L'industria delle truffe informatiche è un danno anche per Phnom Phen

La denuncia di un nuovo rapporto: proventi illegali stimati in 12,5 miliardi di dollari in un Paese dove il Pil nello stesso periodo ha sfiorato i 30 miliardi. Il dilagare di questi traffici allontana gli investitori stranieri, indebolendo la crescita economica. Mentre gli interventi repressivi delle autorità devono fare i conti con il coinvolgimento di molti cittadini cinesi "coperti" dagli interessi di Pechino in Cambogia.

di Stefano Vecchia

Phnom Phen (AsiaNews) - Un nuovo rapporto evidenzia non solo le dimensioni, ma anche la crescita del network cambogiano dedicato alle truffe online. Organizzato da potenti bande transfrontaliere, la rete gode di appoggi e opportuna distrazione delle autorità e alle sua attività è connesso lo sviuppo di altre attività illegali, come il riciclaggio di denaro, la messa in stato di schiavitù dei lavoratori coinvolti, l'estorsione.

Le iniziative internazionali e di organizzazioni locali che da tempo sollecitano inchieste e condanne, hanno potrato a alcune iniziative di repressione del fenomeno, tuttavia sono le stesse autorità a segnalare “l’utilità economica” di queste iniziative illegali per il Paese. Ultimo a tracciare le coordinate di questa situazione è il rapporto del United States Institute for Peace diffuso nei giorni scorsi e intitolato significativamente “Transnational Crime in Southeast Asia: A Growing Threat to Global Peace and Security”. Il suo scopo è mostrare – proponendo una casistica raccolta localmente - come i rapporti consolidati fra criminalità organizzata e strutture locali sono ormai radicati e che i primi prosperano senza apparenti ostacoli.

A segnalarlo sono proventi illegali stimati in 12,5 miliardi di dollari in un Paese dove nel 2022 il Pil ha sfiorato i 30 miliardi. Lo scorso anno e ancor più in questo primo scorsio del 2024 l’economia ha registrato una crescita consistente; tuttavia le sue potenzialità sono in parte limitate da interessi particolari che gestiscono una sostanziosa economia sommersa e in parte dalla fama di Paese dove iniziative criminali possono prosperare quasi indisturbate allontanando così importanti investitori.

Come sottolineato da Yong Kim Eng, presidente del People's Centre for Development and Peace, la mole dei reati informatici è di tale portata che molti osservatori stranieri sollevano il problema quando si discute del Paese ed è evidente la loro preoccupazione.

Lo stesso Kim Eng riconosce che il governo ha attuato misure repressive, compresi l’arresto e l’espulsione di molti sospetti, spesso di cittadinanza cinese. Ma proprio questo convolgimento rende problematica la repressione, dati gli stretti rapporti del governo cambogiano con Pechino, da cui riceve la maggior parte degli investimenti e degli aiuti, lasciando agli imprenditori cinesi ampie possibilità di operare nel Paese, di usarne le risorse e la manodopera. In molti casi sono iniziative che possono coprire attività illegali, come per i casinò, altro settore aperto al riciclaggio di denaro.

A riprova della connessione fra autorità locali, gruppi criminali e istituzioni sovrannazionali, i compilatori del rapporto suggeriscono che la decisione della Financial Action Task Force (organismo internazionale contro il riciclaggio) di rimuovere la Cambogia dalla “lista grigia” dei Paesi sotto osservazione avrebbe risentito dell’azione di lobby esercitata dal governo cambogiano. Se questo sia stato fatto per tutelare attività di dubbia reputazione oppure gli interessi nazionali sciogliendo i dubbi di potenziali investitori, resta una domanda senza risposta.

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