Coraggio e profezia: il Davide-Vaticano e il Golia-Cina

Le violenze sui vescovi e l’opposizione alla Santa Sede sono un segno di paura nell’affrontare il bivio su cui si trova la Cina: allentare la morsa e procedere verso la democrazia, o rimanere immobili riproponendo lo stile di Mao e delle Guardie rosse. Ma questo rischia di portare alla distruzione il Paese e lo stesso sviluppo economico di cui Pechino è tanto fiera.

di Bernardo Cervellera

Roma (AsiaNews) - La Nota della Santa Sede a condanna delle deportazioni e delle costrizioni di vescovi, sacerdoti e laici in Cina, per farli partecipare all’Ottava Assemblea dei rappresentanti cattolici cinesi, ha un che di coraggioso e profetico.

 

Ormai nella comunità internazionale, solo il Vaticano ha il coraggio di criticare la Cina. Il mondo diplomatico ed economico, sensibile ai venti dei cambiamenti di potere e ricchezza, si prostra volentieri alla nuova superpotenza e sorride forse alla “pretesa” della Santa Sede di voler affrontare il mega-gigante di Pechino con pochi argomenti sulla libertà religiosa.

 

In realtà, in questo dramma fra il Davide-Vaticano e il Golia-Cina si sta consumando una profezia sul Regno di mezzo.

 

Nelle scorse settimane abbiamo parlato di un ritorno ai tempi di Mao e della Rivoluzione culturale, ricordando le costrizioni umilianti a cui sono stati sottoposti i prelati cinesi, strappati dalle mani dei loro fedeli intervenuti in loro difesa. Dopo aver rigettato la memoria di Mao e delle Guardie rosse, la Cina si trova ancora una volta davanti al bivio: scegliere di procedere verso una maggiore libertà o, per paura, rinchiudersi ancora in una dittatura senza respiro.

 

Giustamente la nota parla di “segno di timore e di debolezza”. Ed è evidente che tale timore e debolezza non si manifesta solo verso i cattolici, una comunità che pesa circa per l’1% della popolazione. La Cina ha timore dei contadini, espropriati delle loro terre e case; degli operai che sfruttati come non mai, chiedono di godere dei frutti del loro lavoro, mentre si allarga la forbice fra ricchi e poveri; degli intellettuali che come Liu Xiaobo propongono al loro Paese una strada di riconciliazione nella garanzia della dignità umana e della democrazia.

 

Sociologi, think tank e attivisti chiedono al governo di allentare la morsa sulla popolazione stremata e frustrata, e avvertono del rischio di una nuova Tiananmen, 1000 volte più sanguinosa e crudele. Ma la Cina sembra essere sorda, e preferisce rimanere immobile usando il pugno di ferro del passato. Ma proprio questo pugno di ferro ha creato le carestie degli anni ’50 e il disastro economico degli anni ’70. La stessa Accademia delle scienze sociali avverte che se la Cina non trova i modi di fermare la corruzione, di dar voce alla popolazione, rischia di mettere in crisi perfino lo sviluppo economico e frenetico di cui essa va tanto orgogliosa.

 

Ad aiutare la sordità di Pechino vi è la comunità internazionale che non parla più di diritti umani; che trova risibile la libertà religiosa; che cerca di salvare gli investimenti da e per la Cina e così rende ancora più vicina la catastrofe.

 

Il Messaggio per la Giornata mondiale della pace, che Benedetto XVI ha diffuso ieri, afferma che la libertà religiosa è una risorsa importante per le società: essa innesta nel corpo sociale degli ideali più grandi del mercantilismo materialista e mette le basi per la collaborazione al bene comune. Proprio ciò che manca al gigante cinese, così orgoglioso per la sua potenza e così umiliante per la schiavitù in cui costringe il suo popolo.

 

La Nota vaticana, perciò, non parla solo – e giustamente – del diritto del papa a nominare vescovi e del diritto della Chiesa di Cina all’unità senza interferenze dello Stato: essa è un avvertimento alla Cina e al mondo che senza libertà religiosa, Pechino si prepara soltanto e ciecamente all’autodistruzione.

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