio perenne delle aspirazioni del mondo russo e ucraino.

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