Diciassette secoli di storia dietro alla crisi politico-religiosa di Erevan

L'opposizione del katholikos Karekin II alla politica del premier Pašinyan sugli accordi con l'Azerbaigian è solo l'ultimo capitolo di una "concorrenza" che affonda le sue radici nelle origini stesse di quello che fu il primo Stato cristiano al mondo. E il Karabakh, che la Chiesa non vuole cedere definitivamente, negli anni della dominazione sovietica fu un simbolo della difesa della propria identità.

Erevan (AsiaNews) - La situazione in Armenia, sul crinale della possibile pace con l’Azerbaigian e delle alleanze con gli altri Paesi della regione (compresi Turchia e Iran), è difficile da comprendere per chi non conosce le contraddizioni interne del Paese. Il premier Nikol Pašinyan, fautore della politica di apertura e compromesso tra Oriente e Occidente, ha un livello di consenso piuttosto basso, ma i suoi oppositori politici, tra cui diversi ex-presidenti, sono ancora meno quotati nell’opinione pubblica armena. L’unica vera alternativa a tutta la politica del Paese sembra essere la Chiesa Apostolica, con in testa il patriarca-katholikos Karekin II, affiancato dall’oligarca russo-armeno Samvel Karapetyan, difensore della Chiesa stessa e degli interessi di Mosca, in una sorta di nuova concorrenza tra trono e altare.

Lo storico e teologo armeno di origini russe Vladimir Petunts, che tiene corsi di cultura armena all’università di Erevan, ha commentato questi eventi su Novaja Gazeta, presentandosi come un “figlio fedele della Chiesa Apostolica”, senza per questo sentirsi affiliato alle strutture che hanno proclamato la “lotta santa” contro il governo. Quello che stupisce è la grande religiosità degli armeni, che si affidano alla Chiesa più che alle strutture politiche, e Petunts ricorda che “esiste un’enorme diaspora armena in tanti Paesi del mondo, con diversi atteggiamenti nei confronti della Chiesa e della religione, ma per tutti la Chiesa Apostolica rimane il simbolo dell’identità armena”. L’Armenia è in effetti il primo Stato cristiano della storia, avendo proclamato la Chiesa di Stato qualche decennio prima dello stesso imperatore Costantino.

Prima dell’avvento dei bolscevichi, la storia armena si divideva in due grandi periodi: fino al XIV secolo, con il proprio Stato indipendente, e quindi fino al 1918, quando era sottomesso agli ottomani e ad altre dominazioni. All’inizio i primi patriarchi venivano scelti esclusivamente tra i discendenti diretti del battezzatore degli armeni, Gregorio l’Illuminatore, fino al quarto successore, il katholikos Iiusik, che per aver criticato il re fu pestato a morte, trasferendo il titolo patriarcale a un membro di un’altra stirpe. In seguito il re Aršak II ristabilì la dinastia ecclesiastica originaria con il katholikos Nerses I, amico e scudiero del monarca. L’alternanza e i conflitti tra Stato e Chiesa si sono succeduti nei secoli con varie motivazioni, comprese quelle della difesa o della cessione dei territori agli imperi confinanti, da quello bizantino a quello russo, come avvenuto in questi anni per il Nagorno Karabakh.

Spesso il patriarca veniva imposto dal re al concilio locale dei vescovi, finché l’Armenia è finita sotto gli ottomani, e in parte sotto i persiani. A inizio del Settecento la rivolta del principe David-bek permise agli armeni di riprendersi parte dei territori, tra cui proprio quelli oggi contesi all’Azerbaigian, il Karabakh e il Nakhičevan. Per alcuni anni gli armeni rimasero liberi dall’oppressione persiana, con due diversi katholikos contrapposti: quello di Ečmjadzin, la sede principale in periferia di Erevan, il patriarca Astvatsatur, che era contrario alla rivolta, mentre quello nella sede di Gandzasar nel Karabakh, Esaj, aveva benedetto le truppe di David-bek. In ogni caso gli armeni hanno dovuto cercare compromessi con tutti i potenti vicini, turchi, iraniani e russi, affidandosi spesso alle personalità ecclesiastiche per le mediazioni.

L’impero russo era comunque diffidente nei confronti della Chiesa armena, a cui nel 1836 venne affibbiato dallo zar Nicola I il titolo di “Chiesa Armena Gregoriana”, escludendo il termine “Apostolica” che faceva ombra all’Ortodossia, da cui gli armeni si erano separati ancora al tempo del Concilio di Calcedonia del 451. Anche sotto i sovietici, gli armeni rimasero la repubblica socialista meno “russificata”, difendendo la propria identità proprio grazie alla Chiesa, che non si voleva sottomettere alla propaganda ateista.

Gli armeni hanno sempre conservato tre dimensioni della propria devozione: le chiese, che vennero in gran parte chiuse e distrutte dai sovietici, i matury, le cappelline sparse anche sulle montagne, e soprattutto i kačkary, le stele di pietra con l’immagine della croce, che venivano erette dove non arrivavano neanche i trattori per abbatterle. Uno dei luoghi dove questi segni della tradizione religiosa e nazionale si erano più conservati era proprio l’Artsakh, nome armeno del Karabakh, che la Chiesa oggi non si rassegna a cedere definitivamente, nonostante le sconfitte militari, e per questo è nato un nuovo conflitto con il potere civile. Il premier Pašinyan non fa che ripetere che “bisogna costruire una nuova Armenia, non sognare quella del passato”, ma i patriarchi, i vescovi e i fedeli della Chiesa Apostolica non vogliono “abbandonare le proprie origini”.

 

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