Quattro anni di ulteriore fiducia 'per il bene della Chiesa e del popolo cinese'

Il commento del direttore editoriale di AsiaNews p. Gianni Criveller al rinnovo dell'Accordo tra Roma e Pechino sulla nomina dei vescovi. "La sobrietà con cui è stato comunicato mostra la consapevolezza dei problemi sullo sfondo che rimangono gravi. Dopo la crisi del 2023 la Cina ha evitato di tirare la corda fino a spezzarla e oggi il clima pare migliorato. Rinunciare alla via stretta del dialogo non porterebbe nessun vantaggio".

di Gianni Criveller

Milano (AsiaNews) - Pechino e Roma hanno annunciato ieri che l’Accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi tra la Santa Sede e la Repubblica popolare cinese - firmato nel 2018, e rinnovato nel 2020 e 2022 - è stato prorogato per quattro anni. La novità più significativa è l’estensione del numero degli anni: non più due ma quattro. Si tratta di un compromesso: forse la Cina avrebbe preferito una conferma definitiva; forse la Santa Sede rinnovarlo per due anni. L’accordo non è stato modificato né reso pubblico, nonostante il Vaticano avrebbe probabilmente preferito ‘migliorarlo’ e renderlo pubblico. Si sa infatti che l'idea della Santa Sede è che l’accordo sia un punto di partenza e non di arrivo, e che apra la strada a miglioramenti e progressi. E la ‘segretezza’ gioca, al contrario, a favore di rappresentazioni equivoche dell’accordo da parte di funzionari della politica religiosa: nel passato ce ne sono state, obbligando la Santa Sede alla nota ‘chiarificatrice’ circa la registrazione civile del clero del 28 giugno 2019. E la necessità di un miglioramento dell’accordo, o di una sua chiarificazione, era palesata soprattutto dopo il grave incidente del 4 aprile 2023, quando il vescovo Shen Bin era stato trasferito a Shanghai senza il consenso del papa. Anche in quel caso la Santa Sede era intervenuta con un comunicato inusualmente duro.

Negli ultimi mesi personalità della Santa Sede e lo stesso Francesco avevano espresso una certa fiducia: il dialogo era ripreso e stava dando qualche frutto positivo. Ci sembra dunque che, dopo la grave crisi del 2023, la Cina abbia evitato di tirare la corda fino a spezzarla. E che a questo possano riferirsi le parole del comunicato del 22 ottobre nelle quali si parla di “consensi raggiunti per una proficua applicazione”.

Come già annunciato da AsiaNews, nelle prossime ore è attesa un'altra nomina: Matteo Zhen diverrà vescovo coadiutore di Pechino e l’ordinazione è prevista per il prossimo 25 ottobre. Il vescovo di Pechino, Li Shan, ha solo 59 anni. Forse ha qualche problema di salute, forse è molto impegnato come presidente dell’Associazione Patriottica, forse il vescovo Zhen, che di anni ne ha solo 54, parlando inglese, è maggiormente adatto a contatti internazionali. In ogni caso questa nomina blinda, per così dire, la diocesi di Pechino per almeno 20 anni.

È difficile dire se i risultati finora ottenuti dall'accordo siano soddisfacenti. Lo sono abbastanza per il Vaticano, ma non per chi fa notare che una trentina di diocesi, un terzo del totale, sono ancora senza vescovo. L’accordo ha un solo tema, ed è proprio centrato sulla preoccupazione della Santa Sede di offrire ai fedeli cattolici, se non la libertà, almeno una guida pastorale e di governo conforme alla tradizione ecclesiale.

È forse per questo che - salvo nostri errori di interpretazione - il comunicato della Santa Sede e gli interventi ufficiali da parte vaticana siano più sobri e prudenti che nelle tre precedenti occasioni (2018, 2020, 2022). Si parla di “opportune consultazioni e valutazioni” che hanno preceduto il rinnovo: certamente alla Santa Sede sono arrivate le perplessità che dentro e fuori la Cina sono state espresse circa il funzionamento dell’accordo.

Papa Francesco è certamente coinvolto personalmente nel processo che ha condotto a quest'intesa e ne conosce i limiti e persino i rischi, come aveva chiaramente affermato in alcune interviste. Tuttavia egli non rinuncia ad aver fiducia nel bene del dialogo e resta convinto che esso, un giorno, porterà frutto. Penso che il papa non si fermi di fronte alle difficoltà perché vuole vincere in generosità gli interlocutori, contando sulla lealtà degli uomini di buona volontà e sulla comune dignità in umanità.

Rimangono sul tappeto problemi gravi. Ne ricordo solo alcuni: la libertà religiosa e politica; l’applicazione spesso severa di regole che limitano la pratica della fede; vescovi e presbiteri non graditi tenuti sotto controllo e impediti a muoversi liberamente; la retorica della sinicizzazione che imperversa in ogni discorso ecclesiale pubblico; la politica di ridurre il numero delle diocesi e di riscriverne i confini in base ad esigenze amministrative, ma in deroga alle prerogative papali; la formazione dei vescovi, dei presbiteri e dei laici. Per portare un esempio concreto: i vescovi di prima nomina, provenienti da tutto il mondo, si riuniscono a Roma per qualche settimana di formazione e di fraternizzazione tra di loro, ma i vescovi cinesi ne sono esclusi.

Nessuno può pensare che un accordo possa risolvere da solo problemi tanto gravi. Sono convinto che la Santa Sede ne sia cosciente e che avrebbe desiderato un negoziato sincero per portare a miglioramenti e includere altri temi importanti per la libera vita ecclesiale, incluso l'apertura di una presenza stabile a Pechino.

La regolarizzazione dei rapporti diplomatici è un tema che occasionalmente viene menzionato ma che rimane estremamente delicato, in quanto coinvolge il destino di Taiwan. Ci ha colpito, positivamente, che il papa abbia inviato il cardinale emerito di Hong Kong John Tong come suo rappresentate al congresso eucaristico di Taiwan, svoltosi a Kaohsiung lo scorso 5 ottobre. In un momento delicato per il futuro dell’isola, questo gesto può significare che per la Santa Sede Taiwan non è un fastidioso retaggio o un ostacolo, ma una realtà, anche ecclesiale, che merita rispetto e considerazione.

Il dialogo con Pechino continua. Non è un impegno agevole, né le alternative offrono garanzie migliori. La Santa Sede ci sembra persuasa che rinunciare alla via stretta del dialogo e dell’accordo non porterebbe ad alcun vantaggio. Noi che amiamo la Chiesa e seguiamo il papa, facciamo nostro l’auspicio che i prossimi quattro anni di accordo siano per “il bene della Chiesa Cattolica nel Paese e di tutto il popolo cinese”.

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