Teheran, aperto il processo alle “spie” americane

Dei tre ragazzi arrestati nel luglio del 2009, due sono finiti alla sbarra con l’accusa di spionaggio e ingresso illegale nel Paese. La terza ha lasciato l’Iran dopo aver pagato una cauzione di 500mila dollari. Dopo la dichiarazione di “non colpevolezza”, il processo è stato rinviato a data da destinarsi.

Teheran (AsiaNews/Agenzie) – Si è aperto ieri mattina a Teheran il processo a porte chiuse contro due americani accusati di spionaggio dalle autorità iraniane. I due, Shane Bauer e Josh Fattal, sono stati arrestato il 31 luglio del 2009 nei pressi del confine iracheno; un terzo americano, Sarah Shourd, ha pagato la cauzione di 500mila dollari in settembre ed è rientrata a casa. Gli imputati si sono dichiarati non colpevoli.

 

I tre statunitensi – tutti fra i 20 e 30 anni  (v. foto) – sostengono che si tratti di un malinteso: impegnati in una escursione in bicicletta al confine settentrionale dell’Iraq sono entrati per errore in Iran. In quel punto il confine non è segnalato. Per i procuratori iraniani sono invece spie “entrate nel Paese in maniera illegale”, e la somma dei crimini è punibile con la pena di morte.

 

Il processo non è aperto al pubblico, ma la Press Tv – televisione di Stato in lingua inglese – ha mostrato i due imputati, visibilmente spaventati, mentre parlavano dei loro viaggi in Medio Oriente. La questione ha ovviamente aumentato le tensioni fra Teheran e Washington: le due capitali non hanno relazioni diplomatiche sin dalla Rivoluzione islamica del 1979, quando un gruppo di studenti irruppe nell’ambasciata statunitense per compiere una strage.

 

Il processo è stato sospeso, ma non è ancora stata fissata una data per la ripresa. Secondo l’ufficio del Procuratore di Teheran, le autorità sono in possesso di “prove evidenti” della collaborazione fra i tre e le agenzie di spionaggio americane. L’avvocato della difesa, che non ha potuto vedere i suoi clienti per 4 mesi, sostiene invece che l’accusa di spionaggio “si basa sul nulla” e si è detto convinto di poter confutare anche l’accusa di ingresso illegale nel Paese.

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