Proteste giovani indiani, padre Raj: "Restate indipendenti dalla politica"

Continua a crescere il malcontento verso le istituzioni in India dopo gli arresti dei leader del movimento degli "scarafaggi". Per il gesuita Sebasti L. Raj, dell'Indian Social Institute, il successo della mobilitazione si gioca sull'autonomia dai partiti e sull'apertura alle diverse comunità religiose e culturali.

Chennai (AsiaNews) - “In questo contesto abbiamo bisogno di qualcuno che sia fuori dal sistema politico e possa contestare le autorità”. Per il gesuita Sebasti L. Raj, dell’Indian Social Institute, il movimento di protesta guidato dai giovani che nelle ultime settimane ha scosso New Delhi e altre città indiane, può svolgere un ruolo importante di controllo del potere. Perché i media e il Parlamento, a suo giudizio, oggi non riescono più a mettere sufficientemente in discussione chi governa. 

“Il mio unico auspicio è che cerchino di rimanere un movimento studentesco indipendente”, afferma ad AsiaNews. “Non solo adesso ma anche verso chiunque salirà al potere tra tre anni. Dovranno essere in grado di contestare anche chi arriverà dopo” per riuscire a raggiungere le loro richieste. Raj non è certo che i giovani riusciranno a mantenere questa autonomia, “ma in questo momento il Paese ha bisogno di un movimento del genere”.

Ancora una volta le proteste sono guidate dal Cockroach Janta Party (CJP), il movimento giovanile nato come satira sui social e che poi in poco tempo ha radunato un gran numero di giovani frustrati dalla politica e dalle scarse opportunità lavorative. In un primo momento i giovani erano riusciti ad ottenere le dimissioni del ministro dell’Istruzione, accusato di irregolarità negli esami di accesso all’università.

Ora al CJP si è aggiunta anche l’All India Students’ Association, organizzazione studentesca legata al partito di opposizione del Congress, i cui leader politici sono scesi in piazza a fianco dei giovani. Le manifestazioni da settimane chiedono le dimissioni del presidente della Commissione elettorale, Gyanesh Kumar, accusato di aver favorito la cancellazione di migliaia di nomi durante la revisione delle liste elettorali prima delle elezioni locali in diversi Stati indiani per avvantaggiare il Bharatiya Janata Party (BJP), il partito del primo ministro Narendra Modi.

Il lavoro e la trasparenza al centro del malcontento

Per Raj, la protesta non riguarda soltanto la gestione delle elezioni. Alla base c’è anche la frustrazione di una generazione che, dopo anni di studio, fatica a trovare un impiego. “La disoccupazione è molto forte”, osserva. “Si parla continuamente di grandi progetti in politica, che però non porteranno benefici diretti agli studenti, che invece hanno bisogno di ottenere una risposta per sé stessi. Dopo aver finito gli studi, dove andranno? I posti di lavoro non li aspettano”.

La competizione per le poche opportunità disponibili, aggiunge, rischia di favorire chi dispone di relazioni e influenza. “C’è una grande competizione. Anche in questo caso, soltanto i coloro che appartengono ai settori della società più influenti possono ottenere i posti di lavoro che desiderano. Gli altri rimarranno dove sono”. 

“Alla fine, la ragione è economica: dateci un lavoro, dateci sicurezza, così che possiamo andare avanti e progredire nella vita”, afferma il gesuita. A suo giudizio, il dibattito pubblico dedica invece troppo spazio a questioni che avvantaggiano soltanto una minoranza, trascurando i bisogni della maggior parte dei giovani laureati e di chi ha una formazione tecnica. Una frustrazione che è poi amplificata dalla mancanza di trasparenza e responsabilità da parte delle istituzioni. 

La detenzione dei leader e i limiti del potere esecutivo 

Il 13 ottobre, Saurav Das e Ashutosh Ranka, due leader del CJP, sono entrati nell’area di Jantar Mantar - che era stata esclusa dalle autorità come luogo di protesta - e hanno sventolato la bandiera indiana. Il giorno successivo sono stati arrestati e trasferiti al carcere di Tihar con l’accusa di aver violato gli spazi. 

Dopo cinque giorni di detenzione, un magistrato esecutivo speciale nominato dal governo ha disposto il prolungamento della custodia fino al 21 ottobre, sollevando diversi dubbi sulla legittimità dell’operazione. Il magistrato esecutivo speciale, infatti, può esercitare poteri preventivi secondo la legge, ma la possibilità di utilizzarli per disporre la detenzione è contestata.

I giovani indiani scesi in piazza in questi giorni contestano anche questo modus operandi del governo. La richiesta di istituzioni serie e affidabili, di elezioni trasparenti e della possibilità di contestare il governo si rifà all’idea di un’India laica e pluralista in cui la cittadinanza non dipende dall’appartenenza religiosa. Un principio che negli ultimi anni è venuto meno a causa del progetto politico di ultranazionalismo induista promosso dal BJP di Narendra Modi, che ha rafforzato il ruolo dell’identità religiosa in tutti gli aspetti della vita pubblica. 

Un movimento indipendente e pluralista

La capacità della mobilitazione di incidere sulla politica indiana dipenderà, secondo Raj, dalla sua apertura alle diverse comunità religiose e culturali del Paese. “Ci sono persone di religioni diverse che si uniscono agli studenti. Dovrebbero essere un gruppo multireligioso e multiculturale, che lavora per un solo obiettivo: ciò che è bene per la nazione”. Se il movimento finisse per rappresentare una sola comunità, avverte, rischierebbe di dividersi e di perdere forza.

Un’altra condizione è che mantenga autonomia rispetto ai partiti di opposizione. Il Congress e le altre forze possono sostenere le richieste dei manifestanti, ma non dovrebbero assorbirli nelle proprie strategie. “Alcuni anni fa un movimento di protesta si era scagliato anche contro il Congress, che ha il suo modo di rispondere al dissenso”, spiega ancora Raj.

Il movimento dovrebbe invece conservare la libertà di sostenere le decisioni positive di qualsiasi governo e contestare quelle negative. “Se succede qualcosa di buono, possono sostenerlo. Se succede qualcosa di negativo, possono contestarlo”.

Il futuro resta incerto

Raj non esclude che le proteste possano produrre cambiamenti, ma non si sbilancia sulla possibilità che mettano in crisi il governo. Molto dipenderà dalla durata della mobilitazione, dalle decisioni dei tribunali e dalla capacità dei giovani di resistere alle pressioni. “Le persone hanno paura, non si sentono di poter parlare liberamente”, osserva. E aggiunge che la situazione resta fluida: “Non sappiamo esattamente che cosa accadrà”.

Il movimento è particolarmente forte nel nord del Paese, mentre nel sud la mobilitazione è più contenuta. La speranza è che i giovani riescano a costruire una presenza duratura nel dibattito pubblico, anche perché oggi gli under 25 rappresentano quasi la metà della popolazione indiana. “Spero che possano continuare a essere un movimento davvero forte, capace di resistere alle pressioni del governo e di qualsiasi altro partito politico”.

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