Mosca (AsiaNews) - Nel suo libro “Contro il Genocidio del popolo sovietico”, lo storico Konstantin Pakhaluk analizza questo concetto propagandistico sempre più insistente da parte del regime putiniano, la cui negazione è ormai considerata un reato penale. La casa editrice Historian Expertise ha pubblicato il libro dedicato a questo concetto storico e ideologico, che Pakhaluk considera una manifestazione del nazionalismo vittimistico, un nazionalismo basato sul risentimento e sulla convinzione che “noi siamo le vittime”, utilizzato in questi tempi di guerra per giustificare la propria aggressione e i propri crimini. Egli ritiene che l'immagine del nazismo come male assoluto, mutuata dall'Occidente, stia diventando la base di una specifica “cultura della cancellazione”, che arriva persino a intaccare la memoria delle vittime delle repressioni staliniane.
Il “genocidio del popolo sovietico”, come formula verbale, cliché propagandistico e concetto commemorativo, ha subito una rapida evoluzione negli ultimi sette-otto anni. È emerso alla fine degli anni 2010, ed è poi passato sotto la supervisione dell'amministrazione presidenziale e promosso dai media. Nel 2020, la prima udienza del tribunale nella regione di Novgorod ha riconosciuto le esecuzioni vicino al villaggio di Žestjanaja Gorka come “genocidio”; un anno prima i ricercatori avevano scavato nel luogo di sepoltura, rinvenendo oltre 500 resti scheletrici. Poco dopo Vladimir Medinskij, consigliere presidenziale e presidente della Società storica militare russa, dichiarò pubblicamente al forum “Le lezioni di Norimberga” che, poiché l'Urss era stata accusata di complicità nello scoppio della seconda guerra mondiale, lo Stato russo doveva dimostrare che il popolo sovietico ne era stato la principale vittima. Nel 2021 si tennero per la prima volta eventi commemorativi, con l'istituzione di una nuova data: il 19 aprile, che divenne la Giornata del genocidio del popolo sovietico.
La decisione di criminalizzare la negazione sembra essere l'ultima fase di questa campagna di propaganda, un fatto particolarmente significativo dato che il “genocidio del popolo sovietico” non ha trovato alcun reale sostegno tra gli specialisti dei crimini nazisti, né come concetto, né come strumento analitico. In Russia, un certo numero di specialisti sta esprimendo silenziosamente delle critiche, tra cui gli storici che collaborano al progetto “Nessuna prescrizione”. La critica di Pakhaluk non è motivata tanto dal concetto di “genocidio” in sé, quanto dalla famigerata figura del “popolo sovietico” e, ancor più, dall'ossessione delle autorità russe, di alcuni funzionari e di propagandisti, di trasformare la memoria delle vittime dei crimini nazisti non solo in uno strumento di propaganda politica, ma anche in una giustificazione per i crimini e gli errori del sistema stalinista, per l'aggressione all'Ucraina e per il “culto della Vittoria”. Questo equivale a un modello in cui le vittorie e le sofferenze dei popoli del passato vengono appropriate dai loro discendenti.
In questo modo, il “popolo sovietico” si trasforma in una costruzione imperialista, legittimando il diritto dei funzionari russi di impadronirsi (con il pretesto di “restituire”) dei territori stranieri, affermando una falsa superiorità morale (“noi siamo i vincitori” o, più moderatamente, “noi siamo gli eredi della Vittoria”) e alienando la tragedia delle vere vittime del nazismo. E la questione non riguarda solo gli ebrei o le persone con disabilità, le cui esperienze uniche erano già state banalizzate e sfruttate in epoca sovietica per affermare una “comunità di sofferenza”; in assenza di ricerche comprovate su come i nazisti trattarono i russi, o su quanti villaggi furono completamente o parzialmente distrutti dagli occupanti in Russia, ogni discorso di Maria Zakharova e di vari propagandisti offre nuovi esempi di palese ignoranza.
Le autorità russe amano parlare di storia, perché permette loro di “colmare il vuoto semantico nello spazio informativo ed evitare una discussione sostanziale sulla guerra in corso”, afferma Pakhaluk. Un esempio lampante è l'intervista di Putin al conduttore televisivo americano Tucker Carlson, quando, interrogato sulle ragioni dell'attacco, si è lanciato in una lezione di storia di 40 minuti. Il nazionalismo vittimistico si fonda proprio sulla percezione di sé come vittima, costretta a combattere i nemici per garantire la “sicurezza eterna” e, di conseguenza, a ignorare i propri crimini.




















