Europa, impara dal Papa a trattare con la Cina

Europa, impara dal Papa a trattare con la Cina

di Bernardo Cervellera

La visita del Primo ministro cinese Wen Jiabao dal 6 maggio in Italia è all'insegna dell'economia. A Roma partecipa con un intervento al seminario della Confindustria sugli Investimenti. Il sabato andrà in Toscana a incontrare selezionatissimi imprenditori cinesi, visitando musei, industrie del cuoio e di motorette.

La scelta della Roma del potere economico, della Firenze degli Uffizi e della Pisa del cuoio sono un segno abbastanza chiaro che a Wen Jiabao (forse solo per ora) non interessa la Roma dei Papi. E il suo interesse storico per l'Italia è più per Marco Polo, mercante, e per il Rinascimento italiano, cioè per una cultura che ha esaltato il potere dell'uomo emarginando il potere di Dio.

Noi missionari siamo stati fra i primi a gioire per le nuove riforme economiche di Pechino; abbiamo applaudito alla sua entrata nel WTO, che ha salvato dalla fame 200 milioni di cinesi; sostenuto la candidatura di Pechino alle Olimpiadi del 2008. I cattolici cinesi, anche se colpiti dalla persecuzione, sono fra quelli che hanno più a cuore lo sviluppo economico del loro paese. Non si interessano solo alla cura di handicappati o di bambine abbandonate, ma lavorano come imprenditori, insegnanti, tecnici idraulici, albergatori.

E proprio per amore al progresso della Cina, diciamo che l'attuale sviluppo del gigante asiatico è poco rispettoso dell'uomo e di Dio. Il vortice dei progetti industriali e commerciali sta producendo, con la stessa velocità, povertà e miserie, licenziamenti e insoddisfazione non solo nelle città, ma anche nelle campagne. La nostra agenzia ha spesso citato le cifre che gli stessi esperti cinesi pongono sotto gli occhi della leadership: 170 milioni di disoccupati; disuguaglianze fra ricchi e poveri; palesi ingiustizie verso contadini e lavoratori migranti. Il frutto di questo sviluppo squilibrato sono 250 milioni di cinesi insoddisfatti che per ora si limitano a fare almeno 100 mila manifestazioni all'anno, scontrandosi con la polizia o assaltando le sedi di partito. E vi sono mezzo miliardo di credenti cinesi costretti a vivere la fede di nascosto o nel privato, data la voglia di controllo e il disprezzo ufficiale per qualunque fede.

Un consigliere del governo cinese mi ha detto, pochi mesi fa di condividere la mia analisi "al 90%". Ed è probabile che anche il premier Wen Jiabao la condivida, viste le scelte lanciate quest'anno con il freno alla crescita economica e l'inizio di investimenti nelle campagne. Il "10%" di disaccordo sta nella questione della libertà religiosa e dei diritti umani.

Il problema della Cina è che le ditte italiane ed europee demonizzano le fabbriche cinesi – che "rubano" lavoro all'Italia – ma accarezzano una struttura di liberalismo selvaggio che è il paradiso degli imprenditori: niente sindacati, costi minimi; nessun controllo statale, ecc…Nessuno di loro chiede la libertà religiosa, considerata un ostacolo o una cosa secondaria rispetto al commercio, qualcosa che rovina la piazza del mercato e dei guadagni veloci.

Invece diverse ditte americane – più delle europee – ad ogni firma di contratto mettono alcune condizioni etiche: un salario dignitoso per gli standard cinesi; una mensa pulita; dormitori con non più di 6 persone per stanza (e non 50-60 o perfino 100); chiedono la liberazione di qualche dissidente o di qualche vescovo o prete; chiedono perfino la costruzione di qualche chiesa.

La libertà religiosa permette uno sviluppo "per l'uomo", più equilibrato, rafforzando l'etica del lavoro e la solidarietà fra le persone. Chiedere alla Cina la libertà religiosa è a favore del suo sviluppo economico. Senza l'elemento religioso, il rapporto fra oriente e occidente scade a reciproco sfruttamento economico.

Alcuni anni fa Giovanni Paolo II, ricordando la figura del p. Matteo Ricci, l'ha definito "un prezioso anello di congiunzione fra l'Occidente e l'Oriente, tra la cultura europea del Rinascimento e la cultura della Cina". Grazie a lui, al suo amore e al suo rischio dettato dalla fede, la Cina ha conosciuto le scienze matematiche, fisiche e la tecnica. L'occidente ha conosciuto lo stile di governo, l'arte, le scoperte di una cultura che rischiava la chiusura. Oggi, senza l'interesse alla fede, l'occidente europeo rischia sempre meno e la Cina diventa sempre più un colosso dallo sviluppo fragilissimo.

Vale la pena notare che intellettuali e sociologi delle università cinesi dicono che il cristianesimo è quello che ci vuole per la Cina: dà un senso del valore assoluto dell'individuo, fondando la legalità, che lo stato o il potere non può schiacciare e crea una mentalità di amore e di carità che spinge davvero a "servire il popolo". Questo motto di Mao, per nulla realizzatosi né col comunismo, né col capitalismo attuale, si realizzerà con il cristianesimo. Gli intellettuali cinesi hanno preso il percorso contrario a quello dell'Europa, che ha smarrito le sue radici cristiane ed è divenuta stanca di vivere. Speriamo che Wen Jiabao non segua questi cattivi maestri.

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