Lo scoppio della guerra russo-ucraina - di fatto già in corso fin dal 2014 e durante la pandemia di Covid-19 - aveva provocato una forte escalation dei conflitti interfamiliari. Questo conflitto era principalmente generazionale e affondava le sue radici in Crimea, dove covava tensione da molti anni. Inoltre, le spaccature tra chi era a favore e chi era contro la guerra si estendevano su più fronti: tra i falchi, colpiti da anni di propaganda di Stato che alimentava la popolazione con storie del tutto inverosimili di ragazzi crocifissi, e coloro che credevano che “non tutto è così semplice”; coloro che difendevano la “lealtà alla bandiera”, credendo che “questo è il mio Paese, giusto o sbagliato, devo stare dalla sua parte”, e coloro che credevano nelle argomentazioni a favore di un “attacco preventivo” e nella lotta contro la Nato: coloro che davano priorità alle argomentazioni etniche sulla “protezione dei russi”, coloro che credevano nel mantra di “un solo popolo”, coloro che credevano alla narrativa del Cremlino di una “giunta nazista a Kiev” e della “denazificazione”, coloro che credono semplicemente che “il nostro presidente sa quello che fa”... Questo eterogeneo coro di sostenitori di una guerra imperialista, ingiustificata e condotta in modo inetto ha diviso innumerevoli famiglie, rovinato innumerevoli amicizie e interrotto rapporti durati generazioni. Oggi è difficile trovare una sola persona che non abbia litigato con i genitori, i nonni, i fratelli, gli amici più cari, persino con il coniuge, per divergenze di opinione su questo argomento.
Così, mentre il mondo moderno precipitava lungo la strada politica fino al punto in cui si trova ora, la pandemia di Covid, le quarantene e le vaccinazioni, la guerra scatenata dalla Russia in Ucraina, la guerra in Medio Oriente da Israele e Gaza al Libano e all'Iran, all'elezione di Trump e così via, è stata segnata da importanti processi sociali che rimangono poco compresi, in Russia e po’ dappertutto. Mentre le conseguenze politiche di questi cataclismi sono più o meno evidenti, le conseguenze sociali, che sono ben più profonde e durature, sono a malapena riconosciute o percepite come spiacevoli e tristi eccessi di natura più personale che sociale: “mio nonno è dipendente dalla propaganda televisiva e ripete tutto quello che dicono”, “i miei parenti anziani sono completamente pazzi, appoggiano la guerra”, “mio fratello spara un sacco di sciocchezze militariste”, “il mio compagno di scuola è completamente ossessionato dall'antisemitismo”, e così via. Ci sono innumerevoli storie di questo tipo.
Può davvero la famiglia essere dilaniata a causa dell'affiliazione politica della Crimea, perché verrà raffigurata sulla mappa dell’Onu con gli stessi colori della Russia, non dell'Ucraina? Oppur perché il parlamento crimeano esporrà il tricolore russo invece della bandiera giallo-blu? Un fratello lancia davvero insulti oltraggiosi al suo fratello solo perché presumibilmente dei bambini muoiono di fame a Gaza, quando i bambini in Siria soffrono la fame da quasi quindici anni, e i due fratelli non se ne sono minimamente preoccupati? Una madre rompe davvero i rapporti con la figlia perché non appoggia Putin, come se le importasse chi pronuncia gli auguri di Capodanno? Le domande poste qui sembrano assurde. Considerare queste come cause di conflitti e rotture significa non vedere la foresta per gli alberi. È la politica, e le persone litigano non per la politica, ma per ciò che si cela dietro di essa.
La società russa moderna è caratterizzata dal cinismo, basato su una profonda sfiducia nelle istituzioni sociali, negli slogan ufficiali e nelle motivazioni di chi ti circonda; ma le ideologie non scelgono noi: siamo noi a scegliere loro. Assumendo le forme del proprio profilo psicologico e razionalizzando i sintomi dei propri traumi, le ideologie li incapsulano in narrazioni, li formalizzano discorsivamente e creano un'aura emotiva in cui le opinioni politiche, la morale, i valori, gli interessi e le inclinazioni si allineano comodamente con le caratteristiche della propria struttura psicologica. Al di fuori di questa cornice ideologica, non è possibile esprimersi socialmente. In questo senso, le ideologie sono come il linguaggio, senza il quale non siamo in grado di formulare pensieri.
Il mondo moderno è entrato in un'era di polarizzazione politica. La polarizzazione porta alla radicalizzazione. La radicalizzazione, a sua volta, semplifica drasticamente la visione del mondo. Questa semplificazione, a sua volta, presuppone la schematizzazione delle opinioni politiche, e quanto più schematiche e astratte sono queste opinioni, tanto più difficili sono da difendere e argomentare, tanto meno razionale e, di conseguenza, tanto più emotivo diventa il processo di interazione sociale. Così come il linguaggio plasma il pensiero, allo stesso modo le opinioni politiche rappresentano una razionalizzazione dei fondamenti psicologici della personalità.
Dopo otto decenni di liberalizzazione e di spostamento a sinistra, il mondo moderno sta assistendo a un'ascesa di ideologie di destra delle più estreme convinzioni. Tra queste, quelle primitive basate sul darwinismo sociale predicato così apertamente e cinicamente in televisione dal presidente russo, che improvvisamente ha dimenticato le sue stesse chiacchiere sugli antichi popoli dei Polovtsy, i Peceneghi e la denazificazione dei neonazisti trincerati a Kiev, paragonando direttamente la guerra in Ucraina a una “catena alimentare”. In questo modo, egli giustifica la disuguaglianza tra Paesi e popoli (in tutte le sue manifestazioni storiche, dal capitalismo selvaggio al colonialismo e al razzismo), sostituendo il diritto internazionale con la legge del più forte, sostenendo che i più forti sopravvivono, sebbene gli ultimi otto decenni di pace e prosperità senza precedenti abbiano dimostrato che la base del progresso sociale non è la selezione naturale all'interno della società o una cieca lotta intraspecifica, bensì la cooperazione, l'assistenza reciproca e la diversità culturale.
Tuttavia, in un Paese la cui popolazione è stata avvelenata da anni di propaganda rabbiosa paragonabile solo al clima mediatico tossico dei regimi più odiosi come l'Iran, Hamas o la Corea del Nord, dove il culto della forza, il disprezzo per le minoranze, la mancanza di rispetto per la vita umana e l'aggressività sono onnipresenti, tali idee trovano riscontro nel persistente stato socio-psicologico della società russa contemporanea. Essa è caratterizzata da cinismo, radicato in una profonda sfiducia nelle istituzioni sociali, negli slogan ufficiali e nelle motivazioni di chi ci circonda, dalla famiglia e dai vicini ai politici e ai leader d'opinione. Questo cinismo deriva da fattori sociali oggettivi: l'atomizzazione della società, l'indifferenza politica, il bi-pensiero ideologico, il culto della sopravvivenza personale, livelli estremamente bassi di empatia e sensibilità alla violenza, e un aumento della depressione e del burnout, generati da un senso di ingiustizia, impotenza e menzogne pervasive e palesi. È da qui che provengono anche le teorie del complotto, così diffuse in questo contesto.
Osservando la versione brutale del darwinismo sociale, il cui portabandiera nel mondo moderno è la Russia, si può notare che le idee anti-egualitarie e antidemocratiche del libertarismo di destra e del cosiddetto “illuminismo oscuro” - originarie dell'estremo Occidente della Silicon Valley e predicate da politici e tecnocrati di estrema destra - si riducono anch'esse al darwinismo sociale. Se si prova a individuare i fondamenti psicologici di tali idee, in realtà essi non hanno nulla in comune con il caso russo: la tecno-destra è tutt'altro che dominata dal risentimento. Al contrario, a differenza della Russia arretrata, che ha ostacolato un tentativo di modernizzazione dopo l'altro, essa promuove idee di tecno-ottimismo radicale e accelerazionismo, più affini a una moderna iterazione del fascismo futuristico, e al culto della modernità di un secolo fa.
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