La visita di mons. Zen a Shanghai, dettata dai timori della Cina

Intervista a Gianni Criveller, PIME, Holy Spirit Study Centre Che peso ha la visita di mons. Zen in Cina per il Vaticano, la Chiesa e la società di Hong Kong? AsiaNews lo ha chiesto a un esperto che vive ad Hong Kong da 10 anni.

Hong Kong (AsiaNews) – La scorsa settimana mons. Joseph Zen, vescovo di Hong Kong, ha potuto visitare Shanghai, sua città natale, dopo 6 anni di impedimenti da parte cinese. Mons. Zen è conosciuto come un tenace difensore della libertà religiosa e della democrazia. Solo un anno fa è stato criticato da personalità politiche di Pechino e dal vescovo patriottico Fu Tieshan, vice-presidente del parlamento di Pechino. Questo invito segna una nuova stagione per i rapporti fra Cina, Hong Kong, Chiesa cattolica, Vaticano? Abbiamo posto queste domande a p. Gianni Criveller, PIME, esperto di Cina e di storia della Chiesa. P. Criveller è membro dell'Holy Spirit Study Centre, il centro diocesano di teologia e cultura.

Che significa questa visita per i rapporti fra Hong Kong e Cina?

Questa visita è da inquadrare nel rapporto fra la società di Hong Kong  e la Cina. Essa è legata agli sviluppi recenti del rapporto con la Cina, l'interpretazione della Basic Law e gli sviluppi democratici che Pechino ha escluso per il 2007 e il 2008. Con questa visita, Pechino sta cercando di limitare gli effetti della sua decisione su Hong Kong. La Cina è preoccupata di possibili ripercussioni sulla stabilità del territorio e di altre manifestazioni di popolo come quella del 1° luglio dello scorso anno. Anche quest'anno ve ne sarà un'altra – a favore del processo di democratizzazione - e mons. Zen e ha già dato il suo appoggio. Dopo la decisione della Cina, la popolazione di Hong Kong è molto nervosa e sfiduciata.

Questa visita è un segno di speranza, apre qualche prospettiva?

È ancora presto per dirlo, ma siamo in una situazione di attesa. La mia opinione è "no". È solo un passo per limitare i danni creati dalla decisione della Cina. Nei giorni scorso Pechino ha anche permesso un incontro fra suoi rappresentanti e membri del partito democratico, un fatto mai successo negli ultimi 6 anni. Ma tutto questo non porta a niente di concreto. Tuttavia è un segno che la nuova leadership vuole tenere aperto un rapporto in vista di un cambiamento di linea. Per adesso a Pechino c'è ancora troppa influenza di Jiang Zemin [ex presidente, attuale capo della Commissione Militare – ndr] e le strade per il cambiamento sono chiuse.

Si può leggere un segno di distensione col Vaticano?

No, la visita è più da mettere in relazione con la funzione che mons. Zen ha con la popolazione di HK. Non credo vi siano novità nel rapporto col Vaticano. Alcuni miei colleghi dicono che questa visita è da mettere in rapporto anche con la visita di Wen Jiabao in Europa. Ma va detto che l'invito a Mons. Zen è in atto da diverse settimane. Il fatto è che Zen è considerato la coscienza di Hong Kong.  Per questo, l'invito a lui è un modo per non scontentare del tutto la popolazione di Hong Kong.

Mons. Zen ha detto che la visita in Cina "non lo metterà a tacere".  E i cattolici di Hong Kong?

I cattolici sono dalla parte del vescovo. Due giorni fa il Sunday Examiner e Gong Jia Bao [i due settimanali diocesani in inglese e in cinese] sono usciti pubblicando la prima pagina in nero, come commento "funereo" al blocco di Pechino sulla democrazia di Hong Kong. In queste settimane si è dibattuto molto sulla libertà religiosa in Cina fra il vescovo Zen e il sacerdote Luke Choi, filo-cinese. Ma tutta la diocesi è con il vescovo, anche se mons. Zen ha un modo di esprimersi molto diretto. Dopo la lotta per l'abolizione della legge anti-sedizione [il cosiddetto art.23 – ndr], combattuta anche dal vescovo, la stima per mons. Zen è molto aumentata.

Che cosa teme la Cina dai passi democratici di Hong Kong?

Vi sono due fatti: anzitutto a Pechino vi è una lotta di potere. Nessuno delle due fazioni ha potere di imporre la propria linea, per cui verso Hong Kong vi è la politica del bastone e della carota. Sull'art. 23 la Cina ha fatto marcia indietro; sulla questione della democrazia ha invece si è imposta. Questo rispecchia da una parte la linea dura di Jiang Zemin e dall'altra la linea di Hu e Wen, più dialogica.

Il secondo aspetto è che la Cina teme che un veloce processo di democratizzazione ad Hong Kong crei instabilità in Cina. Invece la parola d'ordine della leadership  è "stabilità per completare le riforme economiche". In realtà la Cina avrebbe bisogno di maggiore stabilità politica, dando più voce alla popolazione.

 

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