I primi vescovi cinesi e la sinicizzazione oggi: da Pechino all'Urbaniana

Due vescovi dalla Cina continentale tra cui il presidente dell'Associazione Patriottica mons. Li Shan al simposio promosso a Roma. Il video-messaggio di Leone XIV: "In un mondo dilaniato da conflitti si custodisca la comuinone". Il vescovo di Pechino: "Non miriamo a costruire un cattolicesimo diverso".

di Elena Dini

Roma (AsiaNews) - “Il Volto della Chiesa Universale in Cina, 100 anni dalla Consacrazione dei primi sei Vescovi Cinesi”. È intorno a questo tema che oggi a Roma la Pontificia Università Urbaniana ha accolto voci autorevoli dalla Chiesa in Cina per il simposio dedicato all'anniversario dello storico evento voluto nel 1926 da Pio XI. Un appuntamento che anche papa Leone XIV ha voluto sottolineare con un suo videomessaggio in cui, ripercorrendo il cammino percorso, non ha mancato di riprendere alcuni passaggi dei suoi predecessori nel rapporto con la Chiesa in Cina, a cominciare dalla Lettera apostolica Maximum illud del 1919 di Benedetto XV che diede impulso a una nuova fase ribadendo “il chiaro principio che l’opera missionaria della Chiesa non  può essere confusa con processi di colonizzazione ed esportazione di idee o modelli culturali”.

Ricordando la consacrazione dei primi sei vescovi cinesi dell’epoca moderna dalle mani di Pio XI, papa Leone XIV ha sottolineato come “attraversarono il mondo per testimoniare la comunione che fiorisce dalla fede degli Apostoli, il cui segno irrinunciabile è l’unità di ogni singolo vescovo col vescovo di Roma”. “Guardare al passato può illuminare il presente”, ha detto ancora Leone XIV: “Oggi, in un mondo dilaniato da conflitti e travolto da guerre, la Sposa di Cristo continua la stessa missione, pregando che, di fronte a ogni insidia, il Signore custodisca il tesoro della comunione ecclesiale”. 

L'intervento del cardinale Parolin

Dopo la proiezione di un video-documentario sugli eventi che portarono alla consacrazione dei vescovi cinesi nel 1926 realizzato da Teresa Tseng Kuang Yi, il Segretario di Stato vaticano, card. Pietro Parolin, ha invitato a vedere nella consacrazione di vescovi autoctoni “certamente una svolta decisiva nella storia della missione cattolica in Cina”. Questo passo, ha raccontato, fu fortemente e personalmente voluto da papa Pio XI come testimonia l’allora prefetto di Propaganda Fide, cardinale Van Rossum, nei suoi appunti di un’udienza concessagli da Pio XI il 4 febbraio 1926: “La santità di Nostro Signore decise che si doveva andare avanti senz’altro, perché altrimenti non si arriverà mai a qualche cosa di buono e solido”.

La rarità del ricevere la consacrazione a vescovo dalle mani del papa mostra l’importanza che Pio XI diede a questo evento per il quale scelse, come ricorda Parolin, il “medesimo giorno nel quale, sette anni prima, egli stesso aveva ricevuto la consacrazione episcopale”. Nell’omelia di quel 28 ottobre 1926, ha poi continuato, il Pontefice “utilizzò espressioni di vera stima” per la terra cinese “che descrisse nei termini di ‘sconfinate regioni presso le quali fiorirono fin dalla più remota antichità le lettere e le arti’. Si tratta di una visione radicalmente differente rispetto a quella dei popoli in tenebris et umbra mortis sedentes, che fino ad allora aveva caratterizzato anche in ambito cattolico la comune percezione delle civiltà non cristiane”.

Insistendo poi sul legame fra Papa e vescovi il Segretario di Stato ha commentato come “fin dai primi secoli di vita della comunità ecclesiale, Papa e vescovi sono stretti da un vincolo fondato nel mandato di Cristo ed alimentato nella comunione dello Spirito. Come Pietro era chiamato a confermare i suoi fratelli, così il successore di Pietro è segno visibile di unità per i pastori della Chiesa”. Insistendo poi sulla lettura da dare a questo rapporto che, “lungi dall'essere un'egemonia di tipo politico, questa presenza innata del ministero Petrino in ogni porzione del Popolo di Dio manifesta una meravigliosa e reciproca interiorità tra Chiese universali e Chiese particolari”.

Dal 1926 ad oggi, ha poi concluso il cardinale Parolin, “ogni passo intrapreso dalla sede apostolica verso la Cina è stato inteso ad offrire e a tutelare tale relazione di comunione e di effettiva comunicazione secondo alcuni criteri basilari: la necessità che i singoli desiderino realmente la comunione e che vi siano le condizioni esterne perché essa si possa esprimere”.

La lettura di mons. Li Shan

All’intervento del segretario di Stato ha fatto seguito quello molto atteso di mons. Giuseppe Li Shan, vescovo di Pechino dal 2007 (già allora con il consenso di Roma) e attualmente anche presidente dell'Associazione Patriottica dei cattolici cinesi, l'organismo di "autogoverno" voluto dal Partito comunista cinese. Al convegno all'Urbaniana era presente insieme a un altro giovane vescovo della Cina continentale, mons. Ignazio Ding Zuyao, vescovo di Haimen, nominato da papa Leone XIV appena poche settimane fa.

Li Shan si è voluto ricollegare all’esempio di Matteo Ricci che “comprese a fondo che l’annuncio del Vangelo di Cristo non può scavalcare né sottovalutare la società e la cultura del luogo; al contrario, solo partendo con animo rispettoso dalle tradizioni culturali locali il seme del Vangelo può mettere radici, germogliare, fiorire e portare frutto”.

Nel suo intervento il vescovo di Pechino ha affermato come a più riprese nella storia della Chiesa in Cina il processo di “sinicizzazione” del clero (il termine chiave con cui oggi il presidente Xi Jinping parla del rapporto tra le religioni e l'identità cinese ndr) sia stato considerato o indicato come opzione. Tuttavia, ha sostenuto, “prima della fondazione della Repubblica popolare il cattolicesimo cinese non si era realmente emancipato da un governo esterno, non era divenuto un’opera guidata dagli stessi cristiani cinesi e non era ancora riuscito a liberarsi dell’etichetta di 'religione straniera'. La fondazione della Nuova Cina - ha rivendicato all'ombra della cupola di San Pietro - mutò radicalmente la condizione di una Chiesa in Cina che si appoggiava alle forze politiche occidentali”. 

Avvicinandosi al giorno di oggi, Li Shan ha poi spiegato “il significato della sinicizzazione della Chiesa che oggi proponiamo”. “La sinicizzazione del cattolicesimo non mira a costruire un cattolicesimo diverso, che si allontani dalla Tradizione, bensì a edificare una Chiesa autenticamente cattolica”, ha affermato, definendo la sinicizzazione come “il processo mediante il quale la cattolicità della Chiesa passa dall’astratto al concreto, dal vuoto all’abbondante, dall’immaturità alla maturità”. “Le leggi dello Stato e le norme della Chiesa - ha concluso di fatto avallando l'interventismo di Pechino nella regolamentazione delle religioni - non solo non si oppongono, ma si completano a vicenda nel cammino di perfezionamento dell’uomo”.

Il card. Chow: sinicizzazione e interculturalità

È stato poi il card. Stephen Chow Sau Yan, vescovo di Hong Kong, a invitare con il suo intervento a valutare l’opzione dell’interculturalità accanto ai processi di inculturazione e sinicizzazione, riprendendo quanto Benedetto XVI, quando ancora era cardinale disse in un celebre discorso pronunciato il 3 marzo 1993 ad Hong Kong per l’incontro con le commissioni dottrinali dell’Asia. La sinicizzazione, ha commentato, è legata allo spirito patriottico e all’“ideologia del partito comunista cinese”. “Questo fenomeno – ha spiegato – si verifica in diversi ambiti della vita in Cina, non solo in ambito religioso, e certamente non solo per quanto riguarda la Chiesa cattolica.

“Essere patrioti e fedeli credenti non comporta alcun conflitto intrinseco”, ha affermato, aprendo poi alla domanda: “Ma come mettiamo in pratica tutto questo?”. Con la sua riflessione il card. Chow ha invitato a valutare l’interculturalità come processo dinamico di co-costruzione: costruire insieme qualcosa di nuovo. “Se vogliamo crescere, se vogliamo evolverci, dobbiamo essere in grado di accettare i cambiamenti. Non si tratta solo di cambiare gli altri, ma anche noi stessi”. Il cammino dell’interculturalità richiede dunque disponibilità al cambiamento, influenza reciproca e apertura alle convergenze, pur senza guardare alle divergenze come se fossero aspetti negativi ma qualcosa “su cui lavorare e camminare insieme”.

“Quando ci incontriamo - ha concluso il vescovo di Hong Kong - capiamo come possiamo diventare cristiani, veri cristiani e veri cinesi. Possiamo parlare e capirci a vicenda. E penso che questo stia già accadendo. In questo senso, non credo che Matteo Ricci fosse una figura dedita all’inculturazione. In realtà, stava già lavorando sull’interculturalità”.

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