Il Natale di Leone XIV: 'Il mondo cambia cominciando da noi'

Il messaggio Urbi et Orbi del papa: "Gesù Cristo è la nostra pace, con lui respingiamo l'odio e la violenza". Nello sguardo sul mondo l'appello "a un futuro di riconciliazione" per il Myanmar e l'invito a Cambogia e Thailandia a ritrovare la loro "antica amicizia". Le parole del poeta israeliano Yehuda Amichai per l'invocazione a Dio di una "pace che fiorisca come i fiori selvatici, perché il campo ne ha bisogno".

Città del Vaticano (AsiaNews) – “Se ognuno di noi - a tutti i livelli - invece di accusare gli altri, riconoscesse prima di tutto le proprie mancanze e ne chiedesse perdono a Dio, e nello stesso tempo si mettesse nei panni di chi soffre, si facesse solidale con chi è più debole e oppresso, allora il mondo cambierebbe”.

È questo il messaggio - semplice, ma quanto mai diretto – che papa Leone XIV ha consegnato alla città di Roma e al mondo nel suo primo Natale da successore di Pietro. Un messaggio di pace fondato sul mistero del Dio che si fa carne per salvarci. Ma anche sulla consapevolezza che - come ha ricordato citando anche oggi le parole del suo maestro Agostino - “Dio, che ci ha creato senza di noi, non può salvarci senza di noi, cioè senza la nostra libera volontà di amare”.

A mezzogiorno di oggi papa Leone è tornato ad affacciarsi da quella loggia delle Benedizioni della basilica vaticana da dove lo scorso 8 maggio, subito dopo l’elezione, si era presentato al mondo. Riprendendo una consuetudine interrotta da papa Francesco, Prevost si è rivolto anche direttamente ai popoli di tutto il mondo rivolgendo prima della benedizione il suo augurio di buon Natale in dieci diverse lingue, tra cui anche l’arabo e il cinese.

Ma è soprattutto il cuore del mistero celebrato dalla Chiesa in questo giorno il messaggio che ha voluto far arrivare a tutti. “Gesù Cristo è la nostra pace prima di tutto perché ci libera dal peccato e poi perché ci indica la via da seguire per superare i conflitti, tutti i conflitti, da quelli interpersonali a quelli internazionali. Senza un cuore libero dal peccato, un cuore perdonato, non si può essere uomini e donne pacifici e costruttori di pace. Per questo Gesù è nato a Betlemme ed è morto sulla croce: per liberarci dal peccato. Lui è il Salvatore. Con la sua grazia, possiamo e dobbiamo fare ognuno la propria parte per respingere l’odio, la violenza, la contrapposizione e praticare il dialogo, la pace, la riconciliazione”.

Ed è a partire da questa idea che - come tutti i suoi predecessori, nel messaggio natalizio – papa Leone ha rivolto il suo sguardo alle diverse aree del mondo, con una particolare attenzione a quelle dove più grave è la sofferenza. Ha rivolto innanzi tutto il suo saluto ai cristiani del Medio oriente, incontrati poche settimane fa nel suo primo viaggio apostolico. “Ho ascoltato le loro paure - ha detto - e conosco bene il loro sentimento di impotenza dinanzi a dinamiche di potere che li sorpassano”. Ma Il Bambino che oggi nasce a Betlemme - ha aggiunto - “è lo stesso Gesù che dice: “Abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!” (Gv 16,33). Da Lui invochiamo giustizia, pace e stabilità per il Libano, la Palestina, Israele, la Siria”.

Al Principe della Pace il papa ha affidato anche l’Europa chiedendogli di “continuare a ispirarvi uno spirito comunitario e collaborativo, fedele alle sue radici cristiane e alla sua storia, solidale e accogliente con chi si trova nel bisogno”. E ha pregato in particolare per il martoriato popolo ucraino: “si arresti il fragore delle armi e le parti coinvolte, sostenute dall’impegno della comunità internazionale, trovino il coraggio di dialogare in modo sincero, diretto e rispettoso”, ha invocato.

Ma Leone XIV ha ben presente anche le guerre dimenticate, di cui nessuno parla. Cita quelle che colpiscono l’Africa, i “fratelli e le sorelle del Sudan, del Sud Sudan, del Mali, del Burkina Faso e della Repubblica Democratica del Congo”. Affida al Dio fatto uomo “la cara popolazione di Haiti, affinché cessi ogni forma di violenza nel Paese e possa progredire sulla via della pace e della riconciliazione”.

Ma non dimentica i conflitti dell’Asia: “Al Principe della Pace domandiamo che illumini il Myanmar con la luce di un futuro di riconciliazione: ridoni speranza alle giovani generazioni, guidi l’intero popolo birmano su sentieri di pace e accompagni quanti vivono privi di dimora, di sicurezza o di fiducia nel domani”.  Ma da alcune settimane a insanguinare il continente c’è anche il conflitto riesploso al confine tra Thailandia e Cambogia, con decine di morti e centinaia di migliaia di sfollati. Il papa desidera che questi due Paesi restaurino la loro “antica amicizia” e prega “che le parti coinvolte continuino ad adoperarsi per la riconciliazione e la pace”. Cita anche le popolazioni dell’Asia Meridionale e dell’Oceania, che dallo Sri Lanka fino all’Indonesia sono state duramente colpite il mese scorso da devastanti calamità naturali: “Di fronte a tali prove, invito tutti a rinnovare con convinzione il nostro impegno comune nel soccorrere chi soffre”.

È proprio l’indifferenza il grande nemico da vincere, perché proprio il Natale ci mostra che “Dio non è indifferente alle nostre miserie”. Perché nel farsi uomo, Gesù si immedesima con ognuno di noi: “Con chi non ha più nulla e ha perso tutto, come gli abitanti di Gaza; con chi è in preda alla fame e alla povertà, come il popolo yemenita; con chi è in fuga dalla propria terra per cercare un futuro altrove, come i tanti rifugiati e migranti che attraversano il Mediterraneo o percorrono il Continente americano; con chi ha perso il lavoro e con chi lo cerca, come tanti giovani che faticano a trovare un impiego; con chi è sfruttato, come i troppi lavoratori sottopagati; con chi è in carcere e spesso vive in condizioni disumane”.

Per descrivere la pace che ogni angolo delle terra oggi chiede a Dio, sceglie le parole di Yehuda Amichai, uno dei più celebri poeti israeliani (1924-2000), cresciuto in una famiglia ebrea ortodossa fuggita dalla Germania di Hitler e poi lui stesso passato attraverso l’esperienza della guerra del 1948 a Gerusalemme: oggi invochiamo “non la pace di un cessate-il-fuoco, nemmeno la visione del lupo e dell’agnello, ma piuttosto come nel cuore quando l’eccitazione è finita e si può parlare solo di una grande stanchezza. […] Che venga come i fiori selvatici, all’improvviso, perché il campo ne ha bisogno: pace selvatica”.

Se apriamo il nostro cuore ai fratelli e alle sorelle che sono nel bisogno e nel dolore - chiosa Leone XIV – “lo apriamo al Bambino Gesù, che con le sue braccia aperte ci accoglie e dischiude a noi la sua divinità”. È il senso anche dell’Anno giubilare che volge al termine. “Si chiuderanno le Porte Sante, ma Cristo, nostra speranza, rimane sempre con noi – assicura -. È il lieto annuncio di questo giorno: il Bambino che è nato è il Dio fatto uomo; egli non viene per condannare, ma per salvare; la sua non è un’apparizione fugace, Egli viene per restare e donare sé stesso. In Lui ogni ferita è risanata e ogni cuore trova riposo e pace”.

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