Il Karabakh azero tra pulizia etnica e nuova storia

Quale sarà il futuro di questo territorio così simbolico, dopo 35 anni di conflitto spesso sanguinoso e tragico? Per l’ex ministro georgiano Zakareišvili non bastano le promesse di Aliev: Baku deve decidere se vuole integrare o costringere tutti gli armeni ad andarsene.

di Stefano Caprio

Mosca (AsiaNews) - Mentre decine di migliaia di armeni sono in fuga dalle proprie case dell’Artsakh, l’enclave armena ora sottomessa dall’esercito di Baku, molti si chiedono quale sarà il futuro di questo territorio così simbolico, nel cuore delle contraddizioni del Caucaso meridionale. Gli armeni del Nagorno Karabakh non credono alle promesse delle autorità azerbaigiane sulle garanzie di sicurezza e rispetto dei diritti, dopo 35 anni di conflitto spesso sanguinoso e tragico.

Ora tutto è in mano all’Azerbaigian, a cui sia la Russia, sia la stessa Armenia hanno lasciato l’iniziativa, chiamandosi fuori per vari motivi. Di questo ha parlato con i corrispondenti locali della Bbc uno dei massimi esperti della regione, il conflittologo georgiano Paata Zakareišvili, ministro per la reintegrazione della Georgia per diversi anni. Filosofo e attivista umanitario, molto attivo nei conflitti con l’Abkhazia e l’Ossezia del sud, egli è oggi uno dei leader del partito repubblicano di Tbilisi, una delle poche formazioni che cercano un equilibrio tra le spinte contrastanti verso Oriente o Occidente.

La “reintegrazione” è proprio l’obiettivo degli azeri nei confronti degli armeni nella zona sottomessa, e da questo molti di essi cercano appunto di fuggire. Zakareišvili fu chiamato a occuparsi della questione nel suo Paese, e come prima scelta volle sostituire il termine con quello di “riconciliazione e parità dei diritti civili”, perché a suo parere la reintegrazione “è solo la fase finale del conflitto, mentre bisogna occuparsi del dialogo tra popolazioni diverse, a lungo messe in contrapposizione tra loro”. Le trattative tra azeri e armeni del Karabakh possono diventare estenuanti e senza veri risultati, come è stato per molto tempo tra georgiani, abkhazi e ossetini.

Come spiega l’ex-ministro, “la vera reintegrazione dev’essere reciproca, volontaria e deve avere il tempo di maturare, cosa che non è avvenuta in Georgia”. La questione della parità dei diritti civili non ha soluzioni automatiche, non basta l’affermazione ripetuta in continuazione dal presidente Ilham Aliev e da tutti i politici azeri, per cui “se gli armeni rispetteranno le nostre leggi, saranno cittadini come tutti gli altri”. È lo stesso problema irrisolto da anni tra russi e ucraini nelle zone contese, che ha portato al drammatico conflitto che ormai ha ampiamente superato le questioni interne delle nazionalità.

Le trattative tra le parti sono in corso nella città di Evlakh, ma come ripete Zakareišvili “l’Azerbaigian deve decidersi sullo status che vuole assumere, se quello del Paese accogliente o respingente, se integrare o costringere gli armeni ad andarsene, lo vedremo nei prossimi mesi”. Molto sangue è stato versato, e tra i due popoli non ci sono le basi per la fiducia reciproca, quindi “per il momento non è il caso di insistere troppo né da una parte, né dall’altra”. A chi intende mantenere la cittadinanza armena, rimanendo nelle proprie case, si può concedere un periodo transitorio, “cinque o dieci anni”, garantendo la loro sicurezza. Chi invece sceglierà la cittadinanza azerbaigiana, potrà evidentemente godere di diversi vantaggi.

Sarà da valutare la questione della salvaguardia della lingua nativa, la libertà della Chiesa armena e di tutti gli altri elementi fondamentali identitari, e naturalmente l’accesso finalmente libero al corridoio di Lačin, il cui blocco è stato usato dagli azeri come ricatto per giustificare infine l’intervento militare. Secondo il conflittologo, in sintonia con molti altri osservatori, il presidente Aliev ha in mano una “chance epocale”, per superare incomprensioni accumulate nei secoli nelle terre caucasiche. Prendendo esempio da tanti conflitti del passato in tutta l’Europa, come quello tra tedeschi e francesi dopo la seconda guerra mondiale, si deve arrivare alla conclusione che tutto questo rimanga “un brutto sogno della storia passata”.

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