Il conflitto sempre più duro tra la Chiesa e il governo in Armenia

L'arcivescovo Galstanyan non si limita ad arringare le folle, ma le spinge all’assalto dei palazzi del potere. Secondo molti dietro all’escalation ci sarebbe lo stesso patriarca Karekin II che denuncia la "continua politica di cedimento unilaterale" nei rappoerti con l'Azerbaigian. Mentre il premier Pašinyan definisce i vescovi "agenti provocatori" che vogliono condurre alla guerra "come ai tempi di Bisanzio".

di Stefano Caprio

Erevan (AsiaNews) - La Chiesa Apostolica Armena ha assunto ormai una posizione politica esplicita di confronto con il governo di Erevan, con il rischio di una radicalizzazione sempre più violenta delle proteste di piazza, guidate dall’arcivescovo di Tavowš, Bagrat Galstanyan, che continua a ripetere che “non lasceremo le strade fino alla vittoria”, cioè fino alle dimissioni del primo ministro Nikol Pašinyan.

Galstanyan non si limita ad arringare le folle, ma le spinge all’assalto dei palazzi del potere, com'è successo nei giorni scorsi, cercando di rinchiudere il premier e i deputati in quello dell’Assemblea nazionale per costringerli poi a presentarsi davanti al “tribunale popolare” da lui stesso presieduto. La polizia ha cominciato a usare le maniere forti per disperdere i dimostranti, anche se finora l’arcivescovo rivoluzionario non è stato toccato. Pašinyan e i sostenitori della maggioranza di governo stanno però utilizzando argomenti sempre più infuocati contro gli oppositori ecclesiastici.

Secondo molte dichiarazioni dei membri del partito dell’Accordo Civile, dietro al vescovo e all’escalation delle manifestazioni starebbe lo stesso patriarca della Chiesa armena, il katholikos Karekin II, insieme a tutta la dirigenza ecclesiastica del “Sacro Ečmjadzin”, la storica sede patriarcale in periferia di Erevan. Proprio in questo centro religioso-amministrativo si riunisce quasi in seduta permanente il Consiglio spirituale superiore, l’organo sinodale del katholikos, che ha diffuso una dichiarazione dei vescovi in cui si esprime un esplicito appoggio alle “opposizioni popolari”, prendendo peraltro le distanze dalle azioni più violente dei giorni scorsi, a cui non avrebbero partecipato membri del clero.

Nel testo si denuncia la “continua politica di cedimento unilaterale di territori nazionali, giustificati da accordi di demarcazione” che ha suscitato un’ondata di indignazione e preoccupazione “sia in patria, sia nella diaspora, generando la sfiducia che porta oggi a chiedere le dimissioni del primo ministro”. A queste accuse Pašinyan risponde scagliandosi contro “tutti coloro che stanno usando i profughi dell’Artsakh per i propri interessi mercantili”, provocando i disordini di piazza. A Galstanyan che lo sfidava a scendere in piazza, il premier ha replicato con un intervento molto emotivo in parlamento: “Certo che ci incontriamo, credete che il primo ministro dell’Armenia abbia problemi a parlare con chiunque? Se avessi ritenuto utile incontrare il vescovo, lo avrei già fatto caricare su un furgone della polizia”.

Il primo ministro ha accusato direttamente Karekin II di avere “benedetto” le sommosse e gli scontri con la polizia, ciò che ha provocato le sdegnate risposte dei vescovi, “condanniamo i tentativi degli uomini al potere di scaricare sulla Chiesa la responsabilità per le proteste popolari... essi cercano invece di giustificare il proprio comportamento anticlericale, come avvenuto di recente in più occasioni”. Il riferimento è al caso del memoriale “Sardaparat” del 28 maggio scorso, quando la polizia ha tentato di escludere il katholikos dalle cerimonie ufficiali per ricordare la battaglia del 1918 degli armeni contro i turchi.

La Chiesa armena aveva esortato lo scorso anno il governo a condurre fino in fondo la battaglia contro gli azeri per il Nagorno Karabakh, da cui l’esercito fu ritirato per evitare una guerra totale tra Armenia e Azerbaigian. Ora Pašinyan chiama i vescovi “agenti provocatori” che vogliono condurre nuovamente alla guerra, ma afferma che “risolveremo questo problema tra due o tre mesi”. Ricordando eventi del lontano passato nei confronti dei bizantini, in cui la Chiesa ricopriva un ruolo cruciale nelle operazioni militari, sostiene che “oggi tutto questo non si ripeterà”, con i russi che fomentano il conflitto usando la Chiesa, come facevano da Bisanzio i patriarchi e gli imperatori.

La rilettura della storia è una caratteristica delle guerre del terzo millennio; se Putin in Russia cerca di ristabilire le glorie del passato, Pašinyan insiste nel proporre un’Armenia nuova, che non sia un’imitazione di quella antica o medievale, e le dimensioni religiose diventano decisive nel valutare queste prospettive. Come afferma il premier armeno, citando brani delle lettere di San Paolo, “voglio fare una dichiarazione solenne: se le relazioni della Chiesa con il governo sono cattive, allora saranno cattive anche le relazioni della Chiesa con Dio”.

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