Parolin e Tagle all’Urbaniana: 'Concilio di Cina seme di speranza'

Inaugurato l'anno accademico all’Università Urbaniana, con la presentazione degli atti del convegno per il centenario del Concilium Sinense del 1924. Evento storico definito da Leone XIV "pietra miliare nella storia della Chiesa in Cina". Card. Parolin: “Cammino intessuto di realismo, di pazienza, di fiducia da rinnovare anche davanti a momenti difficili”. Card. Tagle: "Momento di purificazione dell’opera e dell’intenzione missionaria".

di Daniele Frison

Città del Vaticano (AsiaNews) - “Una pietra miliare nella storia della Chiesa in Cina”. Così papa Leone XIV in un messaggio indirizzato al card. Luigi Antonio Tagle, Gran Cancelliere della Pontificia Università Urbaniana di Roma, ha definito il Concilio di Cina, aperto 101 anni fa, nel maggio 1924, a Shanghai. Le parole del pontefice sono state lette ieri in apertura dell’evento di inaugurazione del nuovo anno accademico, nell’aula magna Benedetto XVI gremita di studenti da ogni continente, a riprova della vocazione missionaria dell’accademia pontificia. Alla presenza del Segretario di Stato della Santa Sede, card. Pietro Parolin, sono stati presentati gli atti del convegno svolto all'Urbaniana il 21 maggio 2024 per il centenario del primo e unico Concilium Sinense, indetto da Pio XI.

Atteso l’intervento di Parolin, fautore degli accordi provvisori tra Santa Sede e Repubblica Popolare Cinese sulla nomina dei vescovi, firmati il 22 settembre 2018 e rinnovati per tre volte - l’ultima nell’ottobre 2024 per un ulteriore quadriennio - durante il pontificato di papa Francesco. “Immagino che il papa continuerà questa linea”, ha dichiarato alla stampa e ad AsiaNews all’arrivo all’Urbaniana, ieri pomeriggio. In riferimento ai passi compiuti dal papa agostiniano con la soppressione delle diocesi di Xiwanzi e Xuanhua, e con la nomina a vescovo di mons. Wang Zhengui. Sulla presenza in Cina di una Chiesa “clandestina” e una “patriottica”, ha aggiunto che gli accordi tendono a superare questa “divisione”, e che “l’essere buoni cattolici non contraddice per nulla la fedeltà alla propria patria, e la collaborazione per la sua costruzione e per il benessere di tutta la società”. 

Gli accordi del 2018 sono l’ultimo passo di un cammino iniziato proprio a Shanghai nel 1924. Quell’atto così significativo - convocato dal primo delegato apostolico in Cina, mons. Celso Costantini, cui parteciparono in larga parte missionari non autoctoni - pose “le premesse per la fioritura di una Chiesa matura, pienamente inserita nella storia e nella cultura cinese”, ha affermato il card. Parolin nel suo intervento. In altre parole, il Concilio di Cina contribuì a “sottrarre l’evangelizzazione alle ambiguità di una possibile identificazione con gli interessi politici di gran parte dell’Occidente”. E indicò la strada da percorrere “nell’affidare gradualmente, ma con determinazione, la guida delle diocesi cinesi a sacerdoti e vescovi cinesi”. Due anni dopo, il 28 ottobre 1926, papa Pio XI consacrò a Roma i primi sei vescovi cinesi dell’epoca moderna. Primi passi sostenuti dalla lettera apostolica Maximum Illud (1919) di Benedetto XV, “papa delle missioni” che ispirò il Concilio. E che condussero all’enciclica Ad Apostolorum Principis (1958) di Pio XII e alla lettera di papa Benedetto XVI alle persone cattoliche cinesi, pubblicata nel 2007. 

Nel suo discorso - per l’atto accademico inaugurale dell’a.a. 2025/2026, dal titolo “A cento anni dal Concilio di Cina: tra storia e presente”, in collaborazione con l’Agenzia Fides e la Commissione Pastorale per la Cina - il card. Pietro Parolin ha sottolineato alcuni temi che “idealmente uniscono il Concilio di Shanghai al cammino presente”. Ha ricordato la “pesante ipoteca” delle potenze coloniali sul “commovente lavoro” dei missionari di inizio secolo. Che fu causa della “falsata percezione” delle persone cinesi dell’opera di evangelizzazione, vista come “parte integrante della politica di colonizzazione”. In questo contesto il Concilio del 1924 iniziò presto a “portare frutto”, sottolineando “l’irrinunciabile valore del vincolo di comunione di tutte le Chiese con il papa”. “La Chiesa Cattolica in Cina presenta oggi molti tratti che sembrano rispondere alle attese espresse dal Concilio”, ha continuato il cardinale.

Ma il proficuo cammino della Chiesa in Cina è stato segnato anche da “battute d'arresto, fatiche e traumi”, ha evidenziato Parolin. Che, tuttavia, non devono spaventare in quanto le difficoltà sono “una condizione quasi costitutiva della Chiesa pellegrina nella Storia”. Tutti i papi, ha aggiunto, hanno sempre indicato “la via del perdono, della riconciliazione e dell’unità per guarire le ferite e camminare insieme”. Così, di fronte a risultati che possono apparire “deludenti”, bisogna considerare che - per esempio - gli accordi provvisori tra Pechino e Vaticano sono uno “strumento” in un “cammino intessuto di realismo, di pazienza, di fiducia da rinnovare anche davanti a momenti difficili”: “un seme di speranza”, ancor più significativo nell’anno del Giubileo. “Le comunità cattoliche cinesi, piccoli greggi sparsi in mezzo ad un popolo vasto, si sentono pienamente integrate nella realtà della loro nazione", ha ricordato. 

Anche il cardinale filippino Luigi Antonio Tagle, pro-prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione, ha condiviso con la platea un intervento attraversato dal “filo rosso della missione”. “Il primo Concilium Sinense fu un Concilio missionario”, ha affermato. In tre punti, Tagle ne ha spiegato le ragioni. Anzitutto, il compito affidato a mons. Celso Costantini fu “aprire le porte a una nuova e non fuggibile primavera missionaria in terra cinese”, che si concretizzò col favorire “l’uniformità del metodo” missionario. Costantini aprì il Concilio di Cina con un discorso pregno di “passione missionaria”, ha ricordato il cardinale, indicando che i canoni conciliari avrebbero dovuto tendere al “bene universale delle missioni” e alla meta comune della “conversione della Cina a Cristo”.

Diversi furono i risvolti operativi di quel primo Concilio, volti a scongiurare quella “falsata percezione” della missione cui accennava Parolin. Tra essi, la disposizione “che le scritte e le insegne fuori della Chiesa devono essere in cinese”, e che “non devono esserci bandiere e altri simboli che richiamano altre nazioni”. Poi, l’indicazione ai missionari di “vestire il proprio abito religioso”, evitando “vestiti secolari di foggia occidentale”. Venne abolita anche l’usanza della “prostrazione dei fedeli davanti ai missionari”. Alle persone cattoliche si vietò la coltivazione dell’oppio, attività imposta “dalle potenze occidentali”. Infine, si dispose che “nessun ufficio ecclesiastico può essere precluso ai sacerdoti indigeni, che si dimostrino idonei”. Tali iniziative non furono esterne all’“orizzonte missionario”: non episodi isolati, ma l’attuazione “forse più considerevole” della lettera apostolica Maximum Illud di Benedetto XV del 1919, definita “un colpo di gong, o Magna Carta del risveglio delle missioni contemporanee”. Lettera accolta dal mondo missionario in Cina con “diffidenza e indifferenza”, come documentò mons. Costantini.

Insomma, il Concilio di Cina del 1924 fu un “momento di purificazione dell’opera e dell’intenzione missionaria”, ha aggiunto Tagle, che contribuì a “cambiare sguardo, paradigmi e prassi” della missione. Il porporato filippino ha aggiunto che pensare oggi alla Chiesa cattolica in Cina solo come “nomine dei vescovi” o “rapporti tra autorità politiche cinesi e Santa Sede” è il risultato di una “attenzione selettiva, condizionata da stereotipi fuorvianti”. Essa, infatti, “ignora la grande e fitta rete fatta di preghiere, liturgie, processioni, catechesi e iniziative pastorali e caritative, spesso ispirate direttamente dal magistero ordinario del successore di Pietro”. Una nuova “armonia sociale” che certo con il Concilio di Shanghai prima si immaginò e poi si contribuì a realizzare.

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