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Chen Weijun

  • Un altro giornale all’attacco della censura: le prime crepe nel regime di Pechino

    Il Beijing News si mette sulla scia del Southern Weekend e rifiuta di pubblicare un articolo imposto dalla propaganda comunista. Dopo un lungo braccio di ferro, il governo vince ma si mette contro tutta la redazione che protesta online. Nel frattempo torna in edicola, anche se con qualche difficoltà, il settimanale di Guangzhou che ha dato il via alla protesta contro la censura del governo.

  • Guangzhou, la rivolta dei giornalisti terrorizza il Partito

    Il Southern Weekend scende in piazza contro la censura di Stato e l’articolo rimosso il 1° gennaio. Insieme alla redazione centinaia di persone comuni: sciopero, manifestazioni, sostegno sui blog, foto e petali di crisantemo agitati per commemorare la morte della libertà di stampa. Il regime alla sbarra e altri giornali attaccano: “Serve una revisione della censura di Stato”.

  • Cina, intellettuali al governo: “Basta censura, torniamo allo stato di diritto”

    Un gruppo composto da 71 docenti e analisti di livello nazionale chiede al Partito di interrompere la politica di ingerenza nei tribunali nazionali e fermare la censura sulla Rete. Il promotore: “Non chiediamo nulla che sia contrario ai desideri del governo, ma dobbiamo fare presto o finiremo nel caos sociale”. Ma la situazione non cambia: arresti sommari e decessi in prigione sono sempre più all’ordine del giorno.

  • Per frenare scandali e corruzione, il Pcc vieta fiori e banchetti

    La nuova Commissione centrale del Politburo si riunisce e lancia una nuova campagna moralizzatrice per riguadagnare la stima della popolazione: basta allo sperpero di denaro pubblico per i tappeti rossi e le composizioni floreali in onore dei leader in viaggio. Ma il problema è la corruzione dilagante che colpisce a ogni livello il Partito e i suoi membri. Il Guangdong approva un regolamento anti-tangenti che non prevede meccanismi di controllo.

  • Il Partito espelle Bo Xilai e annuncia il suo processo

    Una nota della Xinhua conferma: “Ha creato scandali enormi e danni alla reputazione del Partito e dello Stato”. Un patologo mette in dubbio la ricostruzione dell’omicidio del faccendiere britannico, mentre la leadership annuncia: “L’8 novembre ci sarà il Congresso generale”.

  • Nelle campagne cinesi si vive peggio che ai tempi di Mao

    Un’inchiesta condotta da un docente di Storia contemporanea mette in luce la situazione delle aree rurali del Paese, ancora sotto il tallone del regime comunista. Il Grande balzo in avanti è ormai sepolto, ma i contadini vivono ancora come gli ultimi della società. I dati confermano l’inchiesta: stipendi minori, niente assistenza sanitaria o istruzione, terre confiscate e regalate ai capitalisti.

  • Pechino fa dialogare Tokyo e Pyongyang. E pensa a una tregua col Sol Levante

    Per la prima volta dopo 4 anni di silenzio, i governi giapponese e nordcoreano sono pronti a incontrarsi (a Pechino) per discutere di questioni formali legate all’occupazione nipponica della penisola e di questioni informali legate al nucleare. Dietro il summit c’è la mano cinese, intenzionata ad accettare la tregua offerta da Tokyo sulle Diayou/Senkaku.

  • Xingzi, centinaia di bambini avvelenati dal piombo di una centrale

    La popolazione scende in piazza per far chiudere un impianto energetico che ha riempito di piombo il sangue dei bambini locali. Le autorità cedono ma cercano di insabbiare i danni provocati: la protesta esplode con ancora più forza. Gli analisti e persino i giornali di Stato cinesi avvertono il governo: “Così non si può andare avanti, bisogna trovare un equilibrio fra inquinamento e crescita economica”.

  • Diaoyu/Senkaku, la Cina scende in piazza. E Pechino lascia fare

    Negli ultimi due giorni le manifestazioni popolari in Cina contro gli “abusi” giapponesi riguardo l’arcipelago conteso hanno sfiorato l’isteria. A Shenzhen più di 20mila persone rovesciano automobili nipponiche e sfondano ristoranti e negozi del Sol Levante sotto gli occhi della polizia, che non interviene. Gli esperti concordi: “A Pechino fa comodo lasciarli sfogare così. Ma se le dimostrazioni dovessero degenerare, sono pronti con la repressione”.

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