Voto palestinese: noi giovani di Gaza per spezzare la logica delle fazioni

Hiyam Taha, nata nel 1997 e laurea in farmacia, in lizza con Masar Jadid alle elezioni di novembre. Volto della nuova generazione, lotta per il futuro della Striscia contro la dicotomia Fatah-Hamas. L’invito ad abbandonare l’etichetta di “bisognosi”; i cittadini “vogliono ricostruire pace e libertà”.

di Dario Salvi

Milano (AsiaNews) - Alla vigilia dell'anniversario dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, che ha innescato la durissima risposta israeliana con la guerra nella Striscia e il suo carico di morte e devastazione, il mondo guarda con attenzione allo Stato ebraico che, a fine mese, si recherà alle urne per le elezioni politiche. Nel prossimo mese di novembre, però - pur fra incertezze e dubbi, perché il voto è tutt’altro che sicuro - è in calendario anche un altro passaggio elettorale fondamentale per il futuro della regione: quello, atteso da 20 anni, per il rinnovo del Consiglio legislativo palestinese (Plc). Un appuntamento annunciato a luglio dal presidente dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen, sul quale però tuttora incombe il rischio di ulteriore rinvio come già accaduto in passato.

Nel caso di regolare svolgimento questo appuntamento va segnalato che in Palestina oggi vi sono realtà che si stanno adoperando per archiviare la decennale dicotomia Fatah-Hamas, con la presenza di nuove formazioni alle urne. Una delle più significative - di cui abbiamo già parlato - è Masar Jadid, movimento fondato da Samer Sinijlawi che punta (anche) sui giovani e sulle donne. In questo quadro AsiaNews ha intervistato la più giovane fra i 20 candidati nella lista elettorale: Hiyam Samir Ibrahim Taha, nata a Gaza nel 1997, dove vive tuttora. Laureata in farmacia, membro dell’Associazione dei farmacisti palestinesi, attiva in ambito medico-umanitario e con certificazione nel digital marketing, rappresenta una nuova generazione che aspira a svolgere un ruolo attivo nel definire il futuro politico di Gaza. Il suo percorso professionale coniuga sanità pubblica, azione umanitaria, gestione di progetti, emancipazione femminile e leadership giovanile. Dall'apertura della struttura nel 2020 fino al 7 ottobre 2023, ha diretto la Farmacia Centrale Al-Kamal a Gaza e coordinato la formazione professionale degli studenti. Raggiunta al telefono, sottolinea che il voto è “fondamentale” per superare “la logica delle fazioni”.
Di seguito, l’intervista integrale di Hiyam Taha ad AsiaNews:

Domani ricorre il terzo anniversario del 7 ottobre con l’attacco di Hamas a Israele e l’inizio della guerra a Gaza. Qual è oggi la situazione nella Striscia?
È davvero difficile descrivere la situazione attuale con una sola frase, perché è in costante evoluzione. In qualità di operatore sanitario, conosco bene il settore e non mi riferisco solo agli ospedali di cui si parla nei notiziari, o dei feriti. Guardo anche ai pazienti affetti da malattie croniche che necessitano di dialisi, malati di cancro, donne in gravidanza anemiche, bambini che devono essere vaccinati e l’enorme numero di persone con problemi di salute mentale. Voglio condividere un esempio emerso nel mio lavoro: la mancanza di allattamento al seno. Le donne che partoriscono non riescono più ad allattare i propri figli, un aspetto che riscontro con crescente frequenza ed è fonte di criticità. 

Le devastazioni non riguardano solo edifici e infrastrutture, ma anche le persone, le famiglie.
Quando parliamo dei cambiamenti che stanno avvenendo [in Palestina come a Gaza], non ci riferiamo soltanto alla ricostruzione degli edifici, ma alla rinascita dell'essere umano e di un intero sistema sanitario che, al momento, è al collasso. Perché dietro ogni singola cifra relativa a vittime e feriti, vi sono persone in attesa di farmaci, cure o semplicemente di poter vedere un medico.

Cosa intende quando afferma che la situazione è in continuo cambiamento?
Che non sai cosa aspettarti, non puoi prevedere cosa accadrà. Mentre tutto crolla, avverti difficoltà economiche e criticità: la carenza di farmaci si sta trasformando in una totale assenza di medicinali. E se all'inizio vi erano ancora cliniche funzionanti, ora anche queste sono prive di risorse adeguate.

In un quadro di grave criticità, perché è importante il voto non solo Palestina ma nella stessa Striscia?
Per Gaza è una questione fondamentale, perché un'intera generazione non ha mai vissuto un’elezione per il Consiglio legislativo palestinese (Plc). Il voto non riguarda solo la scelta di un candidato specifico o di un partito; si tratta di far capire alle persone che possono fare la differenza e che la loro voce conta, che hanno un ruolo nel plasmare le istituzioni che le rappresentano. Non possono trascorrere 20 anni senza elezioni in Palestina; bisogna dare spazio a chi può davvero fare qualcosa per la propria terra. Inoltre, l’assenza di un’autorità legittima qui a Gaza è un problema che dobbiamo affrontare, anche e soprattutto in prospettiva per ricostruire il nostro futuro.

Elezioni che, per molti soprattutto fra i giovani, rappresentano la prima occasione per recarsi alle urne…
E perché ciò avvenga, abbiamo bisogno di trasparenza nelle istituzioni. In quanto giovane palestinese, voglio aggiungere che è importante una presenza attiva: smettere di guardare e iniziare a partecipare alla vita politica. 

Vi è dunque un reale desiderio di voto?
È una questione controversa. Capisco perfettamente che ci siano interrogativi, dubbi e incertezze riguardo all’intero processo elettorale. Penso, ad esempio, alla situazione a Gaza e alle molte questioni [umanitarie, sociali e politiche] che non si possono ignorare. Tuttavia, ritengo che la partecipazione politica sia fondamentale in questo momento.

Quanto è importante superare la dicotomia fra Hamas e Fatah, che ha dominato la scena negli ultimi due decenni? E che ruolo ha Masar Jadid fra queste due fazioni storiche? 
Ritengo fondamentale che politica e società palestinesi superino la logica delle fazioni in competizione, non credo che il futuro debba ridursi a una scelta tra Fatah e Hamas. Proprio per questo ho aderito a Masar Jadid: non intendiamo competere con nessuno, né ingaggiare battaglie contro alcuna fazione. Il nostro obiettivo è creare spazi per un approccio politico diverso, rivolto in particolare ai giovani palestinesi che desiderano impegnarsi in politica senza essere etichettati in base alle vecchie divisioni. A mio avviso, la competizione dovrebbe incentrarsi su chi è in grado di servire meglio i palestinesi, costruire istituzioni responsabili e trasparenti e ripristinare la fiducia della popolazione, anziché limitarsi a stabilire quale fazione detenga più potere.

Quali sono le ragioni che l’hanno spinta a candidarsi, anche in quanto donna?
Non si è trattato di uno slancio improvviso, di un momento in cui ho pensato “Ora voglio entrare in politica”, come fosse una passeggiata. È stato piuttosto un percorso graduale. Mi sono sempre impegnata a lavorare a stretto contatto con le persone. E più lavoro con la gente, più mi rendo conto che alcuni problemi non possono essere risolti a livello di singola comunità, alla base ci sono decisioni politiche e istituzionali ed è qui che è nata la mia domanda. Invece di limitarmi a cercare di gestire le conseguenze di questi problemi, perché non aderire attivamente al processo decisionale che influisce sulla mia vita e plasma le nostre esistenze? Sento, anzi credo fermamente che la politica sia un'estensione dell'impegno nella comunità, non un distacco da esso. È semplicemente un altro modo per servire e cercare di lasciare un segno. 

Anche sul fronte israeliano sono emersi - con alterne fortune - volti “nuovi” che hanno scelto di giocare un ruolo attivo in previsione delle elezioni del 27 ottobre. Quanto è importante che possa emergere una generazione con idee e progetti alternativi e complementari?
È fondamentale! Per i giovani e per le donne in particolare, perché non è una questione inerente solo ad una specifica generazione. La partecipazione delle donne in politica è cruciale, così come quella dei giovani che sono guidati dalla passione, che hanno idee innovative soprattutto in ambito educativo. Sono molto preparati e dispongono di strumenti che in passato non esistevano. Con questo non intendo dire che si debbano mettere da parte i vecchi leader: loro rimarranno sempre dei punti di riferimento, ma vanno offerte occasioni per avere “voce in capitolo” nel contesto politico e decisionale. Non si tratta di scontro generazionale, ma di volti nuovi e idee nuove dopo decenni.

Quali sono le principali criticità interne alla società, a Gaza come nei Territori occupati? 
Possiamo rispondere con una parola: frammentazione. Non intendo dire che il popolo palestinese sia diviso per natura, quanto piuttosto che la realtà circostante ha generato una certa frammentazione frutto di rivalità politiche, difficoltà economiche e incertezze. Tra questa generazione e le istituzioni esiste un profondo divario, perché la loro voce non ha peso. Dobbiamo cercare di trasformare questa frustrazione e questa frammentazione in una partecipazione costruttiva. È necessario ricostruire un obiettivo comune: i palestinesi devono poter esprimere liberamente i propri disaccordi politici ma all'interno di un processo democratico, trovando infine un terreno d'intesa su cui lavorare tutti insieme.

In questi tre anni avere avvertito una sensazione di “abbandono” da parte della comunità internazionale e dell’Occidente, con le decine di migliaia di vittime civili e le distruzioni?
Non ci siamo sentiti abbandonati, ci siamo sentiti vittime! I cambiamenti avvenuti a Gaza negli ultimi tre anni sono enormi e hanno toccato ogni ambito della vita quotidiana: sociale, fisico, psicologico e persino economico. Tuttavia, non voglio soffermarmi soltanto sulla distruzione perché anche nei momenti difficili ho visto persone impegnate a ricostruire, aiutarsi vicendevolmente, promuovere iniziative a sostegno di donne e bambini e a supportare il sistema sanitario. Nel corso di questi tre anni, sono stata sfollata cinque volte e in una di queste occasioni mi sono ritrovata in un alloggio in cui non conoscevo nessuno. Ho sentito ragazzi parlare di quanto fosse difficile imparare l'inglese senza scuole né insegnanti, continuavo ad ascoltare finché un giorno ho deciso di riunirli per fare lezioni di inglese, tre volte a settimana. In una situazione di emergenza ho avviato un corso intensivo proseguito fino agli esami, assicurandomi che tutti li superassero con successo.

Storie ed esempi di riscatto, che testimoniano la volontà di ricostruire anche la sfera personale. Perché sono importanti?
In questi anni ho perso la mia farmacia, ma non mi sono fermata e ho cercato percorsi alternativi. Perché cercare di costruire qualcosa, fornire il proprio contributo - nonostante le circostanze estremamente difficili - è già di per sé una forma speranza. Credo si debba fare attenzione alla parola “responsabilità”, perché non si trasformi in “colpa”. Le circostanze in cui vivono i palestinesi sono state imposte, non sono una scelta. Tuttavia, siamo responsabili del modo in cui ci presentiamo al mondo, come educhiamo i figli, costruiamo le istituzioni e raccontiamo le nostre storie.

In tema di speranza, per i più piccoli vi è la ripresa delle scuole dopo tre anni. Come hanno vissuto il ritorno fra i banchi?
Sono felici! Ho due nipoti e sono entrambi entusiasti di andare a scuola, indossare uno zaino e sentirsi di nuovo bambini normali. A volte l'immagine internazionale si concentra eccessivamente sulla sofferenza, che è reale e deve essere riconosciuta e affrontata. Ciononostante, i palestinesi sono molto più: sono medici, farmacisti, ricercatori, artisti… una umanità intera. Credo che, per cambiare le cose e fare la differenza, sia necessario uscire da quella ristretta categoria etichettata come “assistenza umanitaria” per promuovere un'immagine diversa: quella di cittadini che cercano di ricostruire la propria comunità e di vivere in pace e libertà. Questo è il vero programma politico.

Negli ultimi anni si moltiplicano, in Palestina come in Israele, sondaggi che bocciano - perché fallita - la soluzione a due Stati. È davvero impossibile ipotizzare un futuro di convivenza?
È un processo molto difficile, ma anche qui non si deve rinunciare alla speranza per quanto oggi possa apparire arduo. E le fondamenta devono essere la vita umana e la dignità. Non possiamo costruire un futuro sostenibile basandoci su una violenza continua, perché genera ulteriori traumi e condiziona le modalità attraverso cui si cerca una soluzione. È necessario un quadro politico serio che riconosca i diritti e la sicurezza delle persone, garantendo al contempo la responsabilità delle parti. Noi, nuova generazione, chiediamo la pace e chiediamo negoziati diretti con Israele. Ritengo che israeliani e palestinesi debbano farsi carico in prima persona dei colloqui, mentre il resto del mondo limitarsi a osservare e sostenere il processo.

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