Papa: il martirio cristiano, un atto d’amore anche verso i persecutori

Nella festa di santo Stefano, Benedetto XVI ricorda missionari, sacerdoti, vescovi, suore e fedeli laici ancora oggi perseguitati, imprigionati, torturati, privati della libertà a causa della fede e del loro legame col papa. Il martire offre la forza disarmante della verità e dell’amore di fronte alla violenza brutale dei nemici.

Città del Vaticano (AsiaNews) – Il martirio cristiano – così attuale anche nel nostro tempo -  è “esclusivamente un atto d’amore, verso Dio e verso gli uomini, compresi i persecutori”: lo ha detto Benedetto XVI nell’introdurre la preghiera dell’Angelus oggi festa di santo Stefano, primo martire. Parlando a migliaia di pellegrini radunati in piazza san Pietro, il pontefice ha ricordato che “il legame profondo che unisce Cristo al suo primo martire Stefano è la Carità divina: lo stesso Amore che spinse il Figlio di Dio a spogliare se stesso e a farsi obbediente fino alla morte di croce (cfr Fil 2,6-8), ha poi spinto gli Apostoli e i martiri a dare la vita per il Vangelo”.

Un segno di questo “amore” è proprio la preghiera verso i “nemici” e i “persecutori”, vissuto da tanti “figli e figlie della Chiesa nel corso dei secoli”. Tutto questo rende molto diverso il martirio cristiano da quello dei kamikaze o di una qualunque vittima dei propri ideali.

Benedetto XVI ha poi sottolineato come il martirio ha accompagnato sempre la professione della fede cristiana e rimane profondamente attuale: “anche oggi – ha detto - giungono notizie da varie parti del mondo di missionari, sacerdoti, vescovi, religiosi, religiose e fedeli laici perseguitati, imprigionati, torturati, privati della libertà o impediti nell’esercitarla perché discepoli di Cristo e apostoli del Vangelo; a volte si soffre e si muore anche per la comunione con la Chiesa universale e la fedeltà al Papa”.

Il pontefice non ha citato luoghi o situazioni nello specifico, ma in controluce si intuisce l’accenno alla “mappa del martirio” in Paesi dell’America Latina, dell’Africa e dell’Asia, in particolare i Paesi islamici (“perseguitati, imprigionati, torturati…”) e la Cina (“si muore anche per la comunione con la Chiesa universale e la fedeltà al Papa”). Nell’elenco si può aggiungere l’India da dove proprio oggi giungono notizie di cristiani uccisi e di chiese bruciate.

Citando la sua ultima enciclica Spe salvi (cfr n. 37), egli ha ricordato l’esperienza del martire vietnamita Paolo Le-Bao-Thin (morto nel 1857), in cui “la sofferenza è trasformata in gioia mediante la forza della speranza che proviene dalla fede”.

“Il martire cristiano”, ha sottolineato Benedetto XVI, “come Cristo e mediante l’unione con Lui, ‘accetta nel suo intimo la croce, la morte e la trasforma in un’azione d’amore. Quello che dall’esterno è violenza brutale, dall’interno diventa un atto d’amore che si dona totalmente. La violenza così si trasforma in amore e quindi la morte in vita’ (Omelia a Marienfeld - Colonia, 20 agosto 2005). Il martire cristiano attualizza la vittoria dell’amore sull’odio e sulla morte”.

“Preghiamo – ha concluso il pontefice - per quanti soffrono a motivo della fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa. Maria Santissima, Regina dei Martiri, ci aiuti ad essere testimoni credibili del Vangelo, rispondendo ai nemici con la forza disarmante della verità e della carità”.

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