A rischio fallimento la Conferenza di Copenhagen sul clima

Emergono divisioni fra Paesi ricchi e in via di sviluppo; differenze fra le proposte dei tagli sulle emissioni di anidride carbonica; accuse sull’uso e l'entità dei finanziamenti. Secondo alcuni scienziati questo decennio è il più caldo dal 1850, ma rimangono le accuse di manipolazione sui dati.

Copenhagen (AsiaNews/Agenzie) – La conferenza Onu sul clima in corso nella capitale danese rischia di saltare a causa di divisioni e tensioni. L’ultima difficoltà è la circolazione di una “bozza finale” sul clima preparata dalla presidenza danese.

La bozza sembra garantire ai Paesi industrializzati diritti di inquinamento pro-capite entro il 2050 in misura doppia rispetto a quelli assegnati ai Paesi in via di sviluppo, stravolgendo la filosofia alla base degli accordi di Kyoto. Yvo de Boer, responsabile Onu per il clima ha precisato che essa è solo una “base di partenza per consultazioni informali”, ma i Paesi del G-77 (la coalizione che raggruppa i 130 stati in via di sviluppo presenti al summit) sono insorti per bocca del delegato sudanese Lumumba Stanislas Dia Ping, denunciando subito “una grave violazione che minaccia di compromettere i risultati del vertice”.

Nonostante ciò, Ban Ki-moon, segretario generale Onu, ha manifestato il proprio ottimismo per un “accordo solido e immediatamente efficace”. Un gruppo di scienziati sponsorizzati dall’Onu ha richiesto prima del summit che i Paesi si accordino su una riduzione del 25-40% delle emissioni di Co2. Ma anche su questi aspetti vi è battaglia. Prima di Copenhagen gli Usa si sono impegnati a ridurre del 17% le emissioni entro il 2020 rispetto ai livelli del 2005; l’Unione europea del 20% rispetto ai livelli del ’90; il Giappone del 25% entro il 2020. Da parte sua, la Cina ha offerto di ridurre del 40-45% entro il 2020, ma per unità di Prodotto interno lordo.

Il negoziatore di Pechino Su Wei ha detto che il taglio suggerito dagli Usa è “non rilevante”; quello della Ue “non sufficiente”; quello del Giappone, una “condizione impossibile”.

La Cina è il principale emettitore di gas serra al mondo. Essa ha incrementato la combustione di materie fossili del 178% rispetto al 1990, contro il 17% degli Usa, ma la media pro-capite di emissioni arriva a 25 tonnellate negli Usa e a 5.8 in Cina. 

Il presidente del gruppo dei Paesi meno avanzati (Pma), Bruno Sekoli del Lesotho, ha chiesto un sistema “prevedibile e certo” sui finanziamenti per ridurre le emissioni e gli investimenti nelle tecnologie verdi. A tale proposito, sempre la Cina ha bollato come “una goccia nell’oceano” la proposta dei Paesi industrializzati di stanziare 10 miliardi di dollari all’anno a quelli in via di sviluppo.

Infine, alcune organizzazioni non governative sottolineano che la priorità per i Paesi in via di sviluppo è quella di migliorare la qualità dell’aria e dell’acqua, più che il problema del riscaldamento globale.

Intanto l’Organizzazione Meteorologica Mondiale ha fatto sapere che il primo decennio del XXI secolo sarà il più caldo mai registrato dal 1850. E questo proprio mentre diversi scienziati contestano i risultati Onu sul riscaldamento globale, frutto di manipolazioni (v. AsiaNews.it, 07/12/2009 Apre la Conferenza di Copenhagen sul clima, fra business e manipolazioni).

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