Papa: la Giornata missionaria mondiale per ‘risvegliare’ l’annuncio del Vangelo

All’Angelus Francesco si è iscritto assieme a due giovani portoghesi alla Giornata mondiale della gioventù di Lisbona dell’agosto ‘23. La “trepidazione” per il conflitto in Etiopia e il “dolore” per le inondazioni in Africa. L’appuntamento con l’incontro interreligioso di pace al Colosseo il 25 ottobre. Il fariseo e pubblicano nella parabola del Vangelo, con i movimenti di “salire e scendere”.

di Dario Salvi

Città del Vaticano (AsiaNews) - La Giornata missionaria mondiale che si celebra oggi secondo il tema “Di me sarete testimoni” è una “occasione importante” per “risvegliare” in tutti i battezzati il desiderio di partecipare “alla missione universale della Chiesa mediante la testimonianza e l’annuncio del Vangelo”. È quanto ha sottolineato papa Francesco oggi all’Angelus, incoraggiando i fedeli a “sostenere i missionari con la preghiera e la solidarietà concreta” perché possano “proseguire nel mondo intero l’opera di evangelizzazione e di promozione umana”. 

A seguire, il pontefice ha invitato ad affacciarsi con lui alla finestra del Palazzo apostolico due giovani portoghesi, per ricordare la Giornata mondiale della gioventù a Lisbona nell’agosto 2023 e per la quale si aprono oggi le iscrizioni. Francesco ne ha approfittato per farlo egli stesso in via telematica, invitando anche i ragazzi accanto a lui usando il sito dedicato (nella foto). “Anche io - ha detto - mi iscrivo come pellegrino e lo farò fare anche ai due giovani”. Il papa si è poi rivolto ai ragazzi e ragazze di tutto il mondo esortandoli ad iscriversi “dopo la lontananza” imposta dalla pandemia di Covid-19 e per ritrovare “l’abbraccio fraterno di cui abbiamo tanto bisogno”.

Nel lungo intervento a conclusione della preghiera mariana, il papa ha poi esaltato la testimonianza dei nuovi beati, i martiri redentoristi spagnoli. Si tratta di p. Vincenzo Nicasio Renuncio Toribio e undici compagni, uccisi nel 1936 durante la persecuzione contro i cristiani nella guerra civile. “La loro testimonianza di Cristo - ha detto - ci spinga a essere coerenti e coraggiosi” nell’annuncio del Vangelo. Infine, il pontefice ha detto di seguire “con trepidazione” il conflitto in Etiopia, dove le violenze non servono a risolvere “le discordie” ma ne accrescono le “tragiche conseguenze” invocando al contempo “soluzioni eque per una pace duratura”. Vi è poi il dolore per le inondazioni in Africa, le preghiere per il nuovo governo che si insedia oggi in Italia e ha concluso ricordando l’appuntamento del 25 ottobre al Colosseo a Roma per la preghiera interreligiosa per la pace, con l’invito a “pregare per la martoriata Ucraina”. 

In precedenza, nell’introdurre l’Angelus, il pontefice ha approfondito il passo del Vangelo di Luca in cui si presenta la parabola del fariseo e del pubblicano, con i movimenti di “salire e scendere” su cui si concentra la riflessione. Protagonisti due uomini assai diversi fra loro, ovvero “un uomo religioso e un peccatore conclamato” ma solo il secondo “si eleva veramente a Dio” perché si presenta a Lui con umiltà e nella piena verità di se stesso e dei suoi limiti. 

Il verbo salire, oggetto della prima parte della riflessione, compare in molti passi dell’Antico Testamento, da Abramo a Mosè fino a Gesù nel Nuovo Testamento nell’esperienza della trasfigurazione. “Salire - osserva il papa - esprime il bisogno del cuore di staccarsi da una vita piatta per andare incontro al Signore; di elevarsi dalle pianure del nostro io per salire verso Dio; liberarci del proprio io, di raccogliere quanto viviamo a valle per portarlo al cospetto del Signore, questo è salire e quando noi preghiamo saliamo”.

Vi è poi il secondo movimento, quello di “scendere” dentro di noi per vivere l’incontro con Dio guardando con onestà alle nostre “fragilità e povertà”. “Nell’umiltà - sottolinea - diventiamo capaci di portare a Dio, senza finzioni, ciò che siamo, i limiti e le ferite, i peccati e le miserie che ci appesantiscono il cuore, e di invocare la sua misericordia perché ci risani, ci guarisca e ci rialzi. Sarà Lui a rialzarci, non noi. Più noi scendiamo con umiltà, più Dio ci fa salire in alto”. Partendo da questi due verbi, il pontefice analizza i due opposti atteggiamenti del fariseo e del pubblicano: il primo è “convinto di essere a posto” e inizia a lodarsi come il prete [in Argentina, in un episodio raccontato a braccio] che “rivolge i’incenso verso di sé”. Il secondo, invece, ”chiede perdono”. 

Sono due atteggiamenti che “ci riguardano da vicino” e pensando a loro “guardiamo a noi stessi: verifichiamo - chiede il pontefice - se in noi, come nel fariseo, c’è ‘l’intima presunzione di essere giusti’ che ci porta a disprezzare gli altri […] Vigiliamo, fratelli e sorelle, sul narcisismo e sull’esibizionismo, fondati sulla vanagloria, che portano anche noi cristiani, noi preti, noi vescovi ad avere sempre una parola sulle labbra. Quale parola? ‘Io’”. “Dove c’è troppo io - conclude il papa -, c’è poco Dio” e per questo bisogna guardare ancora di più alla Madonna che è “l’immagine vivente” di ciò che Dio “ama compiere: rovesciare i potenti dai troni e innalzare gli umili”.

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