Agenti stranieri e Ortodossia, l’identità della Georgia

A Tbilisi i dirigenti del partito al potere del Sogno Georgiano definiscono i dimostranti come “radicali” e addirittura “satanisti”. Il patriarcato sostiene apertamente il governo, impegnato a combattere “l’imposizione alla popolazione del Paese delle ideologie estranee, inusuali e pericolose. Ma l’arcivescovo di Dmanisi, Zenon Iaradžuli, ha chiesto di non approvare la legge che potrebbe danneggiare anche alcune ong legate alla Chiesa.

di Stefano Caprio

Tbilisi (AsiaNews) - Al di là dei contrasti politici e delle manifestazioni contro la legge sulle “influenze straniere”, nei giorni della Pasqua ortodossa si è molto intensificata la discussione sull’identità del popolo georgiano, soprattutto tra i giovani, che sono i più sollecitati proprio dalle proteste di piazza. Sul Prospekt Rustaveli, la via centrale della capitale Tbilisi, i cortei dei dimostranti si sono incrociati con la massa delle persone che si recavano in chiesa, e oltre ai fedeli ortodossi la festa della Risurrezione di Cristo ha interrogato tanti non credenti e non praticanti, oltre ai membri della significativa minoranza musulmana della Georgia.

I dirigenti del partito al potere del Sogno Georgiano definiscono i dimostranti come “radicali” e addirittura “satanisti”, o “propagandisti della cultura Lgbt”, persone che “hanno perso ogni orientamento nella vita”. Sono i ragazzi che girano con orecchini, tatuaggi e piercing, “staccati dalle tradizioni” con i loro capelli colorati e le ragnatele stampate sul collo. Secondo le autorità governative a questi giovani “viene estirpato il gruzinstvo”, la “identità georgiana” che nel XIX secolo era stata definita dal poeta Ilja Čavčadadze con la triade “Patria, Lingua e Fede”, anche se in seguito egli stesso sostituì “Fede” con “Storia”, dopo la restituzione da parte dell’Impero Ottomano della regione dell’Adžaria al governatorato georgiano della Russia zarista, con una popolazione a maggioranza musulmana.

Il ruolo della Chiesa Ortodossa rimane comunque preminente nella coscienza popolare dei georgiani, tanto da essere iscritto perfino nella costituzione del Paese, e sostiene ancora oggi la prevalenza della “triade patriottica” su ogni altro orientamento della politica e della vita sociale. A differenza dell’Armenia, che si staccò nelle antiche dispute dogmatiche dalla dipendenza del patriarcato di Costantinopoli, la Georgia è sempre rimasta fedele all’Ortodossia bizantina, ciò che le ha permesso di rimanere in una relazione di grande assonanza anche con il dominio dello zarismo russo.

Da tante dichiarazioni di questi giorni pasquali, a cominciare da quelle del presidente del parlamento Šalva Papuašvili, “non si può essere georgiani senza essere ortodossi”, per di più fedeli praticanti della Chiesa patriarcale guidata da Ilja II, grande sostenitore della causa patriottica. In occasione dell’approvazione della legge sulle “influenze straniere”, la Chiesa ha pubblicato un testo in cui si afferma di “sostenere i desideri del popolo e dei politici di integrarsi nell’Europa”, ma allo stesso tempo “non si può tacere sulla campagna di screditamento della Chiesa nazionale, condotta dalle organizzazioni non governative e dai canali televisivi finanziati dall’estero, parallelamente alla crescita della propaganda del modello di vita peccaminoso delle tendenze Lgbt”, ragion per cui la legge appare agli ecclesiastici come assolutamente necessaria.

Il patriarcato sostiene apertamente il governo del Sogno Georgiano, impegnato a combattere “l’imposizione alla popolazione del Paese delle ideologie estranee, inusuali e pericolose, che fanno crescere la polarizzazione tra i cittadini… noi non abbiamo bisogno di aiuto nelle questioni ideologiche, e le nostre autorità statali agiscono con fermezza nella difesa dei nostri valori tradizionali”, si legge nel comunicato. Per molti critici, il testo diffuso dalla Chiesa intende distogliere l’attenzione dalla dichiarazione diffusa alcuni giorni fa dall’arcivescovo di Dmanisi, Zenon Iaradžuli, che aveva chiesto di non approvare la legge in quanto avrebbe potuto danneggiare anche alcune Ong legate alla Chiesa, creando il rischio di una “stigmatizzazione istituzionale dell’Ortodossia georgiana”.

In particolare, Zenon indicava il pericolo di favorire le posizioni diffuse “nei territori sovrani della Georgia occupati dalla Russia”, riferendosi all’Abkhazia e all’Ossezia del sud, toccando un altro tasto molto dolente della politica georgiana. Per cercare di rasserenare le parti in conflitto, il vescovo e luogotenente patriarcale Šjo Mudžuri ha invitato a “trasferire i confronti di piazza sul tavolo delle trattative, per trovare soluzioni pacifiche”, ma il cammino per la conciliazione politica, sociale e religiosa della Georgia appare ancora piuttosto impervio.

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