Damasco (AsiaNews) - Maher Nawras Sankari si trovava davanti casa quando alcuni uomini armati lo hanno prelevato. Intorno alle otto del mattino del 19 ottobre scorso, un’auto nera ha urtato la sua motocicletta a Suqaylabiyah, cittadina a maggioranza cristiana nella provincia di Hama. Uomini mascherati sono scesi dal veicolo e hanno rapito il gioielliere, secondo le ricostruzioni e i filmati di sorveglianza. Un’altra mattina di caos ordinario ha così mostrato i limiti degli annunci ufficiali sul ritorno alla calma. Identità e movente dei rapitori restano ignoti. Che si tratti di riscatto o di motivi religiosi, come possono uomini armati sequestrare qualcuno davanti a casa, poche settimane dopo un intervento delle forze di sicurezza?
Il rapimento segue le aggressioni di marzo, le tensioni di luglio e le nuove violenze del 3 ottobre. L’indomani, le autorità di sicurezza avevano parlato di una lite fra giovani che si è allargata coinvolgendo un negozio, in seguito alla quale si sono verificati arresti a Suqaylabiyah e nella vicina Qalaat al-Madiq. Le testimonianze locali ed ecclesiali riferivano invece di spari contro abitazioni e negozi danneggiati. Inoltre, gli abitanti hanno contestato la riduzione delle violenze a una mera disputa personale.
Il 20 ottobre, l’Osservatorio cristiano siriano ha riferito la liberazione di Joud Arab, dopo i precedenti rilasci di Imad al-Abdallah e Joseph Dweib, fermati dalle forze di sicurezza dopo le violenze. I rilasci sono stati preceduti da iniziative greche: l’eurodeputato Fredis Beleris aveva chiesto protezione per la comunità, riferendo dell’impegno diplomatico di Atene. Il suo ruolo diretto nelle liberazioni resta da chiarire. Nel frattempo, la sorte di Sankari rimane sconosciuta.
P. Fadi Sankari, sacerdote greco-ortodosso della cittadina, ha chiesto protezione per donne, bambini e anziani, invitando alla moderazione e a evitare vendette. La questione va oltre la fine degli spari: che cosa impedirà una nuova aggressione quando la presenza delle forze di sicurezza si ridurrà?
Un rapporto sui diritti umani del 13 maggio Scorso, basato su 13 interviste e materiale visivo, documenta saccheggi, danni e sparatorie il 27 e 28 marzo. Raccoglie accuse di mancato intervento o complicità di agenti, peraltro da verificare con un’indagine indipendente. Critica inoltre rilasci e ritiri di denunce senza un chiaro accertamento delle responsabilità: la riconciliazione ricostruisce i rapporti o sostituisce la giustizia?
Paura oltre Suqaylabiyah
Il 15 ottobre, la sezione portoghese di Aiuto alla Chiesa che Soffre (Acs) ha pubblicato la testimonianza di p. Fadi Azar, francescano impegnato ad Aleppo. Il religioso ha descritto l’aumento di rapimenti e furti fra povertà e inflazione, senza miglioramenti tangibili dalla caduta di Bashar al-Assad. La sua testimonianza riguarda anche pressioni di natura specificatamente religiosa e confessionale: cimiteri vandalizzati, scritte ostili sui muri delle chiese e veicoli di gruppi islamisti radicali che diffondono inviti ai cristiani a convertirsi all’islam. Alcuni cristiani, ha riferito, hanno perso il lavoro o si sono visti negare opportunità a causa della loro fede.
Difficoltà economiche e insicurezza si rafforzano a vicenda. Le famiglie faticano a mantenersi e temono di dover sacrificare fede e modo di vivere per restare. Cresce la pressione a emigrare, mentre la Chiesa offre istruzione, cure e aiuti materiali. La testimonianza non prova una politica governativa, ma chiama le autorità a contrastare intimidazioni e discriminazioni. Tenere aperte le chiese non basta a garantire la libertà religiosa se i fedeli subiscono molestie all’esterno o esclusioni sul lavoro. Al contempo, resta sullo sfondo l’attentato suicida contro la chiesa greco-ortodossa di Mar Elias a Damasco, il 22 giugno 2025, che ha ucciso decine di fedeli e ne ha feriti altrettanti, mentre il ministero siriano dell’Interno ha successivamente attribuito l’attacco allo Stato islamico. Certo, smantellare le reti estremiste è necessario ma non risponde agli interrogativi sulle aggressioni locali ricorrenti né sostituisce la protezione quotidiana.
Parlamento per tutti i siriani?
Il 18 ottobre l’Assemblea del popolo ha aperto la sua prima sessione ordinaria. Il regolamento interno, approvato a luglio, prevede che le sessioni ordinarie e straordinarie inizino con la recitazione di versetti del Corano. Lo stesso regolamento concepisce un’istituzione rappresentativa dell’intera popolazione e non tutti i siriani sono musulmani. Se l’apertura del Parlamento fosse legata a inni cristiani, si porrebbe ugualmente la domanda sul posto attribuito ai cittadini non cristiani. La questione riguarda l’identità religiosa di un’istituzione comune, più che il diritto dei credenti a pregare.
La dichiarazione costituzionale del 13 marzo 2025 conferisce al dibattito un peso concreto. Afferma l’uguaglianza e la libertà di credo, ma richiede che il presidente sia musulmano e pone la giurisprudenza islamica come fonte principale della legislazione. Le promesse di cittadinanza convivono così con una barriera religiosa all’accesso alla più alta carica dello Stato.
Anche altre minoranze condividono questa inquietudine. Le uccisioni settarie sulla costa nel marzo 2025 e gli abusi contro i drusi a Suwayda nel luglio dello stesso anno hanno alimentato il timore che l’identità possa, da sola, esporre alla violenza. Circostanze e responsabili differiscono, ma la scarsa protezione e l’impunità lasciano i diritti in balia dei rapporti di forza locali.
Chi parla a nome dei cristiani?
Le autorità presentano la partecipazione cristiana come prova di inclusione. Fra le figure più visibili vi sono Hind Kabawat, ministra degli Affari sociali e del Lavoro e unica donna nel governo annunciato il 29 marzo 2025, e Nawar Najmeh, divenuto portavoce del comitato superiore per le elezioni dell’Assemblea del popolo. Non hanno però un mandato a parlare per tutti i cristiani. I critici chiedono se la loro presenza cambi le politiche o rassicuri soltanto l’opinione pubblica interna e internazionale. Alcuni hanno usato in senso dispregiativo il termine “dhimmi”, accusando figure vicine alle autorità di accettare una posizione subordinata. Questa polemica non esprime una posizione cristiana unanime. La rappresentanza cristiana comprende anche la vicepresidente dell’Assemblea Madonna Bishara. In un’intervista pubblicata il 13 ottobre ha parlato di una libertà ritrovata. Pochi giorni dopo, la testimonianza pubblica di p. Azar descriveva paura e discriminazione. Questo contrasto conta più del numero di volti cristiani nelle fotografie ufficiali: l’esperienza di chi orienta l’azione del governo?
I due vescovi scomparsi
Il ripetersi dei rapimenti riapre una ferita che risale al 22 aprile 2013, quando uomini armati intercettarono vicino ad Aleppo l’auto del metropolita greco-ortodosso Paul Yazigi e del metropolita siro-ortodosso Yohanna Ibrahim. Tornavano dalla zona del confine turco, nel quadro degli sforzi per liberare due sacerdoti rapiti. Il loro autista, il diacono Fathallah Kabboud, fu trovato morto. La sorte dei due presuli resta sconosciuta.
Non è mai stata accertata in modo attendibile l’identità delle vittime nei filmati successivamente collegati alla loro presunta uccisione. Il militante daghestano noto come Abu al-Banat, citato in inchieste giornalistiche, è stato condannato in Turchia per appartenenza a un’organizzazione terroristica; la sentenza non ha però stabilito che avesse ucciso i vescovi. Dopo tredici anni, l’assenza di risposte rivela un’incapacità che sopravvive all’avvicendarsi delle autorità.
Che cosa rende possibile restare?
Infine, il governo promette uno Stato per tutti i siriani. Dopo le aggressioni di Suqaylabiyah, le Chiese hanno chiesto indagini, risarcimenti, accertamento delle responsabilità e controllo delle armi, respingendo la descrizione delle violenze ricorrenti come episodi isolati. La limitazione di alcune celebrazioni festive alle preghiere all’interno delle chiese ha mostrato come la paura possa restringere la vita pubblica anche senza un divieto formale.
L’appello di p. Azar riguarda tutte le minoranze religiose. Gli aiuti ecclesiali sostengono le famiglie che restano, ma non possono sostituire una protezione effettiva dello Stato. Libertà significa poter lavorare, spostarsi, dissentire e professare la propria fede senza che l’identità religiosa diventi un peso. Il futuro dei cristiani di Siria si misurerà in base alla loro libertà e alla loro sicurezza, e dalla fiducia sul fatto che le aggressioni non resteranno impunite. Fra promesse di uguaglianza ed esperienza della paura, la prova è rendere la cittadinanza una garanzia quotidiana e il restare una possibilità di costruire il futuro.





















