Bangkok (AsiaNews) - La corsa allo spazio non lascia indifferente l’Asia e dopo Cina e India, con propri ambiziosi programmi di lungo periodo, e il Giappone in cooperazione con altri Paesi protagonisti dell’esplorazione extra-terrestre, sono anche Paesi finora assenti ad affacciarsi sulla scena spaziale, una vetrina importante per evidenziare il proprio status internazionale e sviluppare capacità tecnologica.
Tra questi, la Thailandia che sebbene si trovi ad affrontare ristagno economico e instabilità sociale punta a perseguire un ruolo che vada oltre quello finora evidenziato da iniziative astronomiche, come il grande radiotelescopio del Narit (National Astronomical Research Institute of Thailand), il più grande del Sud-est asiatico che si trova nella provincia settentrionale di Chiang Mai, che potrebbe essere presto affiancato da un secondo telescopio. Per Bangkok, però, è tempo di proiettarsi anche oltre l’atmosfera terrestre e la vicinanza del Paese all'Equatore potrebbe conferirgli un vantaggio competitivo nel mercato del lancio dei satelliti. La possibilità è attualmente allo studio dell'agenzia governativa Gistda (Geo-Informatics and Space Technology Development Agency) che ad agosto ha organizzato una settimana di riflessione dedicata al tema delle basi di lancio spaziali.
Il panel ha anticipato il Thailand Space Expo, che si terrà a Bangkok dal 28 al 31 ottobre in concomitanza con l'Asia Pacific Regional Space Agency Forum (26-30 ottobre) e con il decimo workshop e simposio del Global Moon Village, progetto di cooperazione internazionale promosso dall'Agenzia Spaziale Europea per portare sulla Luna un insediamento permanente, multinazionale, a gestione umana e robotica.
Le sfide sono molteplici, ma questa nutrita serie di eventi servirà per analizzare le strategie che la Thailandia deve adottare per superare la condizione di semplice “passeggero” nelle missioni spaziali. Per il momento si punta soprattutto sull’ampliamento del know-how di iniziativa locale e straniera. Sono diverse le aziende commerciali - dai produttori di satelliti alle società di lancio - che stanno collocando basi operative a Bangkok. Un dato significativo, perché se alle condizioni attuali l'investimento necessario per una base di lancio spaziale sarebbe ingente, le competenze specialistiche ancora insufficienti e lo svantaggio rispetto a altri notevole, la Thailandia sta confermando di non volere essere esclusa da una corsa allo spazio sempre più dominata da aziende private. E allo stesso di non negarsi la partecipazione a iniziative di alto livello già operative.
Recentemente, la Stazione spaziale internazionale (Iss) - iniziativa congiunta delle agenzie spaziali statunitense, russa, europea, giapponese e canadese in orbita a circa 400 chilometri di altezza con equipaggi misti - ha ospitato un esperimento thailandese. Nel 2027, poi, il limite orbitale sarà superato quando uno strumento made in Thailand sarà a bordo della missione cinese Chang’e 7 diretta verso la Luna.
Quest’ultima cooperazione bilaterale è parte di un più vasto progetto di coinvolgimento di Paesi alleati da parte di Pechino nelle sue missioni spaziali come manifestazione di soft power. Per esempio è in via di completamento l’addestramento di due piloti militari pachistani tra i quali nelle prossime settimane sarà scelto uno dei cosmonauti - il primo non cinese - da inviare sulla stazione spaziale orbitante Tiangong nella “finestra” temporale utile che si chiuderà a novembre. Prosegue inoltre la preparazione della missione Chang’e 8 che nel 2029 porterà sulla Luna la prima missione di origine africana: Africa2Moon. Si tratta di tre ricevitori sferici contenenti antenne che depositati sul Polo Sud lunare testeranno le possibilità di ricezione in bassa frequenza di segnali dallo spazio profondo in una regione priva di interferenze di origine terrestre.
















