Milano (AsiaNews) - “Quanto accaduto oggi in Giordania riguarda tutta la società giordana e tocca profondamente il cuore di ciascuno di noi. È una tragedia che provoca dolore, sgomento e incredulità, tanto tra i cristiani quanto tra i musulmani”. È quanto sottolinea in una nota inviata ad AsiaNews p. Rifat Bader, direttore del Centro cattolico per gli studi e i media in Giordania, commentando l’attacco estremista che ha colpito una chiesa greco-ortodossa Karak, a sud di Amman, con morti e feriti. “In questo momento - prosegue il sacerdote - dobbiamo rimanere uniti nella preghiera, nel cordoglio e nella solidarietà fraterna” e, al contempo, “esprimiamo la nostra vicinanza alle famiglie delle vittime e preghiamo per la pronta guarigione dei feriti”.
Il bilancio tuttora provvisorio parla di almeno sette morti e una decina di feriti, anche se vi è ancora incertezza sui numeri e le autorità giordane non hanno fornito un dato ufficiale. Dalle prime ricostruzioni sembra che due uomini armati (nella foto) si siano introdotti nel luogo di culto e abbiano aperto il fuoco mentre era in corso una cerimonia funebre. Le forze di sicurezza e la polizia hanno avviato un’inchiesta per individuare i responsabili - tuttora non identificati - e risalire alla matrice dell’attentato, con tutta probabilità di sfondo confessionale per mano di estremisti islamici.
L'attacco sarebbe avvenuto nella località di Hammoud, nel governatorato di Karak, circa 180 lm a sud della capitale. Fonti mediche riferiscono che alcuni fra i feriti (oltre 30 secondo alcune fonti) versano in gravi condizioni e sono ricoverati negli ospedali della zona. A Karak risiede una storica comunità cristiana, pur essendo minoritaria rispetto alla maggioranza musulmana di un Paese che, peraltro, ha sempre rappresentato un simbolo di sicurezza, stabilità e libertà religiosa in una regione martoriata da conflitti confessionali e persecuzioni. Mohammad al-Momani, portavoce del governo di Amman, ha confermato in una nota che i servizi di sicurezza hanno avviato un’indagine sull’attentato.
Nella dichiarazione inviata ad AsiaNews il sacerdote giordano del Patriarcato latino di Gerusalemme confessa che è “particolarmente difficile credere che un simile atto sia potuto accadere, per quattro ragioni fondamentali: prima di tutto, perché è accaduto in Giordania, un Paese che con la sua leadership e il suo popolo hanno fatto della sicurezza, della convivenza, del dialogo e dell'armonia religiosa alcuni dei suoi valori fondamentali. In secondo luogo, perché è accaduto a Karak, nel sud della Giordania, una terra conosciuta per la sua lunga tradizione di fraternità, dove musulmani e cristiani vivono insieme da generazioni, senza barriere religiose e senza complessi, condividendo gioie, dolori, tradizioni e un comune senso di appartenenza. In terzo luogo, perché è accaduto in una chiesa, un luogo sacro, una casa di Dio, uno spazio di accoglienza, che dovrebbe essere sempre rispettato e protetto”.
“Infine, perché è accaduto - ricorda p. Bader - durante un funerale, nel momento più delicato e doloroso per una famiglia. Parenti, cugini, amici e conoscenti musulmani e cristiani erano riuniti per dare l'ultimo saluto a una donna deceduta il giorno precedente. È difficile immaginare un momento più sensibile per colpire persone già immerse nel dolore. È come aggiungere una tragedia a un'altra tragedia, ferendo non soltanto le famiglie coinvolte, ma la coscienza di tutta la società giordana.
Questi quattro elementi - la Giordania, Karak, una chiesa e un funerale - rendono quanto accaduto ancora più sconvolgente e difficile da comprendere”.
Pur colpito nel profondo dall’attacco, il sacerdote vuole rinnovare “la nostra fiducia” nella leadership del Paese, a partire da “re Abdullah II, che ha espresso la propria vicinanza alle famiglie colpite. Abbiamo fiducia - aggiunge - nelle nostre istituzioni e nelle forze di sicurezza, chiamate a garantire la giustizia e la protezione di tutti i cittadini. Non dimentichiamo che la Giordania è il Paese del Messaggio di Amman, dell'iniziativa ‘Una Parola Comune’ e della ‘Settimana Mondiale dell'Armonia Interreligiosa’. È il Paese - rivendica con orgoglio - che ha aperto le porte a tanti rifugiati, anche ai cristiani fuggiti da Mosul e da altre regioni segnate da persecuzione e violenza”.
Condannando l’attacco, il sacerdote ricorda però che un crimine non rappresenta l’intera comunità e che va preservata “l’unità nazionale e la fraternità tra musulmani e cristiani. Siamo inoltre nella fase di preparazione al Giubileo del 2030, che ricorderà - aggiunge - i duemila anni del Battesimo di Gesù Cristo nel fiume Giordano. È un appuntamento che coinvolge tutta la Giordania, perché siamo una sola famiglia nazionale, cristiani e musulmani, uniti nell'amore per la nostra patria. Il Giubileo non si ferma davanti alla paura e alla violenza. Al contrario, deve diventare un segno ancora più forte di speranza, di resilienza, di pace e di fraternità. La Giordania è stata e continuerà a essere esempio di convivenza e armonia per il mondo. Chi ha compiuto questo atto ha ferito i nostri cuori, ma non deve riuscire a spezzare la nostra unità. Perché - conclude - la risposta della Giordania alla violenza sarà sempre più fraternità, più solidarietà e più amore per la nostra patria comune”.





















