07/18/2016, 13.16
土耳其
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政变失败以及埃尔多安的权力:一场灾难的开始

作者 NAT da Polis

伊斯坦布尔和安卡拉再度上演支持埃尔多安的示威游行。推翻专制政权的流产政变并没有得到国家武装部队总司令的支持,逮捕人数激增、可能重新引入死刑。土耳其民主面临凯末尔世俗主义和伊斯兰极端主义势力的威胁

伊斯坦布尔(亚洲新闻)—数以千计的土耳其人再次于深夜走上首都安卡拉和伊斯坦布尔市街头声援埃尔多安总统、抗议军人政变。人群中男女老少挥舞着土耳其国旗和埃尔多安像,高呼口号。

            日前的政变后,各地处于严密警戒状态之下:至少八百名特别武装人员部署在伊斯坦布尔街头维持治安。据统计,日前的军人政变冲突中二百九十人丧生。司法部长昨天透露,至少六千人因涉嫌参与政变被捕。埃尔多安表示支持在国内重新恢复死刑制度。

La cronaca racconta che venerdì 15 luglio, un giorno  dopo la nefasta notte di Nizza, attorno alle 22 (ora locale), i canali privati  del Paese hanno trasmesso in diretta  il movimento di truppe dell’esercito turco  che ha bloccato i due ponti sul Bosforo.  Carri armati e soldati hanno preso posizione su alcuni punti della città, mentre il traffico nella metropoli di 20 milioni di abitanti continuava a fluire. Dalla capitale Ankara sono intanto giunte notizie confuse di sparatorie ed esplosioni; notizie sulla occupazione della TV pubblica TRT e dello Stato maggiore dell’esercito turco. Tutto ciò avveniva mentre il presidente turco si trovava in vacanza ad Antalya, dopo la ripresa dei rapporti con russi e Israele, in quello che molti analisti definiscono “il solito voltagabbana”, assai consueto nella storia moderna della politica turca.

Le notizie confuse sono continuate prima con la diffusione da un non ben definito comitato. Esso proclamava che l’esercito turco assumeva il potere al fine di restaurare i processi democratici in Turchia, calpestati dal suo presidente Erdogan, da tempo autoproclamatosi una specie di Re Sole dell’oriente, insieme con il suo braccio esecutivo, il partito Akp, fondato da lui stesso su valori islamici ed appoggiato dal 50% della popolazione. Di questi, almeno un 40% è legato ai tradizionali valori musulmani.

I “nuovi giannizzeri”

Il golpe è stato guidato da 1600 ufficiali turchi, per la maggior parte colonelli oltre ad alcuni generali, tutti accusati da Erdogan di fare parte del movimento Hizmet dell’imam Fetullah Gulen, considerato dallo stesso presidente turco, il suo nemico numero uno, sebbene egli sia stato suo padre spirituale. Gulen è rifugiato in Pennsylvania dal 1999 perché perseguitato dai generali turchi. Qualcuno ha definito i militari ribelli i “nuovi giannizzeri”, ribellatisi allo “strapotere del sultano”.

Fonti diplomatiche riferiscono che gran parte di loro insieme ad un grandissimo numero di magistrati stavano per essere epurati dalle prossime promozioni governative. In seguito al golpe fallito, le epurazioni sono state anticipate. La cronaca racconta pure che dopo le prime ore di confusione Erdogan ha incitato le folle con messaggi diramati tramite social network e ha dato ordine agli imam di mettere in campo i suoi supporter, che alcune cancellerie diplomatiche definiscono “i talebani di Erdogan”: Il vice capo della Mit, l’intelligence turca, diretta dal fedelissimo Hakan Fidan (anche lui era in vacanza) ha annunziato  che il tentativo di golpe  è stato annientato.

A tale proposito va rilevato che la potentissima Mit, che in passato era al servizio del potere kemalista dei generali, dal 2010 risponde direttamente ad Erdogan e ai suoi progetti. 

Ormai è accertato che i golpisti che hanno preso l’iniziativa di rovesciare Erdogan,  non hanno avuto il consenso - neppure tacito, come nei precedenti  tre golpe militari della storia repubblicana turca (1960, 1971, 1980) - dalla totalità  delle Forze armate, o di una parte consistente di loro come le forze militari. Va anche ricordato che le forze di polizia capillarmente diffuse nel territorio turco sono molto legate al potere di Erdogan.

Un altro errore commesso dai militari ribelli -dimostrando la loro totale disconoscenza nel controllo dei media - è che essi pensavano che l’occupazione della tivu di Stato Trt sarebbe stato sufficiente per controllare l’informazione. Invece Erdogan - che ha sempre accusato internet ed i social network come corruttori di anime, provvedendo spesso al loro oscuramento - è stato un abile utilizzatore, inviando messaggi ai mullah delle mosche per far scendere la gente per strada contro i golpisti, per difendere lui e il parlamento legittimamente eletti.

Qualcuno ha definito Erdogan “un jihadista”. Tra gli ambienti diplomatici si pensa che la Turchia abbia vissuto un golpe all’antica, mandando allo sbaraglio soldati di leva, massacrati dai pretoriani di Erdogan, in diretta televisiva sui canali privati. Uno dei soldati golpisti è stato addirittura sgozzato e decapitato.

Da questo fallito tentativo di golpe Erdogan e suo il potere escono di sicuro rafforzati. Ma a questo punto non sono pochi gli interrogativi che sorgono.

Verso il sultanato di Erdogan

Una prima questione è il sospetto che questo tentativo di golpe sia stato  abilmente provocato dal presidente turco per poter legittimare ancora di più il suo potere ed accelerare i tempi per ottenere la tanto desiderata riforma costituzionale, che lo consacrerebbe come  sultano del suo impero neo-ottomano, ispirato su alcuni valori tradizionali dell’Anatolia islamica. Tale concezione attinge la sua forza da una nuova classe media anatolica, economicamente emergente (definita “la tigre anatolica”) legata ai valori della tradizione musulmana, che con il loro 40% della popolazione costituisce il nocciolo duro del partito Akp, ben ramificato nel tessuto sociale del Paese.

Pe giungere a tale fine, a Erdogan occorrono i 2/3 dell’attuale parlamento (367, adesso ne ha 315), facendo convogliare i voti dall’opposizione.

In caso contrario si andrà ad elezioni anticipate e visto il clima creatosi, egli è convinto ormai di ottenere la maggioranza assoluta.

Del resto, tutte le opposizioni si sono espresse contro il fallito tentativo di colpo di stato, che mirava a destabilizzare il parlamento eletto democraticamente.

Durante le fasi agitate del fallito golpe si sono espressi via web l’ ex presidente Abbdullah Gul  e l’ex primo ministro Ahmet Davutoglu, teorico del neo-ottomanesimo, ambedue silurati da Erdogan. Quest’ultimo ha definito “martiri” le vittime dei golpisti, che “sono andati in paradiso per giusta causa”, ma ha taciuto sui poveri ignari soldati di leva massacrati dai supporter di Erdogan.

Mercanteggiare con l’occidente

Anche l’acerrimo amico/nemico Fetullah Gulen s’è schierato contro i golpisti, ma allo stesso tempo ha accusato Erdogan di averli manovrati a proprio uso e consumo, per potere barattare i suoi ormai difficili rapporti con gli alleati occidentali che lo accusano di essere in legame con l’Isis.

Il secondo punto interrogativo parte proprio da questo.

Le varie cancellerie non nascondono il loro disappunto per il ruolo che la Turchia di Erdogan continua ad avere tra i vari gruppi mediorientali (Isis, Fratelli musulmani, ecc…) coinvolti con alcuni estremismi radicali in Europa. Anche l’unico, continuo, storico alleato della Turchia, la Germania, rappresentata da  Angela Merkel, inizia  a prendere le distanze in seguito alle continue  provocatorie dichiarazioni del presidente turco. Con questo tentativo di golpe fallito, Erdogan coglie l’occasione di ripresentarsi agli alleati occidentali come l’unica forza legittimamente eletta e può contrattare di nuovo il loro sostegno politico, militare ed economico in questa zona di grandissima importanza geostrategica.

I timori del “giorno dopo”

Al di fuori di queste considerazioni, che solo la ricerca storica futura potrà chiarire, da questi avvenimenti emerge un dato di fatto importante: la Turchia non è un Paese normale, ma neanche un Paese arabo, e si dovrà percorrere una lunga strada per giungere alla normalità. Soltanto allora si potrà capire - come dice l’analista Kerem Oktem - che questa terra non è turca, ma patria di tante razze umane di varia provenienza culturale e di diverso spessore storico.

Invece, la società turca è cresciuta sin dal 1923, alla nascita dello Stato moderno turco, nella morsa di due regimi: quello kemalista laico secolarista, e quello islamico, da cui trae origine quello attuale dell’Akp. Entrambi hanno fatto uso strumentale della parola “turco”. Il primo, quello kemalista definiva “turco” chi è musulmano; invece quello islamico identifica il musulmano come “turco”.

Alla base di tutto vi è una concezione fascistoide della società turca. In tal modo non si è mai potuto sviluppare in questo Paese una società basata sui diritti civili. Ogni qual volta s’è creato un movimento per i diritti civili, esso è stato brutalmente eliminato. E ciò anche con il beneplacito degli occidentali che, gelosi dei loro interessi politici ed economici in questa zona, hanno lasciato la popolazione turca alla mercé dei  due regimi.

Come osserva ancora Kerem Oktem,  in un Paese cresciuto nello scontro di potere fra due regimi, non si ha la possibilità di crescere civilmente, ed ogni contrapposizione politica assume il carattere di guerra civile. Per questo motivo, egli conclude, “in Turchia non ho mai smesso di avere paura del giorno dopo, un giorno dalle conseguenze nefaste e tinte di sangue”.

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