Uomo del dialogo o estremista? Cristiani pachistani divisi su Ashrafi

Dopo la polemica che in Gran Bretagna ha portato l'arcivescovo di Canterbury a ritirare un riconoscimento per la pace assegnato al presidente del Pakistan Ulema Council, la Church of Pakistan gli assegna un suo premio difendendo il suo impegno per le minoranze. Ma oltre alle frasi su Bin Laden e l'11 settembre spuntano anche nuove accuse

di Shafique Khokhar

Lahore (AsiaNews) - La controversia che coinvolge il religioso musulmano pakistano Hafiz Muhammad Tahir Mehmood Ashrafi si è acuita nei giorni scorsi, in seguito alla revoca di un premio interreligioso conferitogli a Londra dall’arcivescovo di Canterbury. Una scelta che contrasta con la decisione della Church of Pakistan di insignirlo, in un secondo momento, del riconoscimento “Global Peace Award” che celebra quanti si impegnano per la pace e la convivenza. 

Ashrafi, presidente del Pakistan Ulema Council e coordinatore del National Paigham-e-Aman Committee, aveva ricevuto l’Hubert Walter Award for Reconciliation and Interfaith Cooperation dall’arcivescovo di Canterbury Sarah Mullally a Lambeth Palace l'11 settembre scorso. Un premio per l’opera a favore della riconciliazione e della collaborazione fra fedi diverse, che gli è stata assegnata in una data sensibile: il 25mo anniversario degli attacchi al cuore degli Stati Uniti dalle Torri Gemelle a New York al Pentagono a Washington. 

Lambeth Palace ha dichiarato che il premio intendeva riconoscere il sostegno di lunga data di Ashrafi alle minoranze religiose in Pakistan, in particolare alla comunità cristiana. Sei giorni dopo, il 17 settembre, il Palazzo ha annunciato la revoca del premio perché sarebbero emerse “precedenti dichiarazioni” rilasciate dallo stesso Ashrafi, il quale ha peraltro ribadito il proprio impegno a favore del dialogo e della cooperazione interreligiosa.

Nello specifico, la decisione di ritirare il premio è giunta dopo che sono state nuovamente esaminate alcune affermazioni di Ashrafi del 2007 relative all’allora leader di al-Qaeda, Osama bin Laden. I media britannici hanno riferito che Ashrafi aveva dichiarato di voler conferire a Bin Laden il titolo di “Saifullah”, ovvero “Spada di Dio”, in una fase di proteste e tensioni per la decisione della Gran Bretagna di conferire il titolo di cavaliere allo scrittore Salman Rushdie. Lo scrittore e saggista di origine indiana oggetto di una fatwa dell’ayatollah Ruhollah Khomeyni, guida suprema dell’Iran, per il contenuto della sua celebre opera “I versi satanici” del 1988. 

In risposta, e a parziale giustificazione della posizione su bin Laden, i rappresentanti di Ashrafi hanno sostenuto che tali dichiarazioni erano state estrapolate dal contesto e non costituivano un'approvazione del terrorismo. La controversia si è successivamente estesa in seguito ad un’inchiesta del Telegraph del 24 settembre, che ha riportato accuse riguardanti il ​​fratello di Ashrafi, Hassan Muawiya Ashrafi. Il quotidiano ha sostenuto che quest'ultimo fosse collegato a una rete accusata di sfruttare le accuse di blasfemia per rapire, torturare e ricattare uomini, con il probabile coinvolgimento di funzionari corrotti.

Il quotidiano britannico ha riferito che, in base ai documenti in possesso degli inquirenti, a Muawiya Ashrafi erano riconducibili almeno 26 denunce per blasfemia nell'arco di quattro anni. Ha inoltre citato accuse secondo cui venivano utilizzate trappole sui social media - basate sulla seduzione - per indurre gli uomini a condividere materiale che potesse poi costituire la base per le accuse. Inoltre, i familiari delle presunte vittime hanno dichiarato al giornale di temere ritorsioni e hanno chiesto di rimanere anonimi.

Tahir Ashrafi avrebbe difeso il fratello al centro delle polemiche, respingendo le accuse secondo cui uno dei due facesse parte di una banda dedita a estorsioni o a strumentalizzare le accuse di blasfemia. Ashrafi ha sfidato i critici a dimostrare che lui o il fratello avessero estorto denaro alle vittime ed è evidente che si tratta di semplici accuse che non possono essere considerate come fatti penalmente accertati in assenza di una pronuncia giudiziaria.

In questo contesto, la Chiesa del Pakistan ha scelto comunque di conferire ad Ashrafi un premio per la pace globale (Global Peace Award) a Lahore. Il vescovo anglicano locale Azad Marshall, presidente della Chiesa del Pakistan, ha dichiarato che Ashrafi si è impegnato costantemente per tutelare i diritti dei cittadini non musulmani e per promuovere il dialogo interreligioso, la pace e l'armonia tra le fedi. In risposta, Ashrafi ha ringraziato la Chiesa e ha ribadito il proprio impegno a favore della pace, del dialogo e dei diritti di tutti i pakistani.

Tali decisioni contrastanti hanno suscitato critiche tra alcuni cristiani pakistani e attivisti per i diritti umani. Interpellato da AsiaNews Faraz Pervaiz, residente a Lahore, ha criticato aspramente la decisione del vescovo Marshall, sostenendo che i leader cristiani dovrebbero “riconsiderare i rapporti con figure le cui azioni e dichiarazioni pubbliche sono state oggetto di gravi controversie”. “Le sue osservazioni aggiunge - riflettono la sua posizione personale e non rappresentano una presa di posizione ufficiale della Chiesa del Pakistan”.

La vicenda ha quindi sollevato questioni più ampie riguardanti il ​​dialogo interreligioso, la tutela delle minoranze religiose, l'abuso delle accuse di blasfemia e la dovuta cautela (o verifica preliminare) richiesta alle istituzioni religiose prima di conferire onorificenze internazionali. Per la comunità cristiana locale, la controversia mette inoltre in luce il difficile equilibrio tra il mantenimento del dialogo con influenti leader religiosi musulmani e la necessità di garantire che tale impegno rimanga coerente con i principi di dignità umana, libertà religiosa, giustizia e tutela delle comunità vulnerabili.

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