Dai vestiti alle scuole, la Siria di al-Sharaa non è un Paese per donne

Altoparlanti che invitano le donne a coprirsi, atenei che escludono candidate, restrizioni che si moltiplicano. Talento e opportunità slogan sbandierati e disattesi. Ma un Paese in costruzione dopo anni di regime e guerra civile non deve escludere o precludere opportunità alle ragazze.

di Sofya Naama

Damasco (AsiaNews) - “Copriti, serva di Dio”. All’inizio del 2025, alcune auto diffondevano questo richiamo nei quartieri della capitale. Le donne lo sentivano nelle strade comuni a tutti; la libertà di scegliere come vestirsi non era presente nel messaggio. Meno di due anni dopo, un’altra indicazione raggiungeva le ragazze prossime all’università. Stavolta senza altoparlanti: due parole nelle tabelle di ammissione, “solo uomini”, bastavano a precludere un percorso anche a una candidata con voti eccellenti.

Fra la strada e l’università cambiano la fonte e la forza del messaggio. Non sono stati identificati gli organizzatori di ciascuna di quelle auto usate per la predicazione, né risulta che quei giri mettessero in atto una decisione governativa. Le condizioni di ammissione negli atenei, invece, hanno autorità ufficiale. Entrambe le situazioni pongono una domanda: una siriana è una cittadina libera di scegliere, oppure è individuo al quale altre persone possono delimitare le scelte?

Dai vestiti alle “priorità”

Ai giri delle auto a Damasco, nel gennaio e febbraio 2025, si affiancavano manifesti sulle regole dell’abbigliamento “islamico”. Tuttavia, altri difendevano la libertà delle donne di scegliere cosa indossare. La disputa andava oltre il tessuto: chi avrebbe stabilito le regole della vita pubblica, e quale direzione avrebbe preso la Siria del presidente ad interim Ahmed al Sharaa dopo la caduta del precedente regime di Bashar al-Assad?

Il tema era già emerso nelle dichiarazioni di esponenti della nuova amministrazione. Il 17 dicembre 2024, Obeida Arnaout, allora portavoce dell’amministrazione politica, aveva richiamato caratteristiche biologiche e psicologiche femminili ritenute inadatte ad alcuni incarichi, citando il ministero della Difesa. Aisha al-Dibs, nominata responsabile dell’Ufficio per gli affari delle donne il 20 dicembre, sottolineava in un’intervista alla fine del mese la cura di sé, della fede, della famiglia e del marito, oltre all’importanza delle “priorità” e del ruolo educativo nella società. 

Quelle parole non annunciavano un divieto di lavorare per le donne. Subordinavano però la partecipazione pubblica a una prova che non viene però imposta agli uomini nello stesso modo: conformarsi a un’idea prestabilita di ciò che una donna dovrebbe essere. Quando le istituzioni adottano quell’idea come criterio, un consiglio che si può respingere diventa un vincolo difficile da superare.

In tema di istruzione, questo passaggio è emerso nella scuola al-Hurriya di Damasco, nota come “laica”. Dal 5 settembre scorso ha iniziato a circolare la decisione di separare ragazzi e ragazze in classi e cortili distinti nei cicli secondari, mantenendo mista la primaria. La direzione ha dichiarato di aver agito autonomamente, senza disposizioni ufficiali, citando problemi scolastici e comportamentali, fra cui liti e relazioni sentimentali, e il ritiro di alunne le cui famiglie rifiutavano l’istruzione mista.

Tuttavia, i genitori hanno contestato la mancata consultazione e la separazione collettiva come risposta ai comportamenti di alcuni. Così facendo, la compresenza di ragazze e ragazzi diventava un problema, anziché un’occasione per imparare il rispetto reciproco.

La separazione ha coinvolto anche i festeggiamenti in famiglia. Il 22 settembre il consiglio comunale di Douma ha vietato agli sposi di accedere ai festeggiamenti nuziali riservati alle donne presso le strutture della cittò. Una decisione analoga è seguita a Sarghaya il 27 settembre. Il post di Douma è stato poi cancellato senza confermare la revoca del provvedimento. Queste misure locali non dimostrano l’esistenza di una politica nazionale contro la compresenza dei sessi, ma alimentano il timore che le istituzioni assumano il controllo delle scelte personali.

Esclusione precede la scelta

Il passo più gravido di conseguenze per il futuro delle ragazze è arrivato dal ministero dell’Istruzione superiore e della Ricerca scientifica. Il 30 settembre scorso ha pubblicato le tabelle di ammissione per il 2026–2027, con percorsi riservati agli uomini. Il sistema siriano assegna i posti in base ai risultati della maturità e alle preferenze dei candidati. Qui l’esclusione precede la selezione: alcune opzioni sono precluse a una ragazza, indipendentemente dai voti o dalla preparazione. Queste condizioni stabiliscono chi può entrare nell’istituzione e ottenere una qualifica. Non decidono un posto in classe: sbarrano un percorso verso una professione, un reddito e l’indipendenza. Se è il sesso a chiudere la porta, il merito non basta a riaprirla.

All’Università nazionale delle scienze della difesa, l’ammissione è riservata agli uomini nei programmi riguardanti gli istituti militari terrestri, navali e aeronautici, comprese ingegneria meccanica, elettronica, informatica, meccatronica, ingegneria navale e aeronautica. Il vincolo comprende amministrazione ed economia, scienze giuridiche e sociali nella facoltà di Scienze umane e amministrative dello stesso ateneo. All’Università siriana delle scienze della sicurezza, la facoltà e il relativo istituto tecnico ammettono solo uomini.

Al di fuori dei due atenei, i vincoli riguardano l’istituto tecnico ferroviario di Aleppo, gli istituti del petrolio e del gas di Rmeilan, Homs, Deir ez-Zor e Baniyas, e la regia radiofonica e televisiva nell’istituto tecnico dei media di Idlib. In questo caso vi è un dettaglio che conta su tutti: l’elenco va ben oltre i ruoli di combattimento e comprende amministrazione, economia, attività tecniche e produzione mediatica.

Il divieto non riguarda tutti gli studi di diritto, scienze umane o aviazione in Siria. Restano aperte alle donne ingegneria aeronautica all’Istituto superiore di scienze applicate e tecnologia e sicurezza informatica. Ciononostante, il punto resta il fondamento di queste esclusioni.

In un’intervista televisiva, Nour Habboub, direttrice degli Affari studenteschi del ministero, ha difeso le condizioni: la grande maggioranza dei corsi è aperta a entrambi i sessi e i requisiti degli istituti di difesa e sicurezza sono stati concordati con i ministeri competenti. Inoltre, l’alto funzionari ha collegato i vincoli nei settori petrolifero e ferroviario alla natura del lavoro. A Idlib, risorse limitate e scarso interesse femminile negli anni precedenti spiegherebbero la regia riservata agli uomini, mentre quest’anno conduzione e marketing sono stati aperti alle donne.

Peraltro, la scarsità di candidate in passato non giustifica l’esclusione di chi vuole iscriversi oggi. Né la scarsità di risorse spiega perché soltanto le ragazze debbano pagarne il prezzo. Anche definire i vincoli prevalentemente preesistenti non risolve la questione: nel 2025 le ragazze potevano candidarsi ai percorsi di strumentazione negli istituti petroliferi di Homs, Baniyas e Deir ez-Zor, oltre a contabilità e gestione dei magazzini a Homs. Mantenere un vincolo richiede una giustificazione; ampliarlo richiede una spiegazione ulteriore.

E gli effetti vanno ben oltre il modulo d’iscrizione o vincoli formali o burocratici. Chiudere un percorso restringe le possibilità di lavoro e autonomia economica, costringendo una ragazza a rimodellare le proprie ambizioni secondo opportunità definite dal sesso. Una futura candidata lo ha riassunto in un’intervista: “Nessuno - ha affermato - ha il diritto di obbligarmi a scegliere una determinata disciplina o di escludermi da un’altra”.

Talento e opportunità

Le domande si fanno più pressanti davanti ad altre immagini proposte dalle autorità. Il Primo aprile scorso Omar al-Hosari, presidente dell’Autorità generale dell’aviazione civile e del trasporto aereo, ha annunciato l’incontro a Londra con la pilota siriana rifugiata Maya Ghazal. Ne ha elogiato la tenacia e il successo, insieme alle competenze siriane all’estero. Egli ha sostenuto il ruolo delle donne nell’aviazione e l’ha invitata a entrare in futuro nella compagnia aerea siriana: “Ricostruire il settore, ha affermato, significa investire nei siriani ovunque si trovino”.

Il 22 settembre il ministero degli Interni ha celebrato ad al-Tall il diploma di 150 poliziotte, alla presenza del ministro Anas Khattab. Le immagini di donne addestrate al lavoro di sicurezza stridono con un discorso che ne limita la partecipazione su basi biologiche. Rendono inoltre più difficile giustificarne l’esclusione da alcuni percorsi universitari.

Aviazione civile e militare, addestramento di polizia e università sono percorsi diversi. Il confronto non rende contraddittorio ogni requisito. Ma se una donna può pilotare un aereo e lavorare nella polizia, perché il sesso dovrebbe chiudere alcune porte prima di valutarne le capacità? Perché celebrare il successo senza offrire ad altre la possibilità di provarci?

Le vetture usate per predicare per le strade e tabelle universitarie non dipendono da un’unica autorità. Si accumula però il potere di decidere come una donna debba apparire, con chi possa studiare e cosa possa imparare. Per un Paese che deve ricostruire e ricostruirsi, l’apertura ha una prova concreta: una ragazza può scegliere il futuro, o sulla prima porta cui andrà a bussare troverà impressa la scritta “solo uomini”?

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