I rapporti di forza tra Russia e Cina nell'Artico

Sempre più al centro dell'attenzione per le nuove possibilità aperte dallo scioglimento dei ghiacci, le rotte polari sono oggi un terreno di scontro geopolitico. E nonostante i funzionari russi continuino a proiettare un'immagine di pari cooperazione con Pechino, la Russia si trova in realtà in una posizione vulnerabile.

di Stefano Caprio

L'Artico è sempre più al centro dell'attenzione internazionale: il ghiaccio, che per decenni ha ostacolato la navigazione e limitato l'accesso alle risorse, si sta ritirando rapidamente a causa dei cambiamenti climatici. Parallelamente, anche la mappa politica della regione sta cambiando: nuove rotte e opportunità di estrazione mineraria stanno trasformando l'Artico in un'area di crescente rivalità strategica.

Dal 2024, la cooperazione militare tra Russia e Cina nell'Artico è diventata più evidente: bombardieri strategici russi e cinesi hanno pattugliato congiuntamente per la prima volta l'area al largo dell'Alaska, e la Guardia Costiera cinese è entrata per la prima volta nell'Artico in una pattuglia congiunta con la Russia. In questo contesto, Donald Trump ha nuovamente parlato del controllo della Groenlandia nel gennaio 2026, collegando direttamente la questione a Russia e Cina: “Se non lo facciamo, la Groenlandia sarà conquistata dalla Russia o dalla Cina”, sostiene.  E lo scorso 22 settembre a New York ha firmato un accordo con la Danimarca che assicura agli Stati Uniti un “ruolo permanente” nella scurezza della regione con il rinnovo della base di Pituffik e il divieto a stabilire basi per nazioni non appartenenti alla Nato. Già a febbraio, l’Alleanza Atlantica aveva iniziato a rafforzare la sua presenza nell'Artico. E il suo segretario generale Mark Rutte aveva attribuito questo passo all'intensificarsi dell'attività militare russa e all'interesse della Cina nella regione.

Per decenni, la Russia ha sostenuto che le decisioni chiave sull'Artico dovessero spettare agli Stati regionali, e si è concentrata principalmente sulla cooperazione in seno al Consiglio Artico. La Cina, dal canto suo, ha cercato di ottenere un punto d'appoggio nel Nord, anche attraverso la partecipazione a importanti progetti economici. Per Pechino, tuttavia, la sua presenza nell'Artico ha un significato che va oltre le semplici ragioni economiche; Ksenia Vakhruševa dell'Arctic Project, presso l'organizzazione ambientalista Bellona, attribuisce questo interesse al desiderio della Cina di partecipare alla definizione di un nuovo equilibrio di potere nella regione.

La cooperazione russo-cinese nell'Artico ha iniziato a svilupparsi all'inizio degli anni 2010 attorno al progetto Yamal LNG. Si tratta di un grande piano per l'estrazione e l'esportazione di gas naturale liquefatto nella penisola di Yamal, diventato poi una delle principali piattaforme di cooperazione tra Mosca e Pechino nella regione. Mosca era peraltro piuttosto riluttante a consentire alla Cina di operare in questo territorio: agli scienziati cinesi veniva negato il permesso di condurre ricerche, e la parte russa non appoggiava la partecipazione dei cantieri navali cinesi alla costruzione di rompighiaccio.

Dopo l'imposizione delle sanzioni occidentali contro la Russia per l'annessione della Crimea nel 2014 e lo scoppio delle ostilità nell'Ucraina orientale, però, Mosca è stata costretta a cercare più attivamente una partnership con la Cina. Così, nel 2015, la Russia ha venduto alla Cina un'ulteriore quota del progetto Yamal. Questo a sua volta ha aperto nuove opportunità per Pechino di realizzare le proprie ambizioni artiche, come osserva Arild Moe, politologo norvegese e professore presso il Fridtjof Nansen Institute. Nel 2018 la Cina si è dichiarata “Stato quasi artico” e ha delineato la sua politica nella regione: il governo ha cominciato a aprlare di una “Via polare della seta”, che è entrato a far parte della Belt & Road Initiative.

In seguito all'invasione dell'Ucraina da parte della Russia, l'attività di Pechino nell'Artico ha raggiunto livelli record, principalmente nel commercio, nella cooperazione energetica e nell'utilizzo della Rotta Marittima del Nord. Secondo la società di analisi Strider Intel, il numero di aziende cinesi nella regione artica russa è cresciuto da 10 nel 2015 a 359 a metà del 2023. La cooperazione tra Russia e Cina nell'Artico non è solo economica: negli ultimi anni, l'importanza strategica della regione è diventata sempre più rilevante. Attualmente nell'Artico sono presenti oltre 50 basi militari e altre strutture, gestite dalla Russia e dai Paesi Nato, e circa la metà di esse è sotto il controllo russo. Molte infrastrutture russe risalgono all'epoca sovietica, ma dal 2014 Mosca si è impegnata attivamente nel loro restauro e in una modernizzazione, costruendo al contempo nuove basi e aeroporti. Allo stesso tempo, anche l'attività militare dei Paesi Nato nella regione è in aumento. L'adesione di Finlandia e Svezia all’Alleanza Atlantica, rispettivamente nel 2023 e nel 2024, ha di fatto diviso la regione artica in due parti pressoché uguali: una dominata dalla Russia, l'altra dai Paesi Nato.

In questo contesto, Mosca e Pechino hanno iniziato a dimostrare più attivamente la cooperazione militare, come afferma Ilja Šumanov, co-fondatore dell'organizzazione no-profit Arctida, che conduce analisi e indagini specialistiche sull'Artico russo: “È troppo presto per parlare di una piena cooperazione militare tra i due Paesi, ma si tratta di un importante segnale simbolico per l'Occidente, che indica la disponibilità della Cina a collaborare con la Russia”. “L'interesse della Cina per l'Artico può essere descritto al meglio come ricognizione", afferma Nail Farkhatdinov, direttore di Arctida, “suggerisce sperimentazione e osservazione piuttosto che una politica strutturata di espansione su larga scala o l'organizzazione di importanti spedizioni”.

Uno degli esempi più evidenti degli interessi esplorativi della Cina nell'Artico russo è la Rotta Marittima del Nord, che si snoda lungo i confini settentrionali e orientali della Russia e accorcia significativamente il viaggio tra Asia ed Europa, di circa 8mila chilometri. Proprio per questo sta attirando sempre più attenzione: rispetto alla rotta attraverso il canale di Suez, la Rotta Marittima del Nord potrebbe rendere le spedizioni molto più brevi e veloci. Per lungo tempo è rimasta praticamente inaccessibile a causa della fitta coltre di ghiaccio pluriennale, ma l'interesse per questa rotta sta crescendo con lo scioglimento dei ghiacci. Dalla metà degli anni 2000, il ghiaccio ha iniziato a ritirarsi durante i mesi estivi, estendendo la stagione di navigazione e aprendo nuove opportunità per la navigazione artica. Negli ultimi anni la stagione di navigazione è aumentata a 4-5 mesi, e si prevede che entro il 2030-2040 la rotta potrebbe essere navigabile fino a sei mesi.

Nonostante i funzionari russi e i media statali continuino a proiettare un'immagine di pari cooperazione con la Cina, in pratica, secondo Šumanov, la Russia si trova in una posizione vulnerabile in termini di influenza e controllo sulla rotta. “Il venditore dipende dall'acquirente”, e ulteriori riduzioni di prezzo rappresentano una perdita di diritti per i contribuenti russi, perché saranno meno vantaggiose per l'economia russa. Allo stesso tempo, la Cina sta sviluppando le proprie capacità operative nei mari polari, possiede almeno cinque rompighiaccio per la ricerca polare e li impiega regolarmente nell'Artico. Pechino sta inoltre sviluppando tecnologie per creare navi più potenti: nel 2025, un cantiere navale cinese ha presentato il progetto di un rompighiaccio nucleare multifunzionale lungo circa 165 metri e con un dislocamento di quasi 30 mila tonnellate.

Anche l'esempio del gasdotto “Forza della Siberia-2” è molto significativo: nonostante anni di negoziati e un memorandum d'intesa firmato nel 2025, la Cina non ha fretta di realizzare completamente il progetto. Le parti stanno ancora negoziando i prezzi del gas, i termini di fornitura e la ripartizione dei costi di costruzione. Nel 2026 Pechino ha incluso la preparazione del progetto nel suo piano di sviluppo 2026-2030, ma non è ancora stato raggiunto un accordo definitivo sulla costruzione o sulle date di inizio. Per le autorità russe è importante dimostrare che la Russia non è sola nell'Artico, e qualsiasi manifestazione di interesse da parte della Cina - la partecipazione al Forum economico orientale o la visita di una delegazione cinese a Murmansk per la discussione sull'Artico - è vantaggiosa per Mosca.

Le popolazioni indigene temono gli ulteriori rischi che la cooperazione russo-cinese potrebbe comportare. L'attivista per i diritti umani Pavel Sulyandziga sottolinea che le aziende cinesi generalmente non rispettano gli standard internazionali per la tutela dei diritti umani e delle popolazioni indigene. Ambientalisti e rappresentanti delle popolazioni indigene temono che l'espansione dell'estrazione di risorse nell'Artico possa aumentare la pressione sui fragili ecosistemi della tundra, sulle fonti d'acqua e sulle aree di utilizzo tradizionale del territorio. Per le popolazioni indigene, tali cambiamenti minacciano pratiche tradizionali come l'allevamento delle renne, la pesca e la caccia.


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