Migranti interni: migliora il reddito, ma restano esclusi dal welfare

Il 71,8% dei lavoratori che si sono spostati nel Sud dell’India dice di vivere meglio dopo la migrazione, ma il 73,3% incontra ostacoli nell’accesso alle forme di assistenza sociale. Sanità, contratti e conoscenza dei propri diritti restano le principali fragilità.

Bengaluru (AsiaNews) - Per quasi tre migranti su quattro trasferirsi nel Sud dell'India ha significato migliorare le proprie condizioni di vita. Ma il trasferimento non garantisce lo stesso accesso ai servizi pubblici: l'assistenza sanitaria e la protezione lavorativa restano difficili da ottenere per una larga parte dei lavoratori che si spostano da uno Stato indiano all'altro.

È il paradosso messo in luce dal South India Interstate Migration Survey 2026, realizzato dall'International Institute of Migration and Development con il sostegno dell'UNFPA. La ricerca ha raccolto le risposte di 1.824 lavoratori migranti in 33 distretti di Karnataka, Kerala e Tamil Nadu tra dicembre 2025 e marzo 2026. Il 71,8% degli intervistati ha dichiarato che il proprio tenore di vita è migliorato dopo la migrazione e il 56,9% intende continuare a vivere e lavorare nello Stato di destinazione.

Il miglioramento economico, però, non coincide con una piena integrazione nei sistemi di protezione sociale. Il 73,3% dei lavoratori intervistati segnala difficoltà nell'accesso ai programmi di welfare e il 70,4% considera insufficiente il sostegno ricevuto dalle autorità. Ancora più diffusi sono i problemi legati alla sanità: il 69,2% incontra ostacoli nell'accesso alle cure e il 69,4% indica tra le principali difficoltà il costo dei servizi sanitari.

Un problema che mette in luce come sia difficile, anche all’interno dei confini nazionali, portare con sé i propri diritti quando ci si sposta. Secondo l'indice elaborato dal rapporto, solo il 19,4% dei migranti ha un livello elevato di quello che viene definito “portabilità del welfare”. L'indicatore considera la possibilità di accedere a protezione lavorativa, assicurazioni, prestazioni sociali e altre forme di sostegno economico.

La precarietà è legata anche alla natura degli impieghi trovati nel luogo di destinazione. L'86,4% degli intervistati non ha un contratto di lavoro scritto e il 57,6% riceve il salario in contanti. Il reddito mensile medio è di 17.640 rupie, circa 170 euro, mentre quello mediano è di 16mila rupie. Quasi due lavoratori su tre, inoltre, trovano il proprio impiego attraverso amici o parenti, mentre il 21,5% viene reclutato da intermediari.

Anche la conoscenza dei propri diritti rimane limitata. Solo il 12,8% degli intervistati dichiara di conoscere i propri diritti sul lavoro o i programmi pubblici di sostegno. La percentuale è ancora più bassa tra le donne, all'8,2%, contro il 14% degli uomini. Tra chi dispone di un contratto scritto la conoscenza sale al 23,5%, mentre scende all'11,1% tra chi ne è privo.

La difficoltà di accesso ai servizi emerge con particolare chiarezza sul fronte sanitario. Il rapporto ha elaborato un indicatore che combina la possibilità effettiva di accedere alle cure con la protezione finanziaria dalle spese mediche: soltanto l'1,6% dei migranti intervistati soddisfa contemporaneamente i criteri considerati adeguati dallo studio. E così la sanità diventa una delle principali componenti della precarietà che accompagna la migrazione.

A pesare è anche la condizione abitativa. Il 37,3% dei lavoratori vive in una situazione classificata dal rapporto come di bassa adeguatezza abitativa, considerando elementi come alloggio, affitto, disponibilità di acqua ed elettricità e condizioni degli spazi domestici. Allo stesso tempo, l'81,3% segnala difficoltà di comunicazione e il 79,6% barriere linguistiche o culturali.

I lavoratori arrivano soprattutto dagli Stati orientali e nordorientali del Paese. Il 26,2% degli intervistati proviene dal Bengala occidentale, il 21,8% dal Bihar e il 17,1% dall'Assam. Tra i principali corridoi migratori individuati dallo studio ci sono quello tra il Bengala occidentale e la città di Bengaluru e quello tra il Bihar e Tiruppur, nel Tamil Nadu.

Le condizioni cambiano significativamente a seconda dello Stato di destinazione e del tipo di lavoro. In Karnataka il 93,9% degli intervistati rientra nella categoria caratterizzata da esclusione dal welfare, contro il 67,9% in Kerala e il 54,3% in Tamil Nadu. Per quanto riguarda le barriere sanitarie, le percentuali sono rispettivamente del 90,4%, 60,6% e 57,2%.

Le donne e i lavoratori più giovani risultano tra i gruppi maggiormente esposti alle diverse forme di vulnerabilità. Secondo il rapporto, a parità degli altri fattori considerati, le lavoratrici migranti guadagnano in media circa 3.313 rupie al mese in meno degli uomini. I giovani tra i 15 e i 24 anni, le persone senza istruzione e i lavoratori reclutati attraverso intermediari presentano inoltre livelli più elevati di vulnerabilità occupazionale.

Per gli autori dello studio, una risposta efficace richiederebbe un coordinamento dei sistemi di welfare, un accesso più semplice alla sanità e una maggiore informazione sui diritti, anche attraverso servizi nelle lingue parlate dalle comunità migranti. L'obiettivo è di fare in modo che il miglioramento del reddito sia accompagnato anche da una maggiore sicurezza sociale.

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