Ramadan 2004: i nostri auguri al mondo islamico

Ramadan 2004: i nostri auguri al mondo islamico

di Bernardo Cervellera

Il primo giorno del Ramadan per la maggior parte del mondo islamico segna l'inizio di un periodo spirituale, di preghiera, riflessione, moderazione e pietà. Insieme, alla sera, quando ci si raccoglie per la fine del digiuno, è un tempo che passa nella familiarità e nella gioia.

Il Ramadan di quest'anno si presenta per il mondo islamico come una grande sfida.

La prima e la più importante è l'orrore che ha segnato questo periodo: la militanza barbarica di Al Zarqawi in nome dell'Islam, il loro apparente rifiuto dell'occidente e l'uso sapiente dei media per diffondere le loro decapitazioni "in diretta". A questo si aggiunge il rapimento di ingegneri, autisti, domestici, uomini e donne, persone che lavoravano e lavorano per la loro famiglia e per il bene del paese in cui sono. Si mette sempre sull'altro piatto della bilancia lo scandalo e la violenza nel conflitto israelo-palestinese, la presenza militare americana in Iraq. Ma che dire della pulizia etnica del Darfour, operata da musulmani su tribù africane inermi, musulmane anch'esse? Ma è soprattutto il massacro dei piccoli di Beslan, ancora ad opera di combattenti islamici, a mostrare fino a che punto la degradazione dell'uomo porta ad una religione degenerata. Come il Papa ebbe a dire all'indomani dell'11 settembre, il terrorismo è una profanazione della dignità dell'uomo e del nome di Dio.

Il Ramadan può essere il tempo in cui far emergere i diritti di Dio contro il terrorismo: nessuna ingiustizia può essere ragione e scusa per un attacco terroristico.

Nelle scorse settimane si sono levate dal mondo musulmano alcune voci che condannavano questo o quell'atto violento; questo o quel rapimento. Ma si fa ancora troppa differenza fra la morte di un nepalese e di un cinese, di un americano o di un francese. E le differenze sono il frutto di un accecamento ideologico, non di uno stupore religioso per l'uomo creato da Dio. In questo Ramadan noi auguriamo al mondo islamico un chiarimento sull'amore a Dio e sulla misericordia verso il prossimo.

Va detto che qualcosa si muove nel mondo dell'islam. AsiaNews ha registrate alcune mosse: in Indonesia si dibatte su una rilettura della sharia, più attenta al valore della donna e alla modernità; in Afghanistan la partecipazione alle elezioni è stata massiccia (e nessuno ha deprecato la presenza di truppe occidentali); in Malaysia, Indonesia, Afghanistan alle scorse elezioni vi è stato un rifiuto dei partiti integristi; i turchi, per entrare nell'Unione Europea, cambiano il loro codice penale. Un missionario che vive in un paese islamico ci ha detto che tutto questo ripensamento è evidente da dopo l'11 settembre e dopo la guerra degli alleati in Afghanistan. Gli orrori di questi mesi in Iraq aggiungono ancora maggiore urgenza.

A nostro parere per una evoluzione del mondo islamico occorrono ancora due condizioni: la prima è che i governi – soprattutto in Medio oriente – si aprano alla democrazia. Le dittature personali, il soffocamento dei diritti umani al loro interno non facilitano alcuna evoluzione. La seconda è la libertà religiosa: senza lasciare spazio all'espressione religiosa degli altri, a partire dall'Arabia saudita, c'è il rischio evidente che l'Islam si chiuda su se stesso, in modo intollerante e violento per sé e per il mondo.

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