P. Afanasij e il pentimento dei preti ortodossi russi

A Radio Svoboda la testimonianza di uno dei religiosi che vivono all'estero dopo per aver rifiutato di recitare la preghiera per la guerra ed essere stati sospesi dal patriarcato di Mosca. Lasciata Gerusalemme, dove lavorava per la missione russa, in Belgio ora studia i Padri della Chiesa per capire come sia stato possibile questo scivolamento nel “neo-conservatorismo estremo, fino al culto del militarismo e del neo-imperialismo”.

di Stefano Caprio

Bruxelles (AsiaNews) - Lo ieromonaco Afanasij (Bukin) è uno dei tanti sacerdoti russi contrari all’aggressione nei confronti dell’Ucraina, e a febbraio del 2023 ha abbandonato la missione della Chiesa ortodossa russa a Gerusalemme, spiegando questa sua scelta con una lettera aperta. Per decreto del patriarca Kirill è stato sospeso e quindi ridotto allo stato laicale, oggi vive in Belgio e sta preparando una tesi all’università di Leuven, e ha raccontato a Radio Svoboda la sua esperienza e le sue riflessioni sulla tragedia che sta vivendo l’ortodossia russa.

A Gerusalemme padre Afanasij, nato nel 1988 a San Pietroburgo, è rimasto quattro anni, avendo una buona conoscenza del greco moderno che era molto necessaria per accogliere i tanti pellegrini ortodossi, facendo spesso anche da interprete al patriarca Teofilo III. Durante il Covid si è occupato principalmente del sito della missione e di iniziative editoriali, oltre ai turni del servizio liturgico. Ora sta cercando di approfondire le prospettive ecclesiologiche di Oriente e Occidente, da San Giovanni Crisostomo a Sant’Agostino, anche per capire come è stato possibile che i vertici della Chiesa ortodossa russa siano scivolati nel “neo-conservatorismo estremo, fino al culto del militarismo e del neo-imperialismo”.

A suo parere, il patriarcato di Mosca ha fatto nel periodo post-sovietico “un passo indietro e due in avanti”, accompagnando le tendenze in atto nello Stato russo. Dopo qualche apertura, con il dialogo con le altre Chiese che sembrava “estremamente interessante, e stimolava la creatività intellettuale”, si è passati alla chiusura totale, con grande delusione di chi si era dedicato ai rapporti esterni, come lo stesso padre Afanasij. Sembrava che si potesse finalmente arrivare a una nuova traduzione della Bibbia in russo corrente (l’ultima è stata fatta 200 anni fa, senza il crisma dell’ufficialità), integrando i grandi sviluppi della teologia russa all’estero nel periodo sovietico, ma improvvisamente si è “rialzata una barriera conservatrice, che si è messa a denunciare qualunque apertura pericolosa per la nostra salute spirituale”.

La cosa che più stupisce lo ieromonaco è che “l’esperienza della persecuzione ateista non abbia minimamente influito sulla posizione dei gerarchi della nostra Chiesa”, anche in coloro che hanno subito personalmente tali forme di repressione, e sono oggi “passati senza battere ciglio al culto di Stalin”. Secondo padre Afanasij, la maggior parte dei sacerdoti ortodossi russi “sono eredi della mentalità sovietica più che della vera tradizione ortodossa”, per cui è paradossale che un prete che ha appena ricordato i martiri nella liturgia, cinque minuti dopo affermi che “noi abbiamo bisogno di Stalin”, come gli è capitato di sentire.

Lo ieromonaco non si era unito ai trecento sacerdoti che avevano sottoscritto la lettera contro la guerra nel 2022, “tra di loro c’erano diversi miei compagni di studi, più coraggiosi di me, che cercavo di mantenermi neutrale per il bene di tutti, mi dicevano di aspettare”; ma dopo un anno non ha più potuto trattenersi dal prendere posizione. Tanti altri confratelli lo hanno sostenuto, dicendo “almeno tu lo puoi fare, noi abbiamo famiglia”, e anche diversi dei firmatari della lettera pacifista hanno dovuto adattarsi e tacere, non potendo abbandonare la Russia. Altri hanno consigliato a padre Afanasij di “chiedere perdono al patriarca, dicendo che stando all’estero mi avrebbero plagiato”.

Attualmente sono più di venti i sacerdoti russi espulsi per non aver accettato di recitare la preghiera per la guerra e la vittoria della Russia, e alcuni di essi hanno lasciato il Paese. Padre Afanasij comprende che non tutti hanno la possibilità di rifarsi una vita all’estero, con il rischio di “finire nel nulla”. Lui stesso è andato in Belgio senza sapere bene che fare, ha trovato l’aiuto dei monaci bi-ritualisti cattolici di Chevetogne, e non se la sente di giudicare o di dare consigli agli altri, ricordando solo che “la coscienza va educata e allenata, imparando a vivere il pentimento senza condannare nessuno, ma cominciando da sé stessi”.

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