Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Liberato dal carcere e messo subito sotto chiave per il coronavirus. Wang Quanzhang, noto avvocato cinese per i diritti umani, ha finito ieri di scontare la sua pena in prigione. Passati più di 4 anni in cella per “sovversione contro lo Stato”, Wang non ha potuto però riabbracciare i suoi cari a Pechino. Uscito dal penitenziario di Linyi (Shandong) è stato scortato a Jinan, nella stessa provincia, e posto in quarantena.
La nuova misura restrittiva dovrebbe durare 14 giorni, ma sua moglie Li Wenzu teme che sarà usata come scusa per tenerlo in custodia o sotto sorveglianza per lungo tempo. Le possibilità di contatto con lui sono minime, e non si conoscono le sue reali condizioni. Organizzazioni umanitarie come Amnesty International notano che il governo cinese è solito controllare e monitorare gli attivisti anche dopo la loro scarcerazione. Un altro avvocato per i diritti umani, Jiang Tianyong, è ancora sottoposto a un regime di sorveglianza nonostante abbia finito di scontare una pena di due anni a febbraio dello scorso anno.
Secondo alcuni osservatori, le autorità stanno sfruttando la lotta al coronavirus per reprimere il dissenso interno. Ad esempio, Xu Zhiyong, fondatore del Movimento dei nuovi cittadini, è stato arrestato il 15 febbraio a Guangzhou (Guangdong) nel corso di un “controllo sanitario” per prevenire il diffondersi del Covid-19.
Wang era stato arrestato nel 2015 in un’operazione di sicurezza denominata “709” (in quanto cominciata il 9 luglio di quell’anno), che aveva colpito altri 300 colleghi – fra essi anche alcuni cristiani protestanti e cattolici. Molti di loro sono stati processati e poi condannati; diversi hanno “confessato” in video le loro colpe; altri sono usciti dalla prigione molto provati dal punto di vista fisico e psicologico, a causa delle torture subite.
Wang aveva difeso attivisti politici (tra cui esponenti del Movimento dei nuovi cittadini), comunità cristiane sotterranee, fedeli del Falun Gong (movimento spirituale fuorilegge in Cina) e contadini vittime di espropri ritenuti illegali. Per più di tre anni la sua famiglia non ha avuto sue notizie, e nessun avvocato ha potuto assisterlo.
Poi, all’inizio del 2019, Wang è stato condannato dalla Corte intermedia di Tianjin. I familiari non hanno potuto assistere al processo; l’ingresso in aula è stato impedito anche a giornalisti e diplomatici stranieri.
Li si è battuta a lungo per liberare suo marito. In segno di protesta per la condanna si è rasata il capo, ha organizzato marce, proteste e dimostrazioni. Per questo suo impegno ha subito minacce di morte e arresti domiciliari. Molti attivisti sospettano che Wang abbia subito torture e maltrattamenti durante la prigionia. L’Unione europea chiede un’inchiesta sul trattamento ricevuto in carcere dall’attivista.










