Ombre e polemiche sull’esecuzione di due bangladeshi alla Mecca

Nazrul Islam Abdul Bashir e Sweety Akter uccisi per mano del boia in Arabia Saudita il 14 ottobre scorso. Per attivisti e cittadini la controversa vicenda ha causato profondo shock e solleva dubbi riguardo l’azione del governo. Sullo sfondo il tema dell’economia migrante e la tutela dei diritti.

di Sumon Corraya

Dhaka (AsiaNews) - L’esecuzione di due cittadini del Bangladesh in Arabia Saudita ha sollevato nuove preoccupazioni riguardo alla tutela dei lavoratori migranti all’estero. In risposta, un’importante coalizione per i diritti umani ha chiesto trasparenza sia alle autorità saudite che a quelle del Bangladesh, mettendo in dubbio che i condannati abbiano ricevuto un’adeguata assistenza legale e consolare prima della loro morte.

In una dichiarazione lo Human Rights Forum Bangladesh (Hrfb), una coalizione di organizzazioni per i diritti umani, ha espresso profonda preoccupazione per l’uccisione per mano del boia di Nazrul Islam Abdul Bashir e Sweety Akter nella regione della Mecca il 14 ottobre scorso. Il gruppo ha inoltre condannato la mancata notifica preventiva da parte delle autorità saudite alla missione diplomatica del Bangladesh, secondo quanto affermato dal governo di Dhaka.

Shock devastante

Per le famiglie dei due cittadini del Bangladesh, la notizia - giunta del tutto inaspettata pur mancando da tempo i contatti coi loro congiunti - è stata uno shock devastante. Per gli attivisti pro diritti umani la vicenda mette in luce la vulnerabilità di milioni di lavoratori migranti che spesso si trovano ad affrontare i sistemi giudiziari di Paesi stranieri senza un adeguato supporto linguistico, una rappresentanza legale o l’accesso all’assistenza consolare. Tahmina Rahman, coordinatrice Hrfb e direttrice esecutiva di Ain o Salish Kendra (Ask), ha chiesto una revisione imparziale per determinare se i due cittadini abbiano potuto esercitare i propri diritti legali e se i vertici istituzionali abbiano adottato tutte le misure necessarie per proteggerli.

In base agli scarni resoconti di stampa, i due cittadini del Bangladesh erano detenuti dall’agosto 2023 con accuse distinte, sebbene per alcuni giorni fosse circolata la voce (infondata) secondo cui i due avrebbero compiuto “atti illeciti” nei pressi di una moschea. Una lettera inviata il 18 ottobre dall’Ufficio per il lavoro del consolato del Bangladesh a Jeddah al ministero per il Benessere degli espatriati e l’occupazione all’estero affermava che un elenco di detenuti ricevuto dalle autorità saudite il 30 settembre includeva i nomi dei due cittadini. Tuttavia, non erano menzionate le loro condanne, mentre venivano riportare le sentenze emesse a carico di altri prigionieri presenti all’interno della lista.

La lettera precisava inoltre che né l’ambasciata del Bangladesh a Riyadh né il consolato a Jeddah avevano ricevuto alcuna notifica, formale o informale, delle esecuzioni.

Il caso ha sollevato preoccupanti interrogativi tra le organizzazioni per i diritti umani. L’Hrfb ha chiesto se i funzionari consolari del Bangladesh avessero chiesto chiarimenti dopo aver ricevuto l’elenco incompleto dei detenuti e se, tra il 30 settembre e il 14 ottobre, fossero stati compiuti sforzi per verificare lo stato delle due vicende giudiziarie. “La mancata notifica da parte delle autorità saudite è motivo di grave preoccupazione” ha affermato l’ong, aggiungendo tuttavia che ciò non esonera automaticamente la missione del Bangladesh dalle proprie responsabilità nel monitorare benessere e status giuridico di cittadini detenuti.

Vicenda controversa

Hrfb ha auspicato un’indagine per capire quando i funzionari di Dhaka siano venuti a conoscenza degli sviluppi dei casi, se abbiano individuato la possibilità di condanna a morte e quali azioni, se ve ne siano state, sono state intraprese per impedire le esecuzioni o garantire un giusto processo. Di centro la questione solleva interrogativi più ampi sulle garanzie giuridiche internazionali, anche perché Dhaka è firmataria del Patto internazionale sui diritti civili e politici (Iccpr), che tutela il diritto alla vita e garantisce un processo equo, compreso l’accesso all’assistenza legale.

La Convenzione di Vienna sulle relazioni consolari garantisce inoltre ai detenuti stranieri il diritto di comunicare con i propri rappresentanti consolari. L’ong attivista sottolinea che è importante accertare se i due cittadini del Bangladesh abbiano avuto accesso ad avvocati di loro scelta, a servizi di interpretariato, alla possibilità di presentare ricorso e a una comunicazione efficace con i propri funzionari diplomatici. L’organizzazione ha inoltre chiesto la divulgazione di informazioni complete sulle accuse, sui procedimenti giudiziari e sulla base giuridica delle sentenze.

Il Consolato del Bangladesh a Jeddah avrebbe inviato una nota diplomatica per richiedere copie delle sentenze del tribunale e i dettagli dei casi. L’Hrfb ha esortato il governo a perseguire formalmente la questione attraverso i canali diplomatici e a rendere pubblici i risultati di qualsiasi indagine sulle azioni ufficiali intraprese prima delle esecuzioni. L’organizzazione ha infine auspicato che venga accertata la responsabilità qualora venissero accertate negligenza o inadempienza dei doveri, e ha sollecitato un equo risarcimento per le famiglie dei defunti.

In risposta alla polemica, il ministro degli Esteri Shama Obaid ha affermato che il Bangladesh aveva già richiesto informazioni alle autorità saudite e che sarebbe stato in grado di fornire dettagli una volta ricevute le sentenze del tribunale. Egli ha sottolineato che il governo cerca sistematicamente di fornire assistenza legale ai concittadini condannati all’estero e persegue tutte le vie legali disponibili per ottenere riduzioni di pena o clemenza. Il ministro ha inoltre sottolineato la portata della sfida: secondo i dati governativi, circa 7.500 cittadini del Bangladesh sono attualmente detenuti in Arabia Saudita.

Migranti, fra economia e diritti

Il caso ha avuto grande risonanza in Bangladesh, dove la migrazione rimane un’ancora di salvezza per milioni di famiglie. L’Arabia Saudita ospita una delle più grandi comunità di espatriati al mondo. Si stima che 3,5 milioni di cittadini del Bangladesh lavorino legalmente nel regno, tra cui circa 150mila lavoratrici, e molti altri vivono senza documenti in regola. Le rimesse che inviano a casa costituiscono un pilastro fondamentale dell’economia nazionale, sostenendo le famiglie rurali e contribuendo in modo significativo alle riserve valutarie del Paese.

Gli attivisti per i diritti umani sostengono che la dipendenza economica dal lavoro estero renda la tutela dei lavoratori migranti una questione sempre più urgente per entrambi i governi. Al contempo, per leader religiosi, attivisti per i diritti umani e organizzazioni di sostegno ai migranti in Bangladesh, questa tragedia mette in luce una sfida morale più ampia: garantire che le persone che lasciano la propria casa in cerca di lavoro non perdano l’accesso alla giustizia, alla dignità e alla protezione quando si trovano in difficoltà legali all’estero. Mentre le famiglie dei due cittadini uccisi per mano del boia attendono risposte, si moltiplicano le richieste di maggiore trasparenza, un maggiore impegno consolare e garanzie più efficaci per i lavoratori migranti vulnerabili.

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