Papa a Cipro: migranti, vengono a chiedere aiuto e trovano un odio chiamato filo spinato

"Che il Signore risvegli la coscienza di tutti noi davanti a queste cose. Non possiamo tacere e guardare dall’altra parte in questa cultura dell’indifferenza”. “Ho guardato testimonianze filmate. Posti di tortura, di vendita di gente. Lo dico perché è responsabilità mia aiutare ad aprire gli occhi: la migrazione forzata non è una abitudine quasi turistica. Il peccato che abbiamo dentro ci spinge a pensarla così. Povera gente, povera gente… ma poi cancelliamo tutto”.

di Franco Pisano

Nicosia (AsiaNews) – “Quello che viene a chiedere libertà, pane, aiuto, fratellanza, gioia e che sta fuggendo dall’odio si trova davanti un odio chiamato filo spinato. Che il Signore risvegli la coscienza di tutti noi davanti a queste cose. Non possiamo tacere e guardare dall’altra parte in questa cultura dell’indifferenza”. Parla a braccio papa Francesco al termine dell’incontro di oggi pomeriggio per la preghiera ecumenica con i migranti nella chiesa di Santa Croce di Nicosia.

Parole di forte denuncia al termine di un incontro segnato dalle testimonianze di quattro giovani giunti a Cipro da Iraq, Sri Lanka, Camerun e Congo. Vicende diverse ugualmente segnate da odio e violenza.

E’ il primo dei due appuntamenti dedicati ai migranti – l’altro sarà in Grecia – di un viaggio caratterizzato proprio dall’incontro con chi è stato costretto a lasciare la sua casa. A loro, facendo eco alla parole di Paolo agli Efesini “Voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio”, Francesco ha parlato del “sogno di Dio: un mondo di pace, in cui i suoi figli vivono come fratelli e sorelle”.

Ma, aggiunge, “il pericolo è che tante volte non lasciamo entrare i sogni”. “E’ tanto facile guardare da un’altra parte. Ci siamo abituati a guardare da un’altra parte, a dormire e non sognare. Dio chiama anche noi a non rassegnarci a un mondo diviso, a comunità cristiane divise, ma a camminare nella storia attratti dal sogno di Dio: un’umanità senza muri di separazione, liberata dall’inimicizia, senza più stranieri ma solo concittadini. Diversi, certo, e fieri delle nostre peculiarità, che sono dono di Dio, ma sempre concittadini riconciliati”.

“Le vostre testimonianze – dice ancora - sono come uno ‘specchio’ per noi, comunità cristiane”.  Cita Thamara, dello Sri Lanka, che poco prima affermava: “Spesso mi viene chiesto chi sono”. “Anche a noi – prosegue Francesco - a volte viene posta questa domanda: Chi sei tu?”.e “purtroppo spesso si intende dire: ‘Da che parte stai? A quale gruppo appartieni?’. Ma come ci hai detto tu, non siamo numeri, individui da catalogare; siamo fratelli, amici, credenti, prossimi gli uni degli altri. Ma quando gli interessi di gruppo o gli interesi politici, anche delle nazioni, spingono, tanti di noi rimangono da una parte, senza volerlo, schiavi. Perché l’interesse sempre schiavizza, sempre crea schiavi. L’amore che è largo, che è contrario all’odio, l’amore ci fa liberi”.

E’ alla fine dell’incontro che Francesco, terminato il discorso preparato, denuncia: Ascoltando voi, guardano voi in faccia, la memoria va oltre, va alle sofferenze. Voi siete arrivati qui, ma quanti dei vostri fratelli e delle vostre sorelle sono rimasti in strada. Quanti disperati iniziano il cammino in condizioni molto difficili e precarie e non sono potuto arrivare. Possiamo parlare di questo mare che è diventato un grande cimitero. E il peggio è che ci stiamo abituando: ah sì, oggi è affondato un barcone”. “Guardando voi, guardo le sofferenze del cammino, tanti che sono stati rapiti, venduti, sfruttati, ancora in cammino e non sappiamo dove. E la storia di una schiavitù universale. Noi guardiamo cosa succede e il peggio è che ci stiamo abituando”.

“Questo abituarsi – ha detto ancora - è una malattia grave, una malattia molto grave e non c’è antibiotico contro questa malattia. Dobbiamo andare contro questo vizio dell’abituarsi a leggere queste tragedie nei giornali o sentirle nei media. Guardando voi, penso a tanti che sono dovuti tornare indietro perché li hanno respinti e sono finiti nei lager, veri lager, dove le donne sono vendute, gli uomini torturati e schiavizzati”. Non sono storie del secolo scorso, del nazismo o di Stalin, “sta succedendo oggi”. “Ho guardato testimonianze filmate di questo. Posti di tortura, di vendita di gente. Lo dico perché è responsabilità mia aiutare ad aprire gli occhi: la migrazione forzata non è una abitudine quasi turistica. Il peccato che abbiamo dentro ci spinge a pensarla così. Povera gente, povera gente… ma poi cancelliamo tutto. È la guerra di questo momento, è la sofferenza di fratelli e sorelle, che noi non possiamo tacere. Coloro che hanno dato tutto quello che avevano, per salire su un barcone di notte, senza sapere se arriveranno. E poi tanti respinti per finire nei lager, veri posti di confinamento, di tortura e di schiavitù. Questa è la storia di questa civiltà sviluppata che chiamiamo Occidente”. (FP)

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