Milano (AsiaNews) – Riparte oggi da Washington il presidente cinese Xi Jinping, al termine delle sue tre giornate americane dense di parole solenni e simboli sul rapporto tra le due super-potenze, ma con ben pochi risultati concreti sulle questioni che dividono tra loro la Cina e gli Stati Uniti. Nella narrativa di Pechino a dominare il racconto di questi giorni è l’idea di un consolidamento di una relazione “responsabile”, che inquadra entro confini reciproci da non superare la “competizione” sulle grandi questioni globali. In questo senso il messaggio di fondo delle tre giornate americane del leader cinese - non a caso presentate come un “secondo tempo” della visita compiuta a Pechino da Trump in maggio - è la volontà di ridurre le occasioni di confronto immediato, ma senza convergenze al di là delle cortesie di facciata.
Quello di questi giorni è stato essenzialmente un vertice per prendere tempo, mantenendo di fatto aperte tutte le opzioni in mezzo a cene di gala e diplomazia dei panda (Xi ne ha promessi due allo zoo di Atlanta). Lo dimostra l’unico vero risultato e cioè la proroga della tregua sui dazi, che è arrivata sì, ma con un orizzonte temporale estremamente limitato: solo due mesi, anziché i due anni che Pechino avrebbe voluto. Si tratta di un segnale chiaro di quanto le posizioni in realtà restino distanti: la Cina ha ottemperato agli impegni assunti sull’acquisto della soia americana, ma non ha fatto altrettanto con gli altri prodotti agricoli. Dall’altra parte continua a utilizzare la leva dei limiti alle esportazioni delle terre rare come strumento di pressione politica su Washington. Fissando la nuova scadenza della tregua sui dazi al 10 gennaio 2027, Cina e Stati Uniti di fatto la spostano a dopo i due nuovi appuntamenti multilaterali che nelle prossime settimane li vedranno intorno allo stesso tavolo: il vertice dell’Apec a Shenzhen e quello del G20 a Miami. Un modo per evitare boicottaggi reciproci dei due grandi eventi e lasciare aperta la porta per nuove tornate negoziali ai margini.
L'intelligenza artificiale e Taiwan
Anche sulla questione dell’intelligenza artificiale - presentata come uno dei temi chiave dei colloqui e simboleggiata dalla presenza dei vertici delle società high-tech al tavolo con i due leader nella cena di gala - le posizioni non restano solo distanti tra di loro. Il punto vero è che sono entrambe lontane da quell’orizzonte di libertà che papa Leone nell’enciclica Magnifica Humanitas ha indicato come essenziale oggi per la salvaguardia dell’umano. Trump - che come spesso ama fare, in questi giorni gli ha cambiato nome invitando a utilizzare il termine “superintelligenza” - rifiuta ogni idea di organismi di controllo e guarda a questi strumenti semplicemente come a uno dei volti dell’affermazione del primato degli Stati Uniti. Xi a parole sembra raccogliere le preoccupazioni sulla necessità di garantire che l’AI si sviluppi sempre “sotto il controllo umano”, evitando fughe in avanti. Ma bisognerebbe però poi discutere su quale tipo di controllo sia quello che ha in mente un governo come quello di Pechino, che non fa mistero di guardare all’intelligenza artificiale anche come a uno strumento da utilizzare anche per sorvegliare meglio la società, bloccando sul nascere ogni voce non allineata alla dottrina e alla visione politica imposta dal Partito.
Com’era prevedibile, poi, Xi ha sollevato la questione di Taiwan sulla quale resta aperta la questione dele nuove forniture di armi già approvate dal Congresso. “La Cina spera che la parte statunitense si attenga alla corretta posizione di opposizione all'indipendenza di Taiwan - si legge nel comunicato sul vertice diffuso da Pechino - e gestisca la questione di Taiwan con prudenza, per gettare basi solide per la cooperazione strategica bilaterale e per lo sviluppo dei rapporti tra Cina e Stati Uniti”. Dove la sottolineatura è sulle parole “opposizione all’indipendenza di Taiwan” - che va oltre l’attuale politica americana dello status-quo, in cui ci si limita a “non sostenerla” espressamente - e “basi solide per la cooperazione”, che suona come un chiaro prerequisito.
Il richiamo all'"alleanza" contro il Giappone
Un ultimo capitolo - estremamente sensibile, dal punto di vista dell’Asia - è la rievocazione della cooperazione contro le truppe giapponesi nella Seconda Guerra mondiale. È stato Trump stesso a introdurre il tema nel suo discorso dicendo che “nel corso della storia, il perseguimento di quegli interessi comuni ha unito i nostri popoli al di là dei vasti oceani, delle enormi distanze e delle molte differenze, e ci ha persino resi alleati nella Seconda Guerra Mondiale. Guardate la grandezza che abbiamo avuto insieme combattendo nella Seconda Guerra Mondiale". E Xi gli ha fatto eco dicendo che il popolo cinese e quello americano “hanno combattuto spalla a spalla contro gli aggressori militaristi giapponesi”, ricordando espressamente “i soldati e i civili cinesi che sull’Himalaya hanno salvato centinaia di piloti americani al costo di centinaia di migliaia di vite cinesi”.
Va ricordato, però, che a compiere quelle operazioni furono i soldati della Cina di Chiang Kai-shek, non i comunisti di Mao. Un fatto storico di 80 anni fa, quindi, è stato rievocato e riclassificato dentro la nuova retorica nazionalista (e antigiapponese) da Xi Jinping. Una mossa che non è passata inosservata in queste ore a Tokyo. Interpellata sulla questione la premier Sanae Takaichi si è limitata a rispondere che “nonostante ci sia stata una guerra tra il Giappone e gli Stati Uniti, da allora abbiamo raggiunto una solida riconciliazione e approfondito la nostra relazione. Oggi siamo alleati legati da vincoli molto forti e abbiamo un rapporto basato sulla fiducia reciproca".



















