Riyadh grazia 2mila etiopi. Centinaia ancora nel braccio della morte

Il provvedimento reale di amnistia riguarda 1971 detenuti, per i quali Addis Abeba ha avviato le operazioni di rimpatrio. Erano stati fermati per reati di droga, le confessioni spesso estorte a forza o con l’inganno. Centinaia di migranti condannati alla pena capitale restano in attesa di esecuzione.

di Dario Salvi

Riyadh (AsiaNews) - Le autorità saudite hanno concesso l’amnistia reale a circa duemila detenuti etiopi da tempo rinchiusi nelle carceri del Paese. Ad annunciare la notizia è stato il ministero degli Esteri di Addis Abeba in una nota in cui aggiunge che, in seguito al provvedimento emanato dai vertici di Riyadh, i funzionari etiopi hanno già avviato le operazioni di rimpatrio dei 1971 concittadini finora rinchiusi in cella. Tuttavia, a fronte di una notizia che viene accolta con soddisfazione e speranza, resta aperta la drammatica vicenda - umana e giudiziaria - dei molti migranti etiopi detenuti nel braccio della morte in Arabia Saudita, che attendono l’esecuzione della pena capitale fra sofferenze e illusioni. 

I detenuti, alcuni dei quali sono stati raggiunti da Middle East Eye (Mme) che ha rilanciato la loro testimonianza, vengono spesso arrestati con accuse minori di droga perché trovati in possesso di khat, blando stimolante comunemente usato in tutta l’Africa orientale ma illegale in Arabia Saudita. Il ministero degli Esteri etiope ha affermato che “costanti sforzi diplomatici e consolari” hanno portato alla concessione delle amnistie reali.

Il governo di Addis Abeba ha inoltre dichiarato di rimanere “in stretto contatto” con le autorità saudite “riguardo alle questioni che riguardano i cittadini etiopi nel regno, comprese le persone coinvolte in procedimenti legali e questioni giudiziarie”. Un contatto che riguarda “i massimi livelli di governo” e che intende risolvere in modo positivo alcuni nodi irrisolti e tutta una serie di vicende giudiziarie che gravano sul futuro, e sulla vita stessa dei concittadini emigrati nel regno. 

Ai vertici del Paese africano la notizia dell’amnistia concessa da Riyadh viene accolta con soddisfazione, ma il pensiero - e l’attenzione - delle autorità è rivolto a quanti sono detenuti nel braccio della morte nelle carceri saudite. Si tratta di centinaia di migranti, che languono nel centro di detenzione di Khamis Mushait, nel sud-ovest del regno.

Secondo un recente rapporto di Amnesty International, le autorità saudite hanno eseguito circa un centinaio di condanne a morte dall’inizio dell’anno; di queste, almeno 61 erano legate a reati legati alla droga. Le esecuzioni vengono solitamente eseguite con la spada, anche se negli ultimi anni sembra essere tramontata la pratica dell’uccisione sulla pubblica piazza.

Hailay Berhane, un migrante proveniente dalla regione del Tigray in Etiopia e detenuto a Khamis Mushait, ha raccontato a Mee tramite l’app di messaggistica Imo che lui e altri etiopi sono stati “costretti a firmare documenti in arabo senza comprenderne il contenuto”. In alcuni casi, oltretutto, sono stati “picchiati dalle forze di sicurezza” per costringerli a sottoscrivere le “confessioni”. “Mi hanno consegnato 41 kg di droga - ha raccontato - e mi hanno costretto a credere che fosse mia, facendomi firmare documenti di cui non capivo nemmeno il contenuto, scritti in arabo” ha spiegato, ripercorrendo quei momenti di tre anni fa quando è stato fermato dalle forze di sicurezza saudite.

Gli alti tassi di disoccupazione, un’economia in crisi a causa della guerra e i conflitti ricorrenti stanno spingendo i giovani etiopi - in particolare quelli della regione del Tigray - a intraprendere il pericoloso viaggio verso la ricca Arabia Saudita, dove sperano di trovare lavoro. “L’instabilità politica, i conflitti armati e la crisi economica sono i principali fattori che incidono sulla vita dei giovani etiopi” ha affermato Yared Hailemariam, esperto locale di diritti umani. “Vengono inoltre reclutati con la forza - aggiunge - per l’addestramento militare e impiegati come soldati sia nei conflitti interni che nelle guerre trans-frontaliere».

Molti etiopi finiscono poi per violare le severe leggi antidroga dell’Arabia Saudita, vengono incastrati per crimini che non hanno commesso o costretti a rilasciare false confessioni. Gebremariam Gebrezgiabher, padre di Kibrom, un etiope ucciso per mano del boia in Arabia Saudita in esecuzione della sentenza di condanna a morte, dichiara: “Come padre, è stato molto difficile apprendere della sua morte, soprattutto per il modo in cui è stato ucciso. La sua scomparsa - conclude - ha ucciso una parte di me”.

Almeno 356 persone sono morte per mano dello Stato in Arabia Saudita lo scorso anno. Dei 240 che erano stati condannati per reati di droga, 188 erano stranieri. Taha al-Hajji, direttore legale dell’Organizzazione europea-saudita per i diritti umani, spiega: “I processi capitali in Arabia Saudita non riescono a soddisfare nemmeno le garanzie minime di equità. Agli imputati viene negata la rappresentanza legale e una traduzione adeguata, portando i migranti a essere condannati a morte senza comprendere il processo, spesso sulla base di confessioni di tortura. Questa non è giustizia: è violenza di Stato, inflitta a persone indifese”.

L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) delle Nazioni Unite considera il corridoio che attraversa Gibuti, per poi proseguire via mare attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb o il Golfo di Aden fino allo Yemen, come una delle rotte migratorie più trafficate e rischiose al mondo. Etiopia e Arabia Saudita hanno avviato da tempo una collaborazione sulle migrazioni, effettuando rimpatri su larga scala tra il 2017 e il 2022 con circa 500mila etiopi espulsi come spiega Ayla Bonfiglio, responsabile del Centro migrazione mista (Mmc) dell’Africa orientale e meridionale. Nel 2022 i due governi hanno concordato di rimpatriare oltre 100mila etiopi che vivevano in Arabia Saudita senza permesso di soggiorno, molti dei quali trattenuti in centri di detenzione che le organizzazioni per i diritti umani hanno descritto come sovraffollati e caratterizzati da abusi. All’epoca, l’Oim stimava che in Arabia Saudita vi fossero 750mila etiopi, di cui circa 450mila entrati in modo irregolare.

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