Milano (AsiaNews) - A differenza di quanto avveniva in passato, il governo cinese riconosce ormai apertamente che nel Paese il livello dei consumi è troppo basso. Qualche settimana fa Qiushi, la rivista teorica del Partito Comunista, ha dedicato un commento al divario tra l’offerta sostenuta e i consumi deboli, ammettendo che lo squilibrio incide sull'intera economia. Nello stesso articolo, però, l'organo ideologico di Pechino si affretta a ridimensionare il fenomeno, descrivendolo come temporaneo e sostenendo che non è indice di un basso tenore di vita. Come rimedio, la rivista ripropone soluzioni ormai logore come i grandi progetti infrastrutturali e ricorda che quest'anno gli investimenti nelle reti, dall'acqua all'energia, supereranno i 7.000 miliardi di yuan.
Intanto ad agosto le vendite al dettaglio sono cresciute appena dello 0,4% e il divario con la produzione industriale ha raggiunto il massimo da oltre tre anni. A un seminario sui consumi organizzato a Nanchang alcuni economisti vicini al governo hanno proposto di ampliare il credito al consumo, mentre altri hanno osservato che una popolazione che invecchia difficilmente spenderà di più. Secondo l'economista Huang Yiping, membro del comitato di politica monetaria della banca centrale, l'intelligenza artificiale rischia di aggravare lo squilibrio, perché accresce la capacità produttiva più rapidamente di quanto crescano i redditi delle famiglie.
Un aspetto fondamentale che i documenti ufficiali si limitano a sfiorare senza affrontarlo fino in fondo è quello della spesa sociale. La Cina destina a questa voce di spesa circa l'8% del Pil, contro una media del 21% nei Paesi dell'Ocse, e il sistema pensionistico resta segnato da profonde diseguaglianze. I pensionati della pubblica amministrazione ricevono diverse migliaia di yuan al mese, mentre per circa 180 milioni di anziani con residenza rurale l'importo medio è di appena 287 yuan, pari a circa 38 euro.
Vi sono ampie diseguaglianze anche per quanto riguarda i contributi e l'assistenza sanitaria. In molte città la soglia su cui questi ultimi vengono calcolati è molto più alta del salario minimo, con il risultato che dopo le trattenute i lavoratori con salari più bassi alla fine si ritrovano con una retribuzione effettiva inferiore al livello previsto dalla legge. A partire dal gennaio 2027 l'iscrizione all'assicurazione medica per i residenti diventerà obbligatoria, dopo che tra il 2019 e il 2025 circa 83 milioni di persone avevano smesso di versare i relativi contributi perché a corto di fondi. I cinesi pagano già di tasca propria quasi un terzo della spesa sanitaria nazionale, oltre il doppio della media Ocse, e nella situazione descritta il risparmio diventa per molti una forma di assicurazione contro le spese future.
Lavoro, salari e malcontento
Questa necessità di risparmiare porta anche a lavorare molto di più che in altri Paesi. I dipendenti attualmente lavorano in media 48,2 ore alla settimana, contro il massimo di 44 previsto dalla legge, e quasi il 70% dei lavoratori non riesce a utilizzare per intero le ferie annuali cui avrebbe diritto. Il maggior numero di ore lavorate non comporta però un sensibile aumento del reddito. I quasi 300 milioni di lavoratori migranti hanno guadagnato l'anno scorso in media 5.075 yuan al mese, appena il 2,3% in più dell'anno precedente, mentre le cause di lavoro per stipendi non versati sono in forte aumento. Come osserva Mingwei Liu, direttore del Centro per il lavoro e l'occupazione globale della Rutgers University, si è incrinato il patto implicito secondo cui più si fanno sacrifici e più si è ricompensati.
A settembre il disagio per queste condizioni si è trasformato in una protesta che ha utilizzato i consumi come strumento di pressione. L’iniziativa ha preso di mira il tiaoxiu, cioè il sistema dei giorni di recupero con cui lo Stato mette in calendario festività nazionali più lunghe, rendendo però lavorativi i fine settimana immediatamente precedenti o successivi. Il 20 settembre scorso, in vista della tradizionale settimana di festa nazionale a inizio ottobre, durante la quale di norma i consumi toccano uno dei punti più alti dell’anno, tre dei primi quattro argomenti più cercati su Weibo, il principale social network cinese, riguardavano proprio i giorni di recupero. Al primo posto in classifica c'era un hashtag sul divario tra l’applicazione di tale sistema in Cina e quanto invece avviene all'estero, seguito al secondo posto dallo slogan “il tiaoxiu serve a far consumare, non a far riposare”. Un appello che invitava a boicottare la spesa durante le feste è salito rapidamente fino al quarto posto, prima di essere censurato. Nel frattempo un ulteriore hashtag contro i giorni di recupero ha superato i 360 milioni di visualizzazioni. Molti utenti hanno annunciato che durante le vacanze non avrebbero speso nulla, altri hanno invitato a uscire senza fare acquisti per lasciare vuote le casse dei negozi. La protesta rovescia il ragionamento degli esperti che al seminario di Nanchang avevano proposto di modificare il calendario delle feste per lasciare ai cittadini più tempo libero da dedicare allo svago e ai consumi.
La protesta contro le imprese
Un'altra forma di protesta ha preso invece direttamente di mira le imprese. Tra luglio e agosto il movimento per il rispetto del fine settimana libero, shuangxiu, ha cominciato a raccogliere le segnalazioni dei dipendenti di aziende che non garantiscono i due giorni di riposo settimanale, invitando i consumatori a non comprare i loro prodotti o servizi. Un'applicazione creata appositamente per confrontare le condizioni di lavoro nelle varie imprese ha raccolto circa 150.000 contributi prima di essere sospesa a inizio settembre, e anche quella che da allora l'aveva sostituita è stata chiusa il 26 del mese scorso. Nei video che invitano al boicottaggio delle aziende accusate di sfruttare eccessivamente i dipendenti ricorre in particolare il nome di BYD, il maggiore produttore cinese di auto elettriche, seguito da altri grandi gruppi come ad esempio Huawei. Con l'avvicinarsi della festa nazionale la contestazione ha trovato nuove forme. Il 28 settembre un dipendente di China Unicom a Liaocheng, nello Shandong, ha reso noto che la sua filiale aveva comunicato al personale l’obbligo di lavorare nei primi tre giorni di vacanza, senza straordinari né riposi compensativi, al fine di raggiungere gli obiettivi di vendita. Il 1° ottobre, primo giorno di festa, si sono diffusi su Douyin, la versione cinese di TikTok, video in cui alcuni lavoratori con la testa coperta da un sacco nero denunciavano che la loro azienda non concedeva il riposo durante il periodo delle festività nazionali.
Le autorità hanno risposto nuovamente con la censura. Il 24 settembre un video pubblicato sulla piattaforma Bilibili dalla Lega della gioventù comunista, dedicato alle bandiere esposte nelle città per la festa nazionale, è stato invaso da commenti, con la parola shuangxiu che in appena venti minuti è comparsa più di 1.700 volte. Pochi giorni dopo la possibilità di condividere il video è stata bloccata e tra i commenti visibili sono rimasti praticamente solo quelli di auguri alla patria. La settimana precedente l'Amministrazione del ciberspazio, l'ente che controlla la rete, aveva ordinato alle piattaforme di rimuovere i contenuti che denigravano le imprese o contraddicevano le loro dichiarazioni pubbliche, andando a colpire uno degli strumenti usati dal movimento per promuovere i boicottaggi. Ma qualche voce critica è riuscita a filtrare addirittura sulla stampa statale. Il Qilu Wanbao, quotidiano serale della provincia dello Shandong, ha scritto che la tutela del diritto al riposo resta spesso parola vuota e che le autorità devono porvi rimedio.
Quanto è accaduto in queste settimane ha messo in luce una contraddizione difficile da risolvere. Il sistema cinese ha bisogno di consumatori, ma produce lavoratori esausti che usano il rifiuto di spendere come un’arma per dare voce alla propria insoddisfazione.





















