Lahore (AsiaNews) - A quasi dodici anni da uno dei più gravi episodi di violenza di massa a sfondo religioso in Pakistan, la Corte Suprema ha assolto i tre uomini che erano ancora condannati a morte per il brutale omicidio della coppia cristiana Shahzad Masih e della moglie incinta Shama Bibi, avvenuto a Kot Radha Kishan, nel distretto di Kasur a Lahore nel 2014.
La sentenza, emessa in questi giorni da un collegio di tre giudici presieduto dal giudice Malik Shahzad Ahmad Khan, ha annullato le condanne e le pene capitali inflitte a Irfan, Mehdi e Riaz. La Corte ha ritenuto che le debolezze dell'accusa e le incongruenze nelle prove impedissero di dimostrare la colpevolezza degli imputati oltre ogni ragionevole dubbio.
La Corte Suprema ha inoltre respinto il ricorso presentato dal governo del Punjab contro una precedente decisione dell'Alta Corte di Lahore, che aveva già assolto altri 102 imputati coinvolti nello stesso caso. Con quest'ultima sentenza sono state quindi annullate tutte le condanne originariamente pronunciate per il duplice omicidio, ponendo di fatto fine a uno dei procedimenti penali più seguiti della storia recente del Pakistan.
Il caso risale al 4 novembre 2014, quando Shahzad Masih e la moglie Shama Bibi, allora incinta, furono falsamente accusati di blasfemia mentre lavoravano in una fornace di mattoni a Kot Radha Kishan. Le accuse si diffusero rapidamente, scatenando una folla inferocita che aggredì la coppia.
Secondo i testimoni, Shahzad e Shama furono picchiati, torturati e infine bruciati vivi nella fornace prima che la polizia potesse intervenire. La loro morte sconvolse il Pakistan e suscitò una vasta condanna internazionale, richiamando l'attenzione sulla vulnerabilità delle minoranze religiose e sui rischi delle violenze collettive alimentate dalle accuse di blasfemia.
Dopo l'accaduto, la polizia aprì un procedimento contro centinaia di persone, identificate e non. Un tribunale antiterrorismo condannò diversi imputati, infliggendo la pena di morte a cinque uomini e pene detentive ad altri partecipanti all'attacco. In appello, l'Alta Corte di Lahore assolse due dei cinque condannati a morte, confermando però le condanne di Irfan, Mehdi e Riaz. La recente decisione della Corte Suprema ha annullato anche queste ultime condanne, rilevando gravi carenze nelle prove dell'accusa.
La sentenza ha riacceso il dibattito sul sistema giudiziario pakistano e sulla sua capacità di perseguire efficacemente i casi di violenza religiosa e di linciaggio. L'attivista per i diritti umani Isaac Dominic, di Karachi, ha definito l'uccisione di Shahzad Masih e Shama Bibi uno degli esempi più sconvolgenti di violenza collettiva provocata da accuse di blasfemia. “Il caso - spiega - resta un doloroso promemoria delle devastanti conseguenze dell'intolleranza religiosa e delle persistenti difficoltà nel garantire giustizia in vicende così delicate”.
Anche l'avvocato cristiano di Lahore Shawaiz Javed, attivista per i diritti umani e difensore della libertà religiosa, ha espresso delusione per il verdetto, sostenendo che esso solleva interrogativi più ampi sulla fiducia dei cittadini nel sistema giudiziario del Pakistan: l'incertezza della pena indebolisce il potere deterrente della giustizia e contribuisce al protrarsi di omicidi, violenze religiose e altre forme di brutalità.
“Questa non è soltanto la storia di una famiglia cristiana - ha dichiarato Javed -. È una domanda sul futuro di ogni bambino rimasto orfano, come Suleman, il figlio di Shama e Shahzad. È una questione di giustizia, sicurezza e fiducia di ogni cittadino nello Stato di diritto in Pakistan”. Ha aggiunto che, sebbene Shama e Shahzad non possano essere riportati in vita, la ricerca di giustizia dei loro figli continua.
La tragedia di Kot Radha Kishan resta uno dei più significativi casi di violenza collettiva a sfondo religioso nella storia recente del Pakistan. Sebbene la decisione della Corte Suprema abbia concluso il procedimento penale contro gli imputati, il caso continua a essere citato dalle organizzazioni per i diritti umani come un drammatico monito sulle difficoltà affrontate dalle minoranze religiose e sull'importanza di garantire indagini credibili, processi efficaci e uguale tutela davanti alla legge.




















