Le tensioni a Erevan viste da Mosca

Secondo il politologo russo Dmitrij Trenin con un cambiamento ai vertici l’Armenia non troverebbe più alleati a Occidente; gli Usa si farebbero da parte, e l’Azerbaigian e la Turchia sarebbero liberi di fare i conti da soli con un governo armeno rivoltoso. L’importante per Mosca è che “non si formi un altro fronte non amichevole".

di Stefano Caprio

Mosca (AsiaNews) - Le relazioni tra Russia e Armenia hanno raggiunto negli ultimi tempi un livello di tensione mai sperimentato prima, considerata la storica riconoscenza di Erevan all’impero che salvò almeno una parte degli armeni dal genocidio, e che permise una convivenza piuttosto tranquilla anche ai tempi sovietici, quando la repubblica armena rimaneva una delle più impermeabili alla russificazione socialista. Un noto politologo russo, il professor Dmitrij Trenin, membro del Consiglio russo per gli affari internazionali del Cremlino, ha commentato l’evoluzione di questa situazione su Novosti-Armenia.

In diverse interviste, l’esperto ha sostenuto che l’Occidente non è in grado di compensare le dimensioni del sistema di sicurezza dell’Armenia, che sono sempre state assicurate dalla Russia. Gli armeni peraltro ritengono che proprio la Russia abbia fatto crollare tale sistema negli ultimi anni, non proteggendo l’Armenia dall’Azerbaigian durante gli scontri per il Nagorno Karabakh, venendo meno ai suoi impegni di alleato, mentre i russi temono che gli ondeggiamenti del governo di Erevan possano portare contingenti della Nato sul territorio armeno, dando inizio a un’altra gravissima crisi.

Trenin ricorda che la vittoria dell’Armenia nella prima guerra del Karabakh nel 1994, a condizioni molto favorevoli, fu resa possibile proprio dal sostegno della Russia. Nei quasi trent’anni successivi, prima della nuova guerra degli azeri, i russi hanno fatto tutto il possibile per risolvere ogni motivo di conflitto per via diplomatica, e sembrava che le parti fossero vicine a un accordo, ma “non è colpa della Russia se poi questo è saltato”. A suo parere, gli armeni hanno rifiutato di sfruttare le tante possibilità che grazie a Mosca le erano state offerte prima del 2020.

Attualmente, senza voler rivangare il passato, “i pericoli potenziali per l’Armenia vengono dall’Azerbaigian e dalla Turchia”, e secondo il politologo “se dovessero occuparsi di questo gli Stati Uniti, certamente non ci sarebbero colonne di carri armati turchi ai confini, ma l’Armenia sarebbe comunque costretta a piegarsi agli interessi della Turchia”. Tutto questo verrebbe presentato come “un rafforzamento della pace e della stabilità nella regione”, e gli americani si farebbero garanti di questa situazione affermando di “voler aiutare il progresso economico dell’Armenia”.

D’altra parte bisogna tenere conto dell’instabilità politica interna dell’Armenia, come la nascita di un nuovo movimento popolare di opposizione, il “Tavowš in nome della Patria” guidato dall’arcivescovo Bagrat Galstanyan, in cui molti reagiscono contro i continui cedimenti nei confronti dei Paesi vicini. Ci potrebbe essere quindi un cambiamento ai vertici del Paese, “o attraverso le elezioni, o con una sollevazione popolare”, e allora l’Armenia non troverebbe più alleati a Occidente; gli Usa si farebbero da parte, e l’Azerbaigian e la Turchia sarebbero liberi di fare i conti da soli con un governo armeno rivoltoso. Secondo il politologo “probabilmente non si andrebbe a un conflitto di grande portata, ma ci sarebbero nuove pressioni e azioni militari in varie zone dell’Armenia e dei suoi confini”.

Nell’intervista si avverte che “ci sarebbero anche coloro che si aspettano l’aiuto dell’Iran”, che non sopporterebbe la crescita dell’influenza turca sulla regione, che è già notevole. Finora Teheran mantiene un atteggiamento non ostile ad Ankara, ma anche questo equilibrio potrebbe rompersi, per l’allergia iraniana a ogni forma di alleanza con gli americani (tramite la Turchia) e con Israele (tramite l’Azerbaigian), anche se “l’Iran ha problemi ben più grossi da risolvere, che non lo status dell’Armenia”. Trenin non ritiene che “l’unica alternativa sia fare dell’Armenia un vassallo della Russia”, sia perché sarebbe impossibile, sia perché nessuno in Russia vuole veramente questo; l’importante per Mosca è che “non si formi un altro fronte non amichevole, lasciando che gli avversari geopolitici possano inghiottire l’Armenia”.

Foto: Flickr/Alexanyan

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