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Steve Suwannarat

  • Kathmandu apre la corsa al voto del 5 marzo

    Dopo le manifestazioni della Generazione Z contro la corruzione che a settembre hanno portato alla cadura del governo di KP Sharma Oli, il Paese himalyano è entrato in una campagna elettorale con un mix inedito tra vecchi partiti e giovani candidati che puntano a un cambiamento radicale. Anche l’ex re Gyanendra si candida con un partito filomonarchico proponendosi come garante della stabilità.

  • Elezioni a Bangkok: col 'fattore Anutin' vince la via nazionalista

    Smentendo le previsioni il partito Bhumjaithai in testa ai consensi con un ampio margine: il premier uscente Anutin Charnvirakul, imprenditore populista rafforzato dal conflitto con la Cambogia, ha raccolto voti anche nelle roccaforti del Pheu Thai. Sconfitti i riformisti del People's Party, che non riescono and andare oltre il voto dei giovani e della classe media urbana. Con la vittoria del sì al referendum verrà comunque emendata la costituzione voluta dai militari.

  • Elezioni e referendum: la calda vigilia di Bangkok

    In gioco non sono la questione del governo ma anche la possibilità o meno di riscrivere la Costituzione voluta dai militari nel 2017. Indebolito il Pheu Thai del clan Shinawatra la partita appare tra i riformisti del People's Party e il Bhumijaythai dell'attuale premier Anutin che punta a capitalizzare l'ondata nazionalista suscitata dallo scontro con la Cambogia. Ma la vera sfida è l'economia che arranca.

  • Baht troppo forte: il paradosso dell'economia thailandese

    La moneta di Bangkok continua a crescere rispetto al dollaro: il suo valore è salito dell'8% dall'inizio dell'anno, nonostante fondamentali economici che non giustificano un andamento di questo tipo. Con una crisi politica di fatto rinviata alle elezioni anticipate di inizo 2026, c'è il rischio che manovre specultaive affossino ulteriromente le esportazioni (già alle prese con i dazi di Trump) e il turismo.

  • Bangkok: il governo del conservatore Anutin e dei giovani riformisti

    Il via libera del parlamento thailandese al nuovo premier dopo l'intervento giudiziario su Paetongtarn Shinawatra ha replicato uno schema visto più volte a Bangkok: l’alleanza fra parti apparentemente inconciliabili nei programmi e nei leader per esautorare l’avversario. Ma il People's Party vuole nuove elezioni entro quattro mesi e la modifica della Costituzione utilizzata per svuotarne il successo elettorale del 2023.

  • Bangkok: il re non scioglie il parlamento, Pheu Thai messo all'angolo

    I conservatori del Bhumjaithai cercheranno domani di far eleggere un governo di minoranza con il sostegno (condizionato e a termine) dei riformisti, vincitori delle elezioni del 2023 ma esclusi dall'alleanza inedita tra populisti e filo-militari, spazzata poi via dal conflitto con la Cambogia. Anche la famiglia Shinawatra, dopo l'ennesima estromissione per via giudiziaria, ora corteggia gli eredi di Move Forward. L'esercito: "Appoggeremo qualsiasi governo, ma garantendo la stabilità".

  • Visti per studenti: stretta di Bangkok per combattere tratta e attività criminali

    Per il ministero dell'Istruzione superiore sarebbero in corso 10mila cancellazioni, che potrebbero trasformarsi in espulsioni. A provare l'ampi diffusione di abusi per ottenere permessi di soggiorno di lunga durata un'ondata di arresti soprattutto nelle province di Chang Mai e Phuket. Chiamate in causa anche università private che respingono gli addebiti, puntando il dito contro la corruzione dei pubblici ufficiali.

  • Perché non scende la tensione tra Phnom Penh e Bangkok

    I transiti lungo gli 800 chilometri di confine restano di fatto chiusi mentre la Cambogia ha annunciato la leva obbligatoria del 2026. Dietro allo scontro le situazioni interne dei due Paesi, entrambi posti di fronte a forti pressioni nazionaliste e dove i comandi militari hanno ampi interessi e potere. Tribunale di Bangkok annuncia per il 22 agosto il verdetto su Takhsin Shinawatra.

  • To Lam dimezza le province vietnamite

    Approvata in Parlamento con un voto quasi unanime la riforma amministrativa che di fatto rafforza ulteriormente la posizione dell'attuale leadership vietnamita, uscita vincitrice dallo scontro interno perseguito con la campagna anticorruzione "fornace ardente". In un Paese di 101 milioni di abitanti resteranno solo 28 province e 6 municipalità sotto il controllo diretto del governo centrale per le grandi città.

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