La Pasqua dei martiri della Russia sovietica

Una piattaforma russa on-line trasmette in questi giorni una serie di documentari intitolati la “Parola vivente”, dedicata a grandi figure dell'ortodossia uccise durante gli anni successivi alla rivoluzione bolscevica. Figure che ricordano che si può dare la vita per ideali che uniscono fede religiosa, carità evangelica e amore per la propria patria, non per distruggere il nemico, ma per costruire un mondo nuovo.

di Stefano Caprio

Il martirio è il messaggio principale della Pasqua, che celebra la morte e la risurrezione di Cristo, e in questi anni di guerra sanguinaria e religiosa tra Oriente e Occidente, dalla Russia all’America passando per l’Ucraina e il Medio Oriente fino alla Terra Santa, il numero dei morti innocenti diventa sempre più impossibile da calcolare. Nel tempo in cui viviamo il “martirio” è stato sostituito dal “genocidio”, rivoltando la testimonianza di chi dona la vita per la fede con le masse anonime accomunate dall’etnia, dalla lingua e dai “valori tradizionali” oltraggiati dai nemici, indicati specularmente da tutte le parti coinvolte nei conflitti ibridi e bellici in corso, e proiettati anche nelle tragedie della storia passata, riscritta secondo i nuovi canoni politico-ideologici.

Una delle iniziative più clamorose in questo senso è stata la sostituzione del “Museo del Gulag”, fondato a Mosca nel 2001 da chi aveva trascorso diversi anni nei lager sovietici, con il “Museo delle vittime del genocidio nazista contro il popolo sovietico”. La versione precedente offriva testimonianze di persone finite nel “tritacarne” staliniano, oltre alle statistiche ufficiali sulle repressioni degli anni Trenta, mentre il nuovo museo si concentra sull’eroismo della resistenza all’invasione dell’Operazione Barbarossa, ordinata da Hitler nel 1941 e respinta con il sacrificio di milioni di persone, da Stalingrado a Leningrado fino all’Ucraina sovietica.

La retorica della Vittoria diventa il nuovo annuncio della rinascita della Russia di fronte all’Anticristo occidentale, che costituisce la motivazione fondamentale della guerra di Putin, iniziata oltre quattro anni fa contro l’Ucraina con l’intenzione di giungere alla definitiva Apocalisse del Mondo Russo contro tutti i demoni schierati in ogni parte dell’universo, oggi anche intorno alla Luna con la nuova missione americana Artemis II, che i russi vorrebbero invece rivendicare come “Luna Russa” (e anche un bel po’ cinese).

Colpisce quindi un’iniziativa televisiva che ritorna alla memoria delle vittime sovietiche, proprio in questi giorni di memoria del martirio cristiano. Il 5 aprile, giorno della Pasqua cattolica e della Domenica delle Palme ortodossa, la piattaforma russa on-line Okko offre la prima visione di una serie di documentari intitolati Živoe Slovo, la “Parola Vivente”, dedicata ai martiri e confessori durante gli anni successivi alla rivoluzione bolscevica. Si tratta di quattro episodi di “vite di santi russi del XX secolo”, fedeli agli ideali cristiani negli anni della persecuzione ateista, certamente importanti per la propaganda patriottica della superiorità della “vera fede” russa, ma della quale essi non erano certo volontari protagonisti, e le loro vicende aiutano a ricordare che la santità in Russia è molto di più dell’orgoglio politico-religioso.

Verranno trasmesse le storie del martire missionario Nikolaj Varžanskij, dal titolo “Me ne vado nell’eternità”, del sacerdote martire Roman (Medved), “Cercare sempre la perfezione”, della martire Tatiana Grimblit, “Vorrei offrire a te la mia vita” e del vescovo martire Faddej (Uspenskij), “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”. Le loro vicende si svolgono su tutto il territorio della Russia, da Petrozavodsk a Tomsk, da Sebastopoli a Perm, con oltre venti ore di interviste a storici, ricercatori ed esponenti del clero ortodosso, sulla base di importanti materiali d’archivio, documenti e cronache cinematografiche, anche con diverse scelte scenografiche, come la riproduzione delle omelie di Faddej in modalità del discorso diretto dell’arcivescovo, senza aggiungere altre parole. La produzione è stata sostenuta dal Fondo presidenziale per le iniziative culturali, radunando un gruppo di giovani registi e compositori, sotto la supervisione dell’archimandrita ortodosso Damaskin (Orlovskij), membro della Commissione sinodale per le canonizzazioni dei santi.

Nikolaj Varžanskij era nato nel 1881 in Volynia, regione occidentale dell’Ucraina, e aveva concluso gli studi da seminarista all’Accademia Teologica di Mosca nel 1907 con una tesi sul rapporto tra la teologia ortodossa e quella latina, riprendendo l’eredità del grande teologo Petro Mogila di inizio Seicento, uno dei fondatori spirituali dell’Ucraina. Lo stesso anno si sposò con Zinaida Neofitova, figlia di un altro sacerdote poi fucilato insieme con lui dai sovietici nel 1918, Neofit Ljubimov, noto missionario e predicatore. Egli si unì al suocero nell’attività missionaria di formazione cristiana del popolo, e nel 1910 aveva pubblicato un «Catechismo ortodosso anti-settante”, che ebbe una grandissima diffusione e risulta quanto mai attuale ancora oggi, quando al di fuori dell’appartenenza formale alla Chiesa ortodossa, buona parte della popolazione russa si rivolge alle divinità pagane degli antichi slavi.

Il sacerdote Roman (Medved), nato nel 1874, era un figlio spirituale del santo Ioann Kronštadskij, il “Giovanni Bosco” russo che agli inizi del Novecento si dedicava all’assistenza ai poveri e ai ragazzi, proponendo una versione socialmente e politicamente attiva dell’Ortodossia predicando dalla sua isola di Kronštadt di fronte al porto di San Pietroburgo. Diventato sacerdote nel 1901, padre Roman svolse il suo ministero nella capitale imperiale e quindi a Sebastopoli in Crimea, come cappellano dei marinai russi. Dal 1918 formò a Mosca una comunità molto fervente, cercando di dimostrare fedeltà al nuovo regime, ma fu comunque arrestato nel 1931, all’inizio del terrore staliniano, e condannato a 10 anni di lager. Fu liberato in gravi condizioni di salute nel 1936, ma l’anno dopo vollero arrestarlo di nuovo, ormai alle soglie della morte che avvenne l’8 settembre 1937. Le sue spoglie sono state esposte nel 1999, alla vigilia del Giubileo, nella chiesa moscovita della Protezione della Madre di Dio sulla collina Liščikovaja, sopra le sponde della Moscova.

Tatiana Grimblit nacque nel 1903 nella città siberiana di Tomsk, e a soli 17 anni perse il padre e si mise a lavorare in una colonia per bambini come educatrice. Cresciuta con un profondo spirito cristiano, volle dedicarsi con tutte le sue forze all’amore per il prossimo; nel 1920 si concluse in Siberia la guerra civile tra Armata Rossa e Bianca, e cominciarono le repressioni con arresti e detenzioni. Ella decise di distribuire tutti i suoi averi e quello che raccoglieva nelle chiese di Tomsk per sfamare i detenuti nella prigione della città, cercando di mettersi d’accordo con le guardie, e per questa attività di beneficenza fu arrestata più volte, con l’accusa di “propaganda antisovietica in aiuto a elementi controrivoluzionari”. La Trojka dell’Nkvd, il tribunale sommario della polizia politica, la condannò alla fucilazione, che avvenne il 23 settembre 1937 nel poligono di Butovo alla periferia di Mosca, oggi luogo della memoria dei martiri del periodo rivoluzionario.

L’arcivescovo Faddej (Uspenskij), nato nel 1872 nella regione di Nižnij Novgorod, fu anch’egli vicino al santo Ioann Kronštadskij, che conobbe mentre era seminarista nell’Accademia teologica di Mosca, dove divenne figlio spirituale dello starets German che viveva in uno skit, un eremo appena fuori dalla Lavra di S. Sergij di Radonež. Nel 1908 divenne vescovo in Volynia, mantenendo i severi costumi monastici, per poi essere arrestato nel 1922, dopo aver attraversato la bufera rivoluzionaria viaggiando tra l’Ucraina e il Caucaso per assistere i fedeli fino a Vladikavkaz. Fu molto vicino al patriarca Tikhon (Bellavin), eletto nel Concilio del 1917 come bastione della Chiesa contro l’ateismo rivoluzionario, entrando e uscendo dalle prigioni e girando le diocesi rimaste senza pastori. Finché fu arrestato ancora a Tver, a nord di Mosca, nel 1937 con l’accusa di guidare una “associazione monarchico-ecclesiastica”, con la fucilazione che avvenne il 31 dicembre di quell’anno, e le sue spoglie sono venerate nella cattedrale dell’Ascensione a Tver.

Questi e tanti altri martiri ortodossi russi ci ricordano che si può davvero dare la vita per ideali che uniscono la fede religiosa, la carità evangelica e l’amore per la propria patria, non per distruggere il nemico, ma per costruire un mondo nuovo. La loro vita non è propaganda, ma testimonianza di una forza più grande di ogni inimicizia e ideologia, e dal loro sangue possiamo sperare che nasca una Chiesa rinnovata, un popolo purificato, una Russia davvero cristiana.

 

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